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Finmeccanica. Una holding per la guerra


Eshin
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Finmeccanica. Una holding per la guerra

di Antonio Mazzeo

Metà bancomat per alimentare il sistema di corruzione politico nazionale e metà centro dispensatore di incarichi, consulenze e prebende per mogli, amanti e figli dei potenti di turno. Dopo la Fiat, Finmeccanica è la seconda holding industriale d’Italia: produce aerei, elicotteri, locomotive, carri armati, missili, satelliti e centri di telecomunicazione, con una spiccata vocazione per gli strumenti di morte da esportare ad ogni esercito in guerra. Dal 2009 è tra le dieci regine del complesso militare industriale mondiale e ha intrecciato partnership con i giganti d’oltreoceano moltiplicando ordini e commesse. Una gallina dalle uova d’oro per manager e azionisti, tra questi ultimi il Ministero dell’economia e delle finanze della Repubblica italiana che ancora controlla il 30,2% del pacchetto azionario.

Eppure l’holding esprime il volto peggiore della res publica. E non certo solo per quello che produce o per i sanguinari clienti di fiducia. Grazie ad un complesso meccanismo di scatole cinesi, rigorosamente con sedi all’estero, Finmeccanica gode d’immensi privilegi fiscali al limite dell’evasione. Negli ultimi tempi, poi, è sempre più dentro alle cronache giudiziarie, oggetto d’inchieste delle Procure di mezza Italia. Come quella sugli affari a suon di tangenti tra l’Enav, l’ente nazionale per l’assistenza al volo, e la controllata Selex Sistemi Integrati che ha costretto il potente amministratore delegato di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini e la moglie Marina Grossi (ad di Selex) ad abbandonare prematuramente i profumatissimi incarichi. Tira brutta aria pure per il successore di Guarguaglini, Giuseppe Orsi, indagato per corruzione internazionale e riciclaggio relativamente alla fornitura di 12 elicotteri AugustaWestland alle forze armate dell’India, una commessa che secondo i magistrati romani avrebbe comportato il versamento di tangenti per 41 milioni di euro ad alcuni funzionari indiani e di 10 milioni alla Lega di Bossi.

Sempre a Roma s’indaga sulle presunte tangenti versate durante la vendita al Comune di bus prodotti da Breda-Menarini, altra controllata Finmeccanica. E pure sulle consulenze “inutili” che sarebbero state affidate a Lisa Lowenstein, cittadina statunitense ed ex moglie di Vittorio Grilli, odierno ministro dell’Economia. A metà ottobre, su ordine dei magistrati di Napoli, è stato ordinato l’arresto dell’ex-direttore commerciale di Finmeccanica, Paolo Pozzessere, nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte tangenti per la vendita di aerei ed elicotteri a Panama e Russia e, con Fincantieri, di unità navali al Brasile. E nelle indagini è stato coinvolto pure l’ex ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola.

Un mese prima, invece, era finito in manette Pierluigi Romagnoli, ex manager Alenia-Finmeccanica e responsabile export di EADS, il consorzio internazionale di cui l’holding è socia nella produzione dei cacciabombardieri “Eurofighter Typhoon”. Romagnoli è stato accusato di bancarotta fraudolenta e riciclaggio e nel mirino degli inquirenti c’è la vendita sospetta di 15 aerei alle forze armate austriache.

L’ultimo anno è stato uno dei più difficili della storia di Finmeccanica anche dal punto di vista economico-finanziario. Nel 2011 tutti i risultati del gruppo sono stati negativi: sono stati persi 2.306 milioni di euro, contro i 557 guadagnati nel 2010. Gli ordini sono calati del 22%, attestandosi a 17.434 milioni e i ricavi sono scesi del 7% rispetto all’anno precedente. Dati ancora più drammatici sul fronte occupazione: nell’ultimo biennio, Finmeccanica è passata da 75.000 a 69.000 dipendenti. L’indebitamento finanziario netto è stato stimato il 30 giugno 2012 a 4,656 miliardi di euro, mentre il valore delle azioni è precipitato a 3,8 euro quando solo cinque anni prima ne valevano 21,2. A complicare il quadro è giunta qualche settimana fa la notizia del declassamento del rating dell’azienda da parte di Moody’s da Alta ad Accettabile capacità di ripagare i debiti a breve termine.

