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la strada per la democrazia araba è ancora lunga e difficile


fasal75
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la strada per la democrazia araba è ancora lunga e difficile

7 giugno 2011

Di: Laurent Bonnefoy

Fonte: Le Monde Diplomatique

La comunità internazionale è paralizzata dal timore che lo Yemen cadrà nel caos dopo quattro medi di dimostrazioni Il ministro degli esteri francese Alain Juppé ha detto che in marzo che non era possibile evitare il problema che il presidente Ali Abdallah Saleh lasci l’incarico, ma queste affermazioni non ce Cooperazione del Golfo. Quello che vogliono gli alleati dello Yemen è che il sistema sia conservato anche se costa l’incarico al presidente.

Perfino dopo l’attacco alla nave da guerra statunitense USS Cole avvenuto ad Aden nel 2000, il regime yemenita ha tollerato il dispiacere dei suoi alleati e degli Stati Uniti. Il sistema politico e istituzionale di Saleh ha causato violenza: il presidente ha represso i suoi cittadini, specialmente durante la guerra civile a Sa’ada nel nord-est del paese, un conflitto che è costato più di 10.000 morti dal 2004 e ha usato la guerra contro al-Qaida per i suoi fini senza riuscire a fermare i suoi attacchi.

La crisi seria nel regime di Saleh risale a molto prima del 2011. Lo Yemen è stato creato nel 1990 con l’unificazione della Repubblica democratica dello Yemen (Yemen del sud) e la Repubblica araba dello Yemen (Yemen del nord). Nel decennio scorso questa unità è stata contestata dai ribelli Houthi della zona attorno a Sa’ada e dal Movimento separatista meridionale. Dal 2007 Islamisti armati hanno designato come bersagli le autorità e le forze di sicurezza.

Le elezioni legislative, programmate in origine per l’aprile 2009, sono state rimandate a causa di problemi politici e istituzionali. L’opposizione, sotto la protezione del Common Forum(al-liqa al-mushtarak), i cui membri principali comprendono i socialisti (che guidavano l’ex Yemen del sud) e i Fratelli Musulmani di al-Islah, ha continuato a criticare per anni il regime e ha deciso un boicottaggio.

Malgrado questi blocchi politici, il regime continuava a godere dell’appoggio della comunità internazionale fino alla fine del 2010. Fiducioso nel suo futuro, si preparava a ottenere l’approvazione del parlamento a una legge che permetteva a Saleh di essere rieletto come capo di stato indefinitamente, e a suo figlio, Ahmed Ali Saleh, militare di carriera, di succedergli.

Galvanizzare la protesta

La primavera araba che è iniziata in Tunisia e in Egitto ha galvanizzato i movimenti di protesta in Yemen e ha accelerato il crollo della macchina di controllo dello stato. I giovani yemeniti, per la maggior parte non collegati ai partiti politici, prima si sono rivoltati nelle grandi città: Sana’a, Ta’iz e Aden. Soltanto in una seconda fase, i partiti di opposizione si sono uniti alle proteste e hanno tentato di far unire a loro la shabab al-thawra (gioventù della rivoluzione). In marzo e aprile le richieste e i metodi dei dimostranti sono confluite insieme – sia che fossero Houti o separatisti del sud, membri dei partiti di opposizione o società civile, membri di tribù, Islamisti o liberali. Erano uniti nel richiedere la fine del regime e il luogo preferito per esprimerle era un incrocio all’esterno dell’Università di Sana’a, la “piazza del cambiamento”.

Dopo che 52 dimostranti sono stati uccisi a Sana’a il 18 marzo, il regime è stato indebolito da defezioni nel partito al governo (il Congresso generale del popolo) ma anche, e in modo più significativo, da defezioni all’interno del governo, nei mezzi di comunicazione statali e nell’esercito. Il Generale Ali Mushin che è vicino al presidente ma che è anche rispettato dalla gioventù yemenita ed è noto per i suoi legami con gli Islamisti radicali, si è unito ai dimostranti e ha promesso loro protezione. Ha schierato i suoi soldati intorno alla zone dei sit-in) (i’tisam) a Sana’a. Questa alleanza ha rivelato le crepe all’interno del regime e ha mostrato che l’insurrezione non solo rischiava di subire un giro di vite ma anche di diventare un conflitto militare. L’appoggio di Mushim ha cristallizzato le tensioni tra i dimostranti: è servita per ricordare che la rivolta poteva fare da trampolino per i rivali storici di Saleh e per sottolineare la fragilità della sua scelta di pace che aveva sostenuto fino ad allora.

