Notifiche
Cancella tutti

Iraq


Anticapitalista
Estimable Member
Registrato: 9 mesi fa
Post: 139
Topic starter  

Lo Stato iracheno in piena decomposizione
preda delle lotte inter-imperialiste

La situazione in Iraq ha continuato a deteriorarsi dopo la partenza delle truppe americane alla fine del 2011, con una recrudescenza di violenze e attentati. Ancora una volta risultano evidenti i frutti nefasti degli interventi "umanitari" degli Stati Uniti “per portare la democrazia” che, dalla Seconda Guerra mondiale e i discorsi di Truman, imperversano per il mondo a coprire una politica aggressiva e imperialista, una lotta feroce per la supremazia su avversari altrettanto voraci, dai russi ai cinesi, per spartirsi il mondo e i mercati.

Nonostante una buona situazione economica, frutto della immensa ricchezza petrolifera, lo Stato iracheno è debole e paralizzato dallo stato di guerra suscitata dagli antagonismi comunitari e politici, in particolare da quando il presidente Talebani, di etnia curda, che si era dato il ruolo di moderatore, si è ritirato per motivi di salute. Il governo del Primo Ministro sciita Nuri al Maliki si mantiene ormai tramite una feroce dittatura, in particolare contro la minoranza sunnita non curda, che rappresenta il 20% della popolazione ed è stanziata soprattutto nell’ovest del paese. Gli sciiti sono il 60%, e vivono in particolare nell’est e nel centro del paese, le regioni più povere, il 20% sono curdi, in maggioranza sunniti, che abitano nel nord del paese, la regione autonoma del Kurdistan iracheno, e 800.000 i cristiani caldei e nestoriani di etnia assira, armena o latina.

Ma il malessere sociale colpisce l’intera popolazione a causa della insufficiente ricostruzione delle infrastrutture: grave il problema dell’approvvigionamento di acqua ed elettricità, i trasporti e le vie di comunicazione insufficienti e deteriorate. Incombe anche la minaccia di una drastica modifica del Codice del Lavoro a vantaggio del padronato; di fatto si tratta di soddisfare le richieste del Fondo Monetario Internazionale, nella trattativa di nuovi prestiti indispensabili per la ricostruzione del paese, devastato da decenni di guerra.

L’Iraq rimane il secondo più grande produttore OPEC e la quarta riserva mondiale di petrolio, con bassi costi di estrazione e una immensa riserva di gas. L’economia irachena resta interamente dipendente dalla produzione di idrocarburi che rappresentano il 95% delle entrate di bilancio e il 100% delle entrate in valuta estera, mentre il tasso del debito pubblico è stata ridotto a un livello gestibile (non rappresenta oggi che il 25% del PIL) grazie alla cancellazione del 80% del montante del debito del 2004 e della sua ristrutturazione nel 2011 da parte dei creditori pubblici del Club di Parigi, nonché alle cancellazioni o riduzioni di debito concesse nel 2010 dalla Cina, nel 2011 dall’Algeria, nel 2012-2013 dai paesi del Golfo.

Ma la situazione sociale è esplosiva, con una popolazione per il 57% di giovani, colpiti dalla disoccupazione, e che costituiscono un terreno fertile per i gruppi estremisti di tutte le bande, jihadisti sunniti e milizie sciite. È ben chiaro per tutta la popolazione che una parte enorme delle entrate petrolifere è deviata dalla corruzione dilagante tra il personale al potere e tutte le sue clientele, il che provoca dissensi anche all’interno della borghesia sciita.

L’Iraq, patria di Abramo, padre di tutti i credenti, ebrei, cristiani e mussulmani, è ormai preda delle divisioni religiose (sunniti-sciiti) ed etniche (curdi-arabi). Gli attriti tra le comunità religiose ed etniche si sono fortemente accresciuti dopo il 2003 per la politica fondata sulle comunità degli americani: ad uno sciita andava il posto di primo Ministro, ad un sunnita quello di portavoce del parlamento e a un curdo la presidenza; inoltre il governo americano ha favorito l’autonomia del Kurdistan iracheno, la regione confinante con la Turchia e l’Iran, aprendolo alla prosperità economica che oggi conosce.