Nonostante siano state le scelte di puntare all’espansione del comparto bellico a danno di quello civile ad accelerare la crisi di Finmeccanica (secondo l’Istituto di ricerche svedese per la pace Sipri, il 58% del fatturato è generato da vendite di armi), l’ultimo Cda ha presentato un piano di “rilancio aziendale” che punta a concentrare gli sforzi quasi esclusivamente nel settore aerospaziale e delle telecomunicazioni militari. Tra gli obiettivi a breve e medio termine spiccano la dismissione delle aziende che operano nel settore dell’energia e dei trasporti (da cui i manager sperano di ricavare almeno un miliardo di euro) e l’applicazione di “interventi di risparmio e razionalizzazione” come ad esempio il “taglio” di oltre 900 dipendenti nelle industrie aeree. Prevista infine l’emissione di corporate bond per non meno di 750 milioni di euro, misura che sovraesporrà debitoriamente l’holding con il sistema bancario.

Intanto proseguono le ristrutturazioni e le fusioni aziendali nel settore a prevalente produzione bellica. Il polo aeronautico vede adesso operare congiuntamente Alenia e Aermacchi: si realizzano i cacciabombardieri “Tornado” ed “Eurofighter”, i velivoli da trasporto tattico C-27J “Spartan” e gli aerei d’addestramento M-346 ed MB-339. L’azienda è anche la capo commessa in Italia per il Joint Strike Fighter F-35, il supercostoso bombardiere di ultima generazione a capacità nucleare ed è la seconda maggior partecipante nel programma europeo “Neuron” per lo sviluppo di un nuovo velivolo d’attacco a pilotaggio remoto (UCAV). Sempre nell’ambito dei sistemi senza pilota che stanno rivoluzionando le strategie di guerra aerea del XXI secolo, Alenia Aermacchi sta sperimentando i dimostratori volanti “Sky-X” e “Sky-Y”.

Nel settore degli elicotteri militari, la holding conta su AugustaWestland, società produttrice dei modelli “NH90”, “AW129” e “Super Lynx 300” e che sta per commercializzare il convertiplano BA609 (un ibrido di guerra, metà elicottero e metà aereo) e gli elicotteri “Future Lynx” e “AW149”. Grazie ad Oto Melara, Finmeccanica controlla inoltre una fetta del mercato internazionale delle artiglierie navali e terrestri, dei carri armati, dei blindati e dei sistemi antiaerei. Attraverso le controllate Selex Sistemi Integrati, Selex Communications e Selex Galileo (dal 1° gennaio 2013 opereranno tutte sotto il marchio di Super Selex), il gruppo si è affermato nel business dell’elettronica e dei sistemi di comando, controllo, comunicazioni e intelligence. Sta assumendo sempre più importanza pure il settore spaziale, dove Finmeccanica opera attraverso Telespazio (una joint venture con la francese Thales), tra i principali operatori mondiali nella gestione di satelliti, civili e militari. Altra joint venture di importanza strategica è MBDA, azienda leader nella produzione di sistemi missilistici, dove Finmeccanica è presente insieme ai colossi europei BAE Systems ed EADS.

Nonostante l’ampio ventaglio di clienti internazionali (compresi quei paesi che dovrebbero essere posti sotto embargo perché belligeranti o violatori dei diritti umani), nell’ultima decade è cresciuto il pressing e il corteggiamento dei dirigenti di Finmeccanica verso l’Alleanza Atlantica e il suo paese-guida, gli Stati Uniti d’America. E gli affari non sono certo mancati.

Lo scorso mese di aprile Alenia Aermacchi si è aggiudicata un contratto dalla Netma - Nato Eurofigthter and Tornado Management Agency del valore di oltre 500 milioni di euro per la fornitura di servizi di supporto tecnico-logistico ai velivoli del programma “Eurofighter” in 4 nazioni (Italia, Germania, Spagna e Regno Unito). Selex Elsag, specializzata nella progettazione dei sistemi di comunicazione militare, in collaborazione con il colosso statunitense Northrop Gr
umman, ha ottenuto dall’agenzia Consultation, Command and Control NC3A della Nato un contratto di 58 milioni di euro per l’implementazione e la gestione del programma Computer Incident Response Capability (NCIRC) - Full Operating Capability (FOC). Esso interesserà circa 50 tra siti e comandi dell’Alleanza in 28 paesi ed è finalizzato a “rilevare e rispondere in modo rapido ed efficace a minacce e vulnerabilità legate alla sicurezza informatica (Cyber Security)”. Al programma è prevista pure la partecipazione di Vega, la società di consulenza ingegneristica nel settore aerospaziale e della difesa, acquistata da Finmeccanica nel 2008 in Gran Bretagna. Sempre in ambito Nato, Selex Elsag gestirà l’ammodernamento dei centri di telecomunicazioni satellitari di Kester (Belgio), Lughezzano (Verona), Oglaganasi (Turchia) e Atalanti (Grecia), nonché la formazione e l’addestramento del personale militare presso la NATO Communications & Information Systems School di Borgo Piave, Latina.