Tattiche astute

Saleh è stato all’altezza della sua reputazione come astuto esperto di tattiche. Dapprima ha fatto vedere che accettava un accordo che è stato negoziato con la mediazione delle monarchie del Golfo e poi si è rifiutato di firmarlo. Ha anche dimostrato la sua grande capacità di organizzare dimostrazioni di massa che hanno rivelato il grande squilibrio esistente tra gli schieramenti. Cercando di guadagnare tempo, ha creato dubbi e stanchezza tra i dimostranti, i giornalisti stranieri e gli osservatori politici.

Ha anche tentato di sfruttare le ovvie differenze tra i giovani dimostranti e i partiti di opposizione. L’immunità per Saleh e la sua cerchia è stata garantita da una bozza di accordo accettata dal Common Forum , ma rifiutata dagli shabab che erano stati tenuti fuori dalle trattative. Erano diffidenti nei confronti delle strategie della coalizione, specialmente quelle di Hamid al-Ahmar (erede di un potente clan tribale) e del suo partito al-Islah, che è diventato una presenza dominante tra le forze di opposizione.

Lo slogan “Irhal” (vattene!) scandito dai dimostranti non è certo un programma ed è improbabile che risolva tutte le crisi dello Yemen, specialmente quelle che riguardano l’identità, che era un problema del movimento secessionista nell’ex Yemen del sud fino dal 207. E lo slogan non supererà le disuguaglianze sociali e non fornirà una risposta immediata per i problemi economici o per le risorse naturali in calo.

Si dovrà affrontare anche il problema della sicurezza. Le ansie internazionali sono state provocate dai gruppi armati, specialmente da quelli della fazione di al-Qaida che opera nella Penisola araba (AQAP), che hanno approfittato del vuoto politico e dei progressi dovuti al fatto che l’azione anti-terroristica coordinata era a rischio in seguito alla caduta del clan di Saleh.

Dalla fine del 2009 molti bombardamenti delle forze statunitensi con obiettivo l’AQAP avevano indebolito la legittimità del regime yemenita,mentre si ripercuotevano soltanto marginalmente sull’efficacia operativa dell’AQAP. All’interno di essa, erano emerse figure in grado di assumere il comando, a livello internazionale di al-Qaida, rimasto vacante dopo l’uccisione di Osama bin Laden. Una di queste figure è Anwar al-Awlaki, un americano di origini yemenite. Meno di una settimana dopo la morte di bin Laden, al-Awlaki era stato l’obiettivo di un attacco di un velivolo senza pilota nella regione di Shawba, peraltro fallito.

L’equilibrio della paura

Il crollo dello Yemen sarebbe un rischio data la proliferazione di fonti di legittimazione (partitiche, tribali, religiose, generazionali) e di opposizione degli ultimi anni. Sotto l’unità apparente che si è vista nelle strade, il movimento contrario a Saleh è frammentato. La competizione tra il regime e l’opposizione, ma anche all’interno del opposizione o dell’esercito, potrebbe costare un prezzo alto. Malgrado la defezione di militari e di capi tribali, il presidente ha ancora il controllo di gran parte dell’esercito e delle forze di sicurezza comandate dai suoi alleati. In aprile scontri intermittenti hanno contrapposto la prima divisione corazzata comandata da Ali Mushin e le forze lealiste. Uno scontro a oltranza sarebbe estremamente violento.

Gli Yemenit
i sono consapevoli del rischio che il conflitto si intensifichi. Tuttavia si è stabilito un equilibrio delle paure, limitando il livello di violenza e di repressione fin dall’inizio del conflitto, ma anche rimandando indefinitamente il cambiamento. Per quattro mesi, ogni venerdi a Sana’a sono state organizzate grandi dimostrazioni a favore di Saleh, dandogli la possibilità di dichiarare la sua legittimità costituzionale. Queste dimostrazioni dipendono molto dalla rete di favoritismi del regime e sono di poco conto se paragonate alle enormi dimostrazioni spontanee di opposizione che si svolgono ogni giorno in tutto il paese. Nelle città e nei villaggi, nelle piazze che ora si chiamano “cambiamento” o “libertà” i protagonisti di questa rivoluzione, e, più di tutti gli shabab, hanno trasformato le regole del gioco politico. Le loro proteste sono state strutturate con luoghi, protagonisti e pratiche che, sebbene ispirate da vecchie abitudini, sono ancora nuovi.

Tawakkul Kaman, un’ attivista per i diritti umani vicina agli Islamisti (e donna), è diventata un simbolo della rivoluzione nascente. L’emergere di una nuova generazione, portata alla consapevolezza politica dagli eventi di gennaio in Medio Oriente, è stato accompagnato da un profondo cambiamento nelle politiche e nella logica dell’azione collettiva e da una trasformazione della società. Per quanto sia rischioso interpretare il processo rivoluzionario a breve scadenza, le proteste senza precedenti in Yemen suggeriscono che la sua rivoluzione ha un forte potenziale politico e può essere in grado di superare alcune delle divisioni esistenti nella società yemenita.

La protesta si trasforma

Le prime proteste e dimostrazioni che erano marce fatte la mattina o la sera, hanno lasciato il posto a sit-in ininterrotti. Il 1° febbraio poche dozzine di persone hanno deciso di piantare le tende fuori dell’Università di Sana’a. Il loro esempio è stato seguito e le piazze, le strade e interi quartieri in tutto il paese venivano occupate mentre cresceva il numero dei “campeggiatori” cresceva. Questi spazi erano adattati e riprendevano vita grazie alla presenza degli venditori ambulanti e dei comitati organizzativi.

Queste proteste si sono concretizzate in varie forme: slogan,esposizioni fotografiche, canti rivoluzionari, incontri festivi e famigliari, giornali, siti web e gruppi comunitari, dibattiti ed educazione alla disobbedienza civile. Inaspettatamente migliaia di membri di tribù hanno deposto le armi a favore di una protesta pacifica e hanno partecipato ai sit-in. Questa nuova forma di resistenza ha fatto vacillare le idee accettate da tutti sul comportamento della gente appartenente alle tribù (conservatorismo, arretratezza e violenza). E’ apparso un nuovo aspetto della gioventù yemenita: è politicizzata senza essere partigiana, è pluralista e autonoma. La bandiera nazionale e l’inno hanno sostituito i simboli settari e regionali dei precedenti movimenti di protesta. Molti partecipanti ed osservatori si chiedono se dovrebbero temere che dell’unità yemenita si indebolisca o se invece si stia rafforzando. Le mobilitazioni crescenti e la collaborazione di movimenti diversi hanno reso credibile l’idea di convergenza. Scambi e incontri tra gruppi regionali diversi hanno attirato l’attenzione sul riadattamento regionale della protesta e hanno sottolineato il ruolo fondamentale della città di Ta’iz, nello Yemen meridionale.

Nulla può nascondere la forza delle speranze dell’insurrezione popolare o le trasformazioni che ha già prodotto. Questo rappresenta un successo che gli Yemeniti dovranno far crescere.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza vive

URL: http://www.zcommunications.org/still-a-long-hard-raod-to-arab-democracy-by-laurent-bonnefoy


Citazione
buran
Reputable Member
Registrato: 1 anno fa
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L'unificazione (forzata) dello Yemen, in pratica l'annessione dello Yemen del Sud ("nasseriano" e filosovietico) al Nord, all'epoca appoggiato dagli Usa, fu l'ennesimo "capolavoro" rilasciatoci da Gorbaciov. Venne contrastato da militari e patrioti, lasciati soli da tutti, con una disperata resistenza che venne schiacciata.


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