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Il Grande Gioco sul Petrolio


Rosanna
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Il Grande Gioco sul Petrolio
La decisione presa dai Paesi dell'Opec sta imprimendo una rivoluzione nei prezzi energetici, con riflessi probabilmente negativi per diversi paesi esportatori e per lo shale oil americano.
di Alessandro Leonardi - 6 dicembre 2014

Nel giro di pochi mesi il prezzo del petrolio ha subito un crollo di oltre il 30% sul Nymex, scendendo sotto la soglia dei 70 dollari. La rapida caduta sta avendo delle conseguenze notevoli su i mercati finanziari e sulle borse di diversi Paesi, i cui bilanci statali sono strettamente legati ai ricavi dalle fonti petrolifere.

Uno dei principali artefici degli ultimi ribassi è sicuramente l’Arabia Saudita, la quale sta perseguendo una pericolosa politica energetica. Nel vertice Opec del 27 novembre scorso è riuscita a far quadrato con gli altri emirati, rifiutandosi di diminuire la produzione di petrolio (fatto che avrebbe bloccato la caduta dei prezzi) e rigettando de facto le posizioni di paesi come il Venezuela e l’Iran. Questa decisione ha innescato un’ulteriore ondata di ribassi, che sommandosi a quelli precedenti, ha portato ad una perdita di centinaia di miliardi di dollari per i paesi produttori .

Questa politica, giudicata folle da alcuni commentatori, in verità presenta una serie di obiettivi a lungo termine volti a garantire la continua supremazia dell’Arabia Saudita nel mercato energetico. Molti hanno voluto vedere in questo disegno una sotterranea alleanza con gli Usa, in modo da colpire gli avversari regionali (Iran) e globali (Russia). Ma è sempre più forte il sospetto che l’Arabia stia giocando una partita “solitaria” su più tavoli.

Il primo bersaglio è lo sviluppo e la diffusione dello shale oil americano. Negli ultimi anni, con i prezzi medi intorno ai 100 dollari, l’estrazione del petrolio di scisto ha conosciuto un boom senza precedenti, tanto da proiettare gli Stati Uniti verso l’indipendenza energetica e verso la supremazia futura come principale esportatore di petrolio.

Con l’emergere di un simile avversario, l’Arabia Saudita ha molto probabilmente deciso di uccidere l’industria dello shale oil ai suoi albori, in modo da mantenere le quote di mercato e impedendo sul lungo termine agli Usa e ad altri paesi di svincolarsi dall’import energetico. Infatti per mantenere attiva la ricerca e l’estrazione dello shale oil, serve che il prezzo medio rimanga elevato, con oscillazioni che vanno dai 40 agli 80 dollari, a seconda delle zone e delle industrie che vi hanno investito.

Alcuni commentatori hanno descritto la mossa saudita come azzardata, in quanto le multinazionali più grandi (come la Exxon) hanno fondi sufficienti per reggere a lungo la sfida ed inoltre si sono protette, in caso di perdite, con prodotti finanziari derivati da qui ad un anno . Addirittura esse potrebbero sfruttare il momento propizio per acquisire le aziende minori in difficoltà . Ma questa obiezione non tiene conto delle implicazioni su i mercati finanziari e del possibile scoppio della bolla del petrolio scisto , dato che le commodities sono uno dei principali fattori guida dei mercati globali.

L’indebitamento eccessivo della maggioranza dei produttori del nuovo petrolio (ormai non più sostenibile) potrebbe avere effetti spiacevoli sulle banche e sugli hedge funds. Ed oltre a questo, si stanno già verificando in questi giorni alcuni significativi cambiamenti, dagli ordini cinesi del petrolio americano (crollati) , fino ai nuovi permessi di trivellazione (crollati) . L’altro grande bersaglio è l’eterno rivale sciita, rappresentato dall’Iran, concorrente regionale e sostenitore del regime di Assad, il quale negli ultimi anni è finito nel mirino delle potenze sunnite. Con un bilancio statale strettamente legato alle entrate petrolifere, il Paese persiano avrebbe bisogno di un prezzo su i 140 dollari per pareggiare i conti e mantenere la pax sociale .

Insieme all’Iran, si trovano in una situazione simile il Venezuela (che corre il rischio serio di default) e la Russia, altro grosso esportatore energetico, ma non facente parte dell’Opec. Allo Stato russo verranno infatti a mancare all’incirca 90-100 miliardi di dollari di entrate, cosa che aggraverà nettamente la recessione prevista per il 2015 . Ciononostante, il ministro degli esteri Lavrov ha fatto buon viso a cattivo gioco, esprimendo sostegno per la posizione dei sauditi , confidando probabilmente nel danno che verrà inflitto all’industria americana.

Questa strategia, dai contorni ancora poco chiari, comporterà sicuramente delle perdite anche per l’Arabia Saudita, ma con una riserva strategica valutaria di oltre 600 miliardi di dollari, con costi estrattivi intorno ai 12 dollari e un’ulteriore capacità produttiva di 3 milioni di barile, il Paese del golfo potrà portare avanti la sua personale “guerra” ancora molto a lungo, con conseguenze geopolitiche e finanziarie imprevedibili.

http://www.lintellettualedissidente.it/economia/il-grande-gioco-sul-petrolio/


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