Nel maggio 2011, la NATO Air Command and Control System Management Agency (NACMA) aveva affidato a Selex un altro importante contratto del valore di 30 milioni di euro, per la fornitura e l’installazione di sistemi di comunicazione in diversi siti terrestri di Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Turchia e Ungheria, nell’ambito della cosiddetta Rete Link 16 che consente lo scambio dati con i vettori dell’Alleanza nello spazio aereo europeo. Nell’ultimo biennio, l’agenzia NACMA ha affidato a Selex Sistemi Integrati anche l’installazione nei siti Nato in Ungheria e Norvegia di 173 posti operatore del sistema di comando e controllo aereo ACCS e l’integrazione di 230 sensori per tutti gli undici siti di replica ACCS dell’Alleanza (importo complessivo 24,5 milioni di euro).

In ambito Nato, Finmeccanica è in corsa per aggiudicarsi una porzione consistente del business relativo all’acquisizione di nuovi sistemi di comando, telecomunicazione e intelligence e di “difesa” dai missili balistici e di teatro. A fine ottobre, la NATO Communications and Information Agency ha annunciato di essere pronta a spendere in questi settori sino a 2,1 miliardi di euro nei prossimi 18 mesi. Sistemi radar made in Italy per la “costruzione di un’architettura anti-missili balistici” sarebbero stati testati “con successo” in occasione di un’esercitazione multinazionale (Ensemble Test 2) condotta da quest’ultima agenzia dal 25 al 29 settembre scorso. “I test hanno confermato la compatibilità del nuovo sensore italiano con la nuova architettura di difesa missilistica dell’Alleanza”, ha dichiarato il direttore del programma, Alessandro Pera. Nel corso dell’esercitazione sono stati provati inoltre i “sistemi di difesa da missili superficie-aria a medio raggio” di coproduzione franco-italiana e il nuovissimo Principal Anti Air Missile System (PAAMS), il sistema di armi anti-aeree che sarà installato a bordo delle fregate europee di nuova generazione “Horizon”. A capo di PAAMS c’è un consorzio di aziende internazionali il cui 77% dei capitali è in mano a MBDA (partecipata Finmeccanica), mentre nella produzione delle nuove unità da guerra sono presenti Fincantieri e la stessa Finmeccanica.

L’holding italiana si è preparata da tempo all’appuntamento con lo scudo anti-missili che la Nato intende dislocare anche “fuori dai confini geografici dell’alleanza” per la “protezione” delle unità impegnate in operazioni internazionali. Nel settembre 2005, Finmeccanica è entrata a far parte di Alliance Shield, un consorzio di cui fanno parte, tra gli altri, BAE Systems e Lockheed Martin. Risale allo stesso periodo il consolidamento della partnership di Finmeccanica con il colosso statunitense delle armi: fu firmato infatti pure l’accordo capestro per la produzione di piccole componenti dell’F-35 (Lockheed è il prime contractor Nato ed extra Nato del cacciabombardiere) e, attraverso MBDA, per lo sviluppo del controverso programma di “difesa” aerea a corto e medio raggio “MEADS”, progettato in ambito alleato in vista della sostituzione del sistema “Patriot” negli Stati Uniti e in Germania e “Nike Hercules” in Italia. Al “MEADS” Lockheed Martin partecipa con il 58% delle spese; il resto è sulle spalle di Germania (25%) e Italia (17%).

Più di un analista ha rilevato come scudi stellari, F-35 e MEADS siano stati inseriti all’interno di un più ampio piano di cooperazione bilaterale Italia-Usa che ha consentito, da una parte, l’accesso di Finmeccanica alle commesse del Pentagono e, dall’altra, la piena disponibilità dei governi nazionali (quello di centrosinistra con Prodi, quello di centrodestra con Berlusconi e l’’odierno “tecnico” di Monti) a concedere l’uso del territorio italiano per i piani di riarmo di Washington (il Dal Molin di Vicenza, Sigonella “capitale mondiale dei droni”, i Comandi US Africom a Vicenza e Napoli, l’installazione del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS a Niscemi, di cui proprio Lockheed è il principale contractor).

“Il raddoppio della base americana di Vicenza sta terremotando il governo Prodi, che ha deciso in quella direzione, forse, anche per evitare di compromettere eventuali commesse militari che il Pentagono potrebbe, a breve, assegnare ad aziende italiane”, segnalò Luciano Bertozzi sul mensile Nigrizia nel numero del febbraio 2007. “Del resto, Finmeccanica è in lizza per la fornitura alle forze armate di Washington di un grande numero di aerei da trasporto militari, ma soprattutto è in ballo la realizzazione dell’aereo più costoso della storia il JSF o F35, che sarà adottato, oltre che dagli Usa, anche da numerosi Paesi Nato, con un giro di affari di molti miliardi di dollari…”. Una specie di do ut des, commesse in cambio di basi, facilitato dall’incondizionato sostegno italiano agli interventi Usa e Nato in Afghanistan e Iraq nel nome della “lotta al terrorismo” internazionale. Tra i maggiori interpreti, a Roma, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, odierno ministro della difesa. La decisione di acquistare i superbombardieri di Lockheed Martin e lanciare Finmeccanica nella gara per lo scudo stellare è maturata quando l’alto ufficiale ricopriva il ruolo di Segretario Generale della Difesa - Direttore Nazionale degli Armamenti. Dopo che Di Paola fu promosso a Capo di Stato maggiore delle difesa (ruolo ricoperto dal marzo 2004 al febbraio 2008), l’Italia ha accolto le richieste di Washington per trasferire a Vicenza la 173^ brigata aviotrasportata di US Army, installare in Sicilia MUOS e Global Hawk e trasformare l’intera penisola in piattaforma avanzata per le nuove operazioni delle forze armate nel continente africano.

La sapiente tessitura di relazioni politiche, diplomatiche, militari e industriali sarà premiata il 21 ottobre 2008. In occasione del vertice tra il ministro della difesa Ignazio La Russa e il segretario statunitense Robert M. Gates, viene firmato infatti un aggiornamento del Defense Procurement Memorandum of Understanding in forza del quale, come recita il comunicato del Pentagono, “ogni governo dà accesso al suo mercato della Difesa all’industria dell’altro paese”. “L’accordo – si spiega ancora - favorisce la razionalizzazione, la standardizzazione e l’interoperabilità degli equipaggiamenti per la Difesa fra gli alleati e con gli altri governi alleati”. Italia e Stati Uniti avevano firmato per la prima volta un accordo di cooperazione per la produzione di sistemi di guerra nel 1978 e il Memorandum era stato rinnovato l’ultima volta nel 1990.

L’ingresso delle aziende Finmeccanica nel mercato di guerra Usa rischia tuttavia di trasformarsi a medio termine in un incubo per gli azionisti. Quello che in un primo momento era stato festeggiato come un affare da 6-7 miliardi di dollari, la fornitura sino a 145 velivoli da trasporto tattico C-27J, è oggi uno dei flop più clamorosi della
storia dell’aeronautica militare mondiale. Nel 2005, la controllata Alenia North America si era alleata con L-3 Communications Integrated Systems, Boeing, Rolls Royce e Honeywell per concorrere al programma Joint Cargo Aircraft per le necessità operative delle forze armate Usa in Iraq e Afghanistan. Due anni più tardi, in occasione della visita in Italia dell’allora presidente Gorge Bush, il Pentagono annunciò la decisione di assegnare al consorzio italo-statunitense la miliardaria commessa, a condizione che realizzazione e assemblaggio dei velivoli venissero affidati in buona parte agli stabilimenti con sede negli States. Dopo massicci investimenti per avviare la produzione, le aziende si videro però ridurre l’ordine a soli 38 cargo. Alla tredicesima consegna, nel gennaio 2012, la doccia fredda: Washington potrebbe decidere di sospendere l’acquisto in conseguenza dei tagli al bilancio richiesti dal Congresso.

Irrigidendo le politiche protezioniste con la scusa di voler fronteggiare la grave crisi economica ed occupazionale, nel 2009 Barack Obama ha pure deciso la cancellazione del programma per i nuovi elicotteri presidenziali, basati sul modello “AW101” di AgustaWestland. Nel gennaio 2005, l’azienda di Finmeccanica, in joint venture con l’immancabile Lockheed Martin, aveva sottoscritto con le autorità Usa un contratto da 6,5 miliardi di dollari per 23 velivoli. il dietro front di Obama ha bruciato l’affare quando 7 elicotteri erano già stati costruiti.

Ancora peggio quanto si è verificato con l’acquisizione, nel maggio 2008, di DRS Technologies, una delle maggiori fornitrici alle forze armate Usa di apparecchiature e programmi di comando, controllo e comunicazione, computer, sistemi d’intelligence e sorveglianza, centri di elaborazione dati “Aegis” per unità navali, componenti varie per carri armati “Abrams” e cacciabombardieri F-15 ed F-16. Fondata nel 1968 a Parsipanny, località non molto distante da New York, DRS occupa 10.000 dipendenti e ha un fatturato annuo poco inferiore ai 3 miliardi di dollari. Per impossessarsene, Finmeccanica ha dovuto sottoscrivere con il Dipartimento della difesa un “accordo speciale di sicurezza” che garantisce all’Amministrazione Usa la tutela delle informazioni classificate. “Con l’acquisizione di DRS (il cui direttivo rimarrà solidamente in mano all’attuale management statunitense), Finmeccanica e i suoi dirigenti entrano nel circolo dell’apparato sicuritario statunitense che - attraverso le limitazioni di legge all’influenza di gruppi stranieri sulla produzione bellica nonché attraverso i meccanismi con cui si regolano i vari gradi di accesso a informazioni segrete o sensibili - producono una reale sudditanza del nostro paese alle scelte strategiche delle Amministrazioni Usa e al loro apparato di intelligence”, denunciò su il Manifesto (16 maggio 2008), lo studioso Sergio Finardi.

Un’operazione “suicida” confermata pure dall’entità del denaro che Finmeccanica ha dovuto sborsare per rilevare la società (3,4 miliardi di euro), grazie al rastrellamento di ogni singola azione sul mercato a 81 dollari, quando appena un mese prima il valore si attestava a 63 dollari e 74 cent. Un’emorragia finanziaria “sanata”, l’agosto seguente, con un aumento del capitale dell’holding di 1,4 miliardi (il ministero del Tesoro ha dovuto sborsare 250 milioni di euro circa ma ha ridotto la propria partecipazione dal 33,7 al 30,2%), l’emissione di un miliardo di euro in obbligazioni a 5 anni a un tasso dell’8,12% e l’assunzione di un maxidebito con il sistema bancario internazionale (è stato accordato a Finmeccanica un finanziamento complessivo di 3,2 miliardi di euro, accresciuto successivamente a 7 miliardi). “Sfortunatamente per Finmeccanica nel mezzo dell’operazione di acquisto si è inserita la crisi finanziaria internazionale che ha reso più difficile far quadrare i conti del’operazione”, commenta l’IRES Toscana che ha curato la ricerca Finanza e Armamenti. Istituti di credito e industria militare tra mercato e responsabilità sociale (Edizioni Plus - Pisa University Press, 2010). “Da un lato le emissioni obbligazionarie sono divenute più costose, proprio mentre andava accelerato il rimborso agli investitori obbligazionari di DRS; dall’altro lato la collocazione di società non strategiche del gruppo è divenuta bruscamente meno redditizia per l’abbassamento degli indici di borsa (e quindi del valore di borsa di quelle società)”.

L’incondizionata fedeltà italiana alle avventure militari di Washington ha comunque consentito a DRS Technologies di ricevere nuove importanti commesse. A fine 2008, la società ha venduto sistemi elettronici e di visione “JV-5” per 531 milioni di dollari, da montare sui veicoli ruotati e cingolati dell’esercito e dei marines. Nell’estate del 2009, si è invece aggiudicata un contratto di 143,9 milioni di dollari per produrre “addestratori P5” per i caccia dell’aeronautica e della marina militare Usa, e 270 rimorchi “M1000” per il trasporto su strada e terreni accidentati dei carri armati M1 “Abrams”. Nel settembre 2010 è giunto invece un contratto da 1,9 miliardi di dollari per la fornitura di tecnologie ad infrarossi da utilizzare a bordo di mezzi da combattimento medi e pesanti.

Due importanti commesse rialgono alla fine del 2011, la prima insieme a Lockheed Martin per la fornitura di sistemi di combattimento e sonar ai sottomarini nucleari delle classi “Los Angeles”, “Seawolf” e “Virginia” (400 milioni di dollari); la seconda per la fornitura di servizi di supporto ai mezzi blindati e carri armati di Us Army (47,3 milioni di dollari). Nel gennaio 2012 la società è stata chiamata a fornire nuovi sistemi di navigazione per gli elicotteri “Pave Hawk HH-60G” dell’Us Air Force e sistemi elettronici avanzati per gli aerei E-6B di Us Navy (63 milioni).

La progressiva americanizzazione del complesso industriale militare nazionale è confermata pure dalla scalata azionaria di importanti fondi d’investimento privati Usa. Meno di un anno fa, come riporta il volume Armi, un affare di stato (Chiarelettere, 2012), tra i maggiori azionisti di Finmeccanica comparivano Tradewinds Global Investors (5,38%), Deutsche Bank Trust Company Americas (3,6), BlackRock (2,24) e Grantham Mayo Van Otterloo & Co. (2,05). Ad essi vanno aggiunti, secondo quanto rilevato da IRES Toscana, società e fondi pensione statunitensi che detengono pacchetti azionari di minore entità e che hanno partecipato alle assemblee dei soci Finmeccanica nel 2008 e nel 2009: New Perspectives Fund (1,96%), Fundamental Investors (1,18), Capital World Growth Fund (0,64), Europacific Growth Fund (0,47), Ishares Msci Eafe Index Fund (0,28), GMO Foreign Fund (0,14), Thrivent Partner International Stock Portfolio (0,13), State Street Bank and Trust Company Investment Funds (0,12). Insieme, il capitale finanziario a stelle e strisce dovrebbe controllare già più del 18% della sempre meno italiana Finmeccanica. Di contro, a riprova del processo di globalizzazione di quello che ormai legittimamente può essere definito il complesso militare-finanziario-industriale, i gruppi bancari italiani più importanti, contestualmente azionisti e creditori di Finmeccanica - attraverso una moltitudine di fondi flessibili, bilanciati e misti - hanno fatto incetta di importanti quote azionarie dei colossi bellici Usa come Lockheed Martin, Northrop Grumman, Boeing, General Electric, L-3 Communications. Un’evoluzione dei mercati che nell’ultima decade ha reso sempre più inestricabile la partnership di guerra Italia-Stati Uniti d’America.

Articolo pubblicato in Guerre & Pace, n. 169, gennaio 2013.


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Truman
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Attacco a Finmeccanica (a vantaggio dei francesi)
17 novembre 2012
Rodolfo Casadei

Ce l’avevano quasi fatta. Alla fine di giugno era toccato al ministro della Difesa Giampaolo Di Paola scendere a Brasilia per riannodare i fili del discorso col suo omologo brasiliano, Celso Amorim. E che discorso: in ballo c’era la gara per fornire alla marina brasiliana cinque cacciatorpediniere/fregate lanciamissili da 6.000 tonnellate, altrettante corvette/pattugliatori da 1.800 tonnellate e una grande nave rifornitrice. Un programma che non riguarda solo la realizzazione delle navi ma anche gli allestimenti, l’elettronica e gli armamenti. Una commessa da 5 miliardi di euro che fa gola anche a francesi, tedeschi, britannici, spagnoli, sudcoreani, eccetera. Negli stessi giorni anche l’amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono, l’azienda predestinata a costruire le navi in caso di vittoria dell’offerta italiana, era nel paese sudamericano a ritessere la tela con funzionari del ministero della Difesa brasiliano, in particolare con l’ex presidente del Partito dei lavoratori (quello del presidente Dilma Rousseff e del suo predecessore Lula) Josè Genoino. Poi il 18-20 settembre è stata la volta di Corrado Passera, il ministro dell’Industria, di recarsi in Brasile ufficialmente per trattare accordi industriali a largo raggio, ma senza perdere di vista l’obiettivo numero uno di restaurare il primato italiano nell’operazione corvette e cacciatorpediniere.

Le cose sembravano rimettersi per il meglio quando… patatrac! Il 23-24 ottobre arrivano sui quotidiani verbali di interrogatori rilasciati ai Pm di Napoli quasi un anno prima (novembre 2011) da Lorenzo Borgogni, ex responsabile delle Relazioni istituzionali di Finmeccanica, indagato sin dall’inizio del 2011 con accuse di frode fiscale e finanziamento illecito ai partiti. Già ad aprile di quest’anno erano trapelate dichiarazioni pirotecniche da sue deposizioni. Borgogni aveva accusato il da poco presidente di Finmeccanica Giuseppe Orsi di aver ricevuto sei auto Maserati da aziende fornitrici della società e Comunione e Liberazione di essere destinataria di dazioni di denaro. Stavolta all’ex dirigente di Finmeccanica è attribuita la denuncia di una tangente di ben 550 milioni di euro (sarebbe una delle più grosse di tutta la storia mondiale delle commesse militari) sull’affare delle famose fregate di Fincantieri da vendere al Brasile, e il coinvolgimento dell’ex ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, indicato come colui che avrebbe sollecitato la dazione di denaro, pari all’11 per cento del valore della transazione. Il nome di Scajola è accompagnato da altri, italiani e brasiliani, fra i quali spicca quello dell’ex ministro della Difesa brasiliano Nelson Jobim.

L’affare, che sarebbe la salvezza per una Fincantieri in difficoltà e un successo di portata storica per l’industria della difesa italiana, torna in alto mare. Forse definitivamente. Qualcuno avverte un senso di dejà vu. Sulla Stampa esce uno strano articolo incentrato su dichiarazioni di “collaboratori di Jobim”, i quali non si limitano a smentire di essere coinvolti in storie di tangenti, ma ironizzano sull’apparente autolesionismo italiano, asserendo che il contratto «era praticamente cosa fatta, mentre ora il vostro paese può attendere il 2040 per chiudere un affare che, invece, ora appare oramai quasi chiuso a vantaggio della Francia».

La Francia, già, la Francia… È da anni che va avanti il braccio di ferro fra italiani e francesi per la faraonica commessa della marina brasiliana. Di qua Fincantieri e Finmeccanica, di là la Dcns. I primi sembrano essere avvantaggiati per i prezzi migliori a parità di qualità. Finché nel marzo 2007 succede una strana cosa: Cesare Battisti, terrorista latitante dal 2004 fuggito dalla Francia dove viveva da molti anni alla vigilia della sentenza del Consiglio di Stato francese che lo avrebbe dichiarato estradabile in Italia, riappare in pubblico sulla spiaggia di Copacabana a Rio de Janeiro e viene arrestato. Chiede asilo politico e gli viene concesso il 13 gennaio 2009, contro il parere del Comitato nazionale per i rifugiati. Scende il gelo nei rapporti fra Italia e Brasile, e la trattativa per le fregate si arena. Provvidenzialmente per i francesi. Ma l’Italia non demorde: nell’aprile 2010, mentre pendono i vari ricorsi sul destino di Battisti, a Washington Lula e Berlusconi firmano un accordo di partnership strategica che prevede che alcune delle navi della famosa commessa vengano costruite in Brasile, a giugno scende a Brasilia il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto per un altro accordo firmato col ministro Amorim sempre relativo alle navi da costruire e tecnologie da trasferire. Ma il 31 dicembre dello stesso anno Lula rifiuta di firmare l’estradizione del terrorista, e i rapporti fra Italia e Brasile tornano in crisi.

La campagna della stampa
Insomma, in questa storia infinita della grande gara per l’ammodernamento della marina militare brasiliana succede sempre qualcosa che manda all’aria la trattativa con l’Italia, il paese che attraverso Fincantieri e Finmeccanica fa l’offerta migliore, e che rilancia le quotazioni della Francia, benché i servizi della Dcns, il campione nazionale, appaiano generalmente più costosi. Magari c’entra qualcosa il fatto che a fondarla sia stato il cardinal Richelieu nel lontano 1631. Magari c’entra la tendenza italiana all’autolesionismo.

Finmeccanica è il secondo gruppo industriale italiano, il primo per contenuti di alta tecnologia. In Europa rappresenta il terzo più grande attore per fatturato del settore difesa. Nel 2005 aveva vinto la gara per la fornitura dell’elicottero presidenziale negli Stati Uniti, risultato poi annullato da Barack Obama nel 2009. L’anno scorso per la prima volta dopo anni il gruppo ha risentito della crisi e ha segnato ricavi inferiori all’anno precedente, attestandosi a 17,3 miliardi di euro, e un bilancio in perdita per 2,3 miliardi di euro. Nonostante le raffiche di inchieste giudiziarie che hanno continuato ad affliggerlo, le dimissioni del vecchio presidente e amministratore delegato (Pierfrancesco Guarguaglini, sostituito da Giuseppe Orsi prima come ad dal 4 maggio 2011 e poi come presidente dal successivo 1 dicembre), arresti di dirigenti, ex dirigenti o collaboratori, la perdurante crisi economica generale e i tagli nei bilanci per la difesa dei tre mercati di riferimento (Italia, Regno Unito e Stati Uniti), quest’anno il gruppo chiuderà prevedibilmente con la stessa cifra di ricavi dell’anno scorso, ma con un risultato operativo per 1,1 miliardi di euro. Dall’inizio dell’anno il gruppo ha guadagnato il 30 per cento in Borsa. Finmeccanica si presenterà insieme all’americana Northrop alla nuova gara, tutta obamiana, per il nuovo elicottero presidenziale, e molto probabilmente la rivincerà. Ha firmato con Israele un contratto per la fornitura di 30 aerei da addestramento. Ha vinto quest’anno due contratti Nato per sistemi di sicurezza informatici e per sistemi di sorveglianza aria-terra. Ha venduto 10 C 27J (aerei da trasporto tattici) all’Australia. Insomma, la cura Orsi sta facendo effetto. Eppure non passa giorno senza che qualche partito o qualche grande giornale non chiedano al governo Monti l’azzeramento dei vertici di Finmeccanica. Se l’esecutivo seguisse le indicazioni di editorialisti e Di Pietro vari, Finmeccanica diventerebbe l’unico grande gruppo mondiale della difesa e dell’aerospazio che in diciotto mesi cambia tre volte i suoi vertici: roba da barzelletta, da harakiri sui mercati mondiali.

Quello dei manager e capitani d’industria della difesa tecnologicamente avanzata e dell’aerospazio è un mondo altamente selettivo, un club chiuso dove viene ammesso solo chi padroneggia perfettamente la materia, dalle conoscenze ingegneristiche alle logiche industriali. Eppure sul giornale della Confindustria, Il Sole 24 Ore, si possono leggere ipote
si stravaganti: «L’ambasciatore americano a Roma David Thorne potrebbe essere un ottimo presidente di Finmeccanica». Come se un esperto d’arte e brillante finanziere (questo è Thorne), per giunta forte portatore di interessi di un paese in cui hanno sede i principali competitor di Finmeccanica, potesse tranquillamente prendere il posto di un signore, Giuseppe Orsi, che da 40 anni opera nel settore dell’aeronautica e dell’aerospazio e che ha trasformato l’Agusta (di cui è stato direttore di marketing e ad) da produttore su licenza a uno dei più prestigiosi produttori in proprio mondiali e, dopo la fusione con Westland, nel fiore all’occhiello di Finmeccanica. Un ingegnere aeronautico cui la regina Elisabetta II ha conferito due anni fa l’onorificenza di “Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico”.

Certo, il problema è la gragnuola di inchieste giudiziarie piovuta in due anni e mezzo su Finmeccanica e dintorni. Che sembra dare diritto all’approssimazione informativa. Quando in aprile arriva sui giornali la prima ondata di accuse di Borgogni che coinvolgono anche Orsi, il Corriere della Sera titola “Sei Maserati in cambio di appalti”. In realtà la procura di Napoli ha già appurato che si tratta di una bufala, che le sei Maserati facevano parte del prezzo pattuito per l’acquisto da parte di Fiat di un elicottero AW 129, e che possono confermarlo Luca Cordero di Montezemolo e Sergio Marchionne, ma la notizia rimbalza per giorni nonostante l’immediata smentita di Finmeccanica. Nota bene: l’elicottero dell’Agusta va a sostituire un elicottero francese fino a quel momento utilizzato da Fiat. È simile la storia delle presunte consulenze di Finmeccanica all’ex moglie del ministro dell’Economia Vittorio Grilli: a settembre prima i quotidiani poi la trasmissione televisiva Servizio Pubblico danno la notizia che Orsi avrebbe dichiarato che era a conoscenza di consulenze assegnate dal gruppo alla signora; solo la pubblicazione quasi integrale di intercettazioni di un colloquio fra Orsi ed Ettore Gotti Tedeschi su Il Fatto del 5 novembre chiarirà che Orsi stava riferendo affermazioni fattegli da Alberto Nagel, l’ad di Mediobanca. Che un’attenta verifica dei contratti di consulenza dimostrerà non fondate.

Strane coincidenze
Quando si tratta di Finmeccanica, le stranezze si aggiungono alle stranezze: Orsi ha operato a livelli via via sempre più alti nel mondo dell’aeronautica e della difesa per 40 anni senza mai essere sfiorato da uno scandalo, ma questi improvvisamente si