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Colombia, Ingrid Betancourt prigioniera dello status quo


Tao
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Il 23 febbraio 2002 la candidata presidenziale veniva rapita insieme alla sua segretaria dalle Farc. Da allora tutti i tentativi di mediazione per uno scambio umanitario sono falliti

«Francia, Svizzera e Spagna restano mobilitate in vista di un accordo umanitario che permetta la liberazione di Ingrid Betancourt, speriamo in un’apertura delle Farc». E’ stato questo il laconico annuncio del ministero degli Esteri francese alla vigilia del quarto anniversario del sequestro di Ingrid Betancourt, la leader dei Verdi colombiani e candidata alle elezioni presidenziali, rapita il 23 febbraio di quattro anni fa dalla guerriglia delle Forze armate rivoluzionarie di Colombia (Farc).

Il gruppo di matrice marxista (più che un gruppo si tratta di un esercito, conta su più di ventimila uomini e controlla una buona porzione del territorio colombiano), reclama la liberazione di 500 prigionieri in cambio del rilascio di 59 persone sequestrate (soprattutto militari e politici), tra le quali Ingrid Betancourt è la più nota.

Francia, Svizzera e Spagna hanno proposto nel dicembre scorso di creare una zona smilitarizzata sotto controllo internazionale nel sud-ovest della Colombia dove negoziare un accordo tra il governo e le Farc.

Il presidente colombiano Alvaro Uribe ha sostenuto l’iniziativa. Le Farc hanno invece rifiutato la proposta sostendendo che l’unico interesse di Uribe nell’organizzare l’incontro sta nel rendiconto elettorale che ne potrebbe ricavare in vista delle prossime presidenziali, previste per il maggio 2006.

Il braccio di ferro tra il governo e le Farc per dare il via ai colloqui che consentano uno scambio umanitario è in corso da tempo, ma, per ora, non è stata raggiunta
alcuna intesa. Il gruppo guerrigliero ha ribadito anche ieri che non ha intenzione di negoziare finché Uribe resta al potere. Uribe è candidato a un secondo mandato nelle elezioni di maggio. I sondaggi, accusati dall’intero arco dell’opposizione di essere manipolati come lo sono stati quelli diffusi alla vigilia delle elezioni boliviane che davano Morales al 32% quando poi ha vinto al primo turno superando il 52%, gli attribuiscono un probabile successo nonostante il fallimento evidente registrato dal presidente del “pugno di ferro’’ nei due fronti da lui indicati come imprescindibili appena arrivato al governo: la lotta al narcotraffico e la guerra alla guerriglia. La cocaina rimane la principale industria colombiana e i vincoli del presidente Uribe con i grandi cartelli dell’export di droga, così come quelli con i paramilitari che controllano il traffico, rendono poco credibili le dichiarazioni presidenziali antinarcos.

La guerriglia, essenzialmente quella delle Farc, è tatticamente ripiegata, ma continua a poter attaccare l’esercito in ogni regione del paese. Le hollywoodiane operazioni militari ordinate da Bogotà non servono a risolvere la guerra in corso in Colombia, dalla quale appare sempre più improbabile uscire con una soluzione che non sia negoziata.

La sdoganatura politica dei capi paramililitari operata da Uribe complica il quadro. Un recente decreto permette a 3500 paramilitari, di uscire dal carcere e lascia ai giudici la discrezionalità di perseguire i crimini di lesa umanità. Salvatore Mancuso, capo dei paras, in cambio della promessa di ordinare il disarmo dei 1500 uomini del Bloque Catatumbo, il gruppo che controlla la provincia settentrionale di Santander, lungo la frontiera con il Venezuela, ha ottenuto la garanzia di non essere estradato negli Stati Uniti dove deve scontare una condanna per narcotraffico e omicidio. (Per la verità sarebbe condannato anche a quaranta anni per l’uccisione di 15 contadini nel 1997, ha venti processi pendenti per nove omicidi e quattro stragi in Colombia, ma di questo pare non preoccuparsi).

I paramilitari, conclusa la recita dell’abbandono delle armi, continuano a operare indisturbati, con circa trentamila uomini, in intere regioni. Hanno sotto controllo un terzo dei municipi del paese dove hanno imposto un modello economico agrario, clientelare con relazioni di tipo feudale. Hanno legami con deputati, governatori e sindaci. Gestiscono indirettamente alcuni ospedali pubblici che si occupano di curare i feriti in battaglia. Hanno mano libera nel territorio della costa caraibica, in quello attraversato dalla strada Panamericana e in alcune grandi città: Medellín, Cucuta e Santa Marta. A riprova della sua imparzialità verso tutti i gruppi illegali, di destra e di sinistra, l'esercito esibisce il tasso d’aumento degli arresti tra i paras, omettendo di dire, però, che ad essere colpiti sono da qualche mese quasi solo i gruppi dissidenti.

Una volta rieletto è assai probabile che Uribe si appoggi ai paramilitari appena liberati per realizzare la “politica di sicurezza democratica” in cui ha fallito finora. Le forze armate colombiane, d’altra parte, utilizzano da sempre sempre le squadre paramilitari per il lavoro sporco che non possono rivendicare come proprio.

La soluzione politica rimane quindi l’unica percorribile ma è allo stesso tempo quasi inimmaginabile. Uribe, rappresentante dei paramilitari nelle istituzioni, seduto con seri intenti di dialogo allo stesso tavolo con i comandanti della più vecchia (e la più forte) guerriglia d’America.

Lo scambio di prigionieri prevede tra l’altro l’implicazione dell’amministrazione Bush. E’ in un carcere statunitense infatti che sono detenuti due comandanti guerriglieri, Simón Trinidad e “Sonia’’.

Il governo in questo momento ha buon gioco nell’accusare le Farc di voler rifiutare a priori qualsiasi tentativo di negoziazione. E le Farc, non mancano di chiarezza nello spiegare che il motivo del rifiuto sta nella identità stessa di Alvaro Uribe: «Con Uribe non si farà nessuno scambio umanitario» hanno scritto nel loro documento. La sorte dei sequestrati rimane quindi indissolubilmente legata alle vicende di una campagna elettorale che si annuncia più sporca delle precedenti.

Angela Nocioni
Fonte: www.liberazione.it
23.02.06


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