La guerriglia sunnita, che chiama alla crociata anti-sciita e che raggruppa i gruppi jihadisti e i vecchi militari legati a Saddam Hussein; il vicino conflitto siriano; la politica aggressiva anti-sunnita del primo ministro Al Maliki; le concorrenze regionali tra le monarchie sunnite del Golfo e l’Iran sciita; per non parlare delle ambizioni regionali della Turchia, che commercia senza ritegno col regime autoritario del Kurdistan iracheno, essendo quest’ultimo in conflitto aperto col primo ministro iracheno; senza dimenticare l’onnipresenza dei grandi imperialismi statunitense, cinese e russo, tutto questo ha condotto allo sgretolarsi dell’entità irachena.

In questo contesto politico e sociale catastrofico, e con il disastroso conflitto che flagella in Siria, confinante ad occidente, che ha visto l’emergere di gruppi jihadisti in lotta contro il regime pro-iraniano di Bachar Al Assad ma anche tra di loro, l’Iraq si trova ormai a confrontarsi da mesi con un attacco in piena regola di un gruppo sunnita radicale, conosciuto per la ferocia, le estorsioni, i rapimenti, gli assassinii, il contrabbando di petrolio, con combattenti fanatici ed agguerriti, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante.

Questo SIIL è un gruppo di confessione sunnita, fondato in Iraq nel 2007 da un giordano, passato per l’Afghanistan e la lotta contro l’occupazione americana, dunque creatura mostruosa dell’invasione americana dell’Iraq nel 2003, come Al Qaeda prima di lui era stata quella della lotta in Afghanistan e in Pakistan contro gli imperialisti russi prima e americani dopo. I suoi miliziani vengono dall’Arabia Saudita, dallo Yemen, dalla Libia, dalla Giordania, dall’Egitto. Legato in un primo momento ad Al Qaeda, il gruppo se ne è separato dopo l’uccisione del suo capo da parte degli americani. Ha segnato il suo apogeo nel 2008–2009 in Iraq con diffusione su tutto il territorio, ma ha perso terreno a seguito degli attacchi americani e si ridotto alle province occidentali dell’Iraq, Ninive e Ambar, a maggioranza sunnita, dietro ad un nuovo capo dal nome di battaglia Abou Bakr Al Baghdadi (Abou Bakr fu il primo califfo, compagno del Profeta, e Al Baghadadi significa di Baghdad). Si è espanso in Siria dove imperversa la guerra civile e dove i gruppi jihadisti controllano l’est del paese.

Dopo aver subito negli ultimi tempi delle sconfitte in scontri armati con altri gruppi islamisti, ha aperto fronti in Iraq, Giordania e Libano con un’armata di combattenti venuti da tutte le parti del medio oriente e anche dal mondo occidentale (In questi ultimi mesi anche il governo francese ha tentato di bloccare la partenza di centinaia di giovani per il jihad). Attualmente alcune fonti stimano a 12.000 i loro combattenti in Siria e a 6.000 quelli in Iraq. Il gruppo si è così imposto come la forza principale del jiahidismo e nutre l’ambizione di creare uno Stato islamico a cavallo tra Siria, Iraq e Libano, per costituire un “califfato islamico puro” nel cuore del mondo arabo.

Evidentemente dietro tutto questo si nasconde un mondo molto più prosaico: l’appoggio finanziario delle monarchie sunnite del Qatar e dell’Arabia Saudita che cercano di contrastare l’influenza regionale dell’Iran sciita e dei suoi alleati (l’asse sciita: il governo del primo ministro iracheno Al Maliki, quello della Siria e gli Hezbollah libanesi). Il riavvicinamento attuale tra gli USA e Teheran non può certo rassicurarli. Pare che sotto la pressione degli occidentali questi Stati arabi abbiano sospeso il loro aiuto, ma gli “investitori” privati sono numerosi.

Dal 3 gennaio 2014, dopo alcuni bombardamenti dell’esercito iracheno sulla provincia di Ambar e sulle città di Ramadi e Falluja, il gruppo, che mostra uno smisurato odio anti-sciita, lancia un’offensiva di riconquista dell’Iraq stringendo alleanze con capi tribù sunniti ed ex ufficiali baatisti di Saddam Hussein. Secondo una tv libanese, «i dirigenti dello SIIL, della confraternita Naqshbandiya e delle milizie t
ribali del nord dell’Iraq avrebbero eletto a loro guida proprio l’ex braccio destro di Saddam, Izzat Ibrahim al-Douri, per condurre l’offensiva contro Baghdad».

Le colonne di veicoli 4x4, simili a quelli usati dalle truppe jihadiste in Mali, hanno avanzato e preso Falluja, nella provincia di Anbar, ad 80 chilometri da Baghdad. Il gruppo ha moltiplicato le operazioni di kamikaze; come nel caso di un miliziano di origine francese che si è fatto esplodere a Mossul, il 19 maggio, di fronte a una stazione della polizia federale. Il 10 giugno i combattenti jihadisti si sono impadroniti di Mossul, la seconda città dell’Iraq con due milioni di abitanti e della provincia di Ninive; in tutto il nord sunnita dell’Iraq l’esercito ha sbandato: gli ufficiali si sono dati alla fuga abbandonando alla diserzione i loro soldati. Intere caserme piene di armi e anche numerosi mezzi corazzati sono passati nelle mani dei guerriglieri. Soldati a centinaia si sono arresi e pochi giorni dopo pare siano stati sommariamente giustiziati. 48 cittadini turchi sono stati fatti prigionieri dagli assalitori, un avvertimento certo indirizzato al governo turco per non intervenire.

In questa zona contesa tra il Kurdistan autonomo e lo Stato centrale di Baghdad si trova la città di Qaraqosh abitata per il 95% da cattolici siriaci. Le forze armate curde, i peshmerga, hanno rinforzato la loro posizione attorno alla città, ma la crociata jihadista è diretta soprattutto contro gli sciiti. La presa di controllo da parte dei jihadisti di Mossul e di Kirkuk minaccia direttamente gli interessi economici del Kurdistan iracheno autonomo, le cui risorse provengono quasi esclusivamente da questa regione petrolifera. I peshmerga curdi infatti hanno approfittato della fluidità della situazione e sono entrati a Kirkuk, la città del petrolio, cacciandone i jihadisti. Malgrado l’antagonismo politico tra il governo regionale curdo e quello centrale di Baghdad, il nemico comune è l’esercito dello Stato Islamico in Iraq e nel Levante, anche se i curdi sono in maggioranza sunniti. 150.000 rifugiati, arabi, curdi e cristiani, e migliaia di soldati iracheni in rotta sono affluiti nella regione autonoma curda con capitale Erbil.

I jihadisti puntano verso sud, si impadroniscono della città di Baiji, sede della maggiore raffineria del paese, e di Tikrit. Si avvicinano a Baghdad, con i suoi otto milioni di abitanti, per l’80% sciiti, e dove si sono costituiti dei comitati di difesa popolare, a seguito dell’appello del primo ministro Nuri Al Maliki e del grande Ayatollah Ali Sistani di Nadiaf (città che si trova a sud di Baghdad). Al Maliki, che non è riuscito ad ottenere dal Parlamento il voto per lo stato d’emergenza, ha rafforzato le sue alleanze con le milizia sciite radicali, satelliti dell’Iran. Come prevedibile, di fatto Teheran ha subito promesso il suo sostegno al governo iracheno. Le milizie sciite hanno spostato in l’Iraq una parte delle loro forze in Siria. Quanto agli Stati Uniti, almeno a sentire il loro presidente Obama all’Onu, non sembrano decisi ad intervenire militarmente e cercano altri bracci armati come quello dell’Iran. Solo hanno rafforzato la flotta nel Golfo Persico e inviato a Baghdad alcune centinaia di marines a difesa dell’Ambasciata USA.

Dopo il caos siriano, eccoci al caos iracheno. Il proletariato della regione non sembra aver la forza di manifestarsi; quanto al proletariato occidentale appare paralizzato dagli attacchi incessanti delle classi possidenti alle sue condizioni di vita e ancora abrutito dai resti della prosperità. Le discussioni diplomatiche vanno avanti di buona lena mentre le popolazioni irachene si preparano a nuove sofferenze, a combattimenti senza fine per i motivi perniciosi della appartenenza religiosa; cioè per i frutti avvelenati usciti dagli innumeri conflitti tra imperialismi per la spartizione del mondo e dei mercati, divenuti sempre più aspri in ragione della crisi economica mondiale in corso. Che il proletariato di tutti i paesi ritrovi la via della lotta delle classi, organizzato nei suoi sindacati di classe e diretto dal suo partito comunista internazionale, solo che può liberare infine l’umanità da queste guerre disastrose, che sono l’ultimo strumento del sistema capitalistico per sopravvivere alla terribile crisi economica sull’orlo del precipizio.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

http://www.international-communist-party.org/ItalianPublications.htm


Citazione
Condividi: