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In margine a Civiltà e Civilizzazione: IL TRAMONTO DELL’OCCIDENTE


mystes
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 “La storia visibile è espressione divenuta forma. La forma è movimento e unità del vivente; le civiltà hanno le stesse caratteristiche del vivente, «attraversano le stesse fasi dell’essere umano. Ognuna ha la sua fanciullezza, la sua gioventù, la sua età virile e la sua senilità [...]. Ogni civiltà sta in un rapporto profondamente simbolico e quasi mistico con l’esteso, con lo spazio in cui e attraverso cui intende realizzarsi.» Quando una civiltà realizza la pienezza delle sue possibilità, «muore, il suo sangue scorre via, le sue forze sono spezzate, diviene civilizzazione.» Essa, tuttavia, continua, come le radici di alberi disseccati, a effondere nel profondo della terra la propria sostanza materiale e a confondersi con la realtà visibile delle forme viventi. Una civiltà scompare quando ha esaurito la sua energia creativa, espressa in forma di popoli, Stati, religioni, lingue, arti, scienze: «essa allora fluisce nell’elemento animico primordiale».

Spengler stabilisce così le due polarità entro cui oscilla il movimento metamorfico della storia: «civiltà» e «civilizzazione». Lo storico di professione ha sorriso, quando non ha fatto di peggio, di fronte al metodo spengleriano. Ma la concezione della storia de "Il tramonto dell’Occidente" deve essere innanzitutto interpretata come una strenua e appassionata difesa dell’azione creativa dell’uomo, della necessità dell’agire nell’epoca in cui si sono spartite il mondo due ideologie apparentemente nemiche, quella trionfalistica del progresso, che sottomette ogni cosa alla razionalità del comando scientifico, e quella del nichilismo e dell’inarrestabile decadenza, che rinchiude negli spazi inutili della vuota possibilità qualunque intenzione affermativa. Da dove derivano, si chiede ad esempio Spengler, i concetti nietzschiani di «decadenza, nichilismo, revisione (forse, perché no? anche inversione ndc) di tutti i valori», se non da una visione eurocentrica della storia, in cui la contemporaneità è letta in contrapposizione al modello culturale della classicità?

Se comprendiamo in quale luogo del movimento della storia l’uomo abita il mondo, allora anche la sua azione è decisiva, perché non sarà una tra le tante possibili, perché egli stesso non avrà la possibilità di realizzare una cosa o un’altra: il suo agire, la sua tensione creatrice, o è nulla o è ciò che è necessario. La filosofia è scelta radicale; la conoscenza è un problema filosofico solo se è strumento per intervenire in questa scelta.

Tutte le civiltà della storia hanno generato un linguaggio segreto del sentimento del mondo. La sua comprensione, oltre ad essere estremamente difficile, sarà sempre parziale, ma impedirà di pensare al futuro e al destino come ad una chimera o ad una fatalità. L’errore generalmente commesso, sostiene Spengler, è studiare la storia come se fosse natura fisica, quindi attraverso i princìpi di causa, di legge, di sistema. Si deve piuttosto esaminare la storia da un punto di vista morfologico, cioè con quello stesso spirito d’osservazione goethiano, che aveva considerato la natura una forma vivente. «Le civiltà sono organismi. La storia mondiale è la loro biografia complessiva.» Dunque, una morfologia storica comparata che nelle sue ricerche fisiognomiche metta a confronto le forme assunte nelle diverse fasi di sviluppo da un particolare organismo. Se il metodo scientifico separa, classifica, seziona, Spengler coglie analogie, affinità, rapporti, consonanze. Allora, la storia meravigliosa della civiltà cinese o di quella egizia potrà essere studiata morfologicamente in corrispondenza con la piccola storia dell’uomo, di un animale, di una pianta, di un fiore; e grandi distanze di tempi e di spazi non impediranno di mettere in luce fenomeni storici omologhi, con la stessa sincronicità e profondità simbolica, «come la nascita dello Ionico e del Barocco. Poiignoto e Rembrandt, Policleto e Bach sono contemporanei, come lo sono, in tutte le civiltà, l’apparire della Riforma, del puritanesimo e soprattutto il trapasso dalla civiltà alla civilizzazione.» Una morfologia storica comparata, dice Spengler, «diverrà necessariamente una simbolica universale.»

 

Dalla Prefazione al libro di Oswald Spengler “Il tramonto dell’Occidente” Longanesi, 1978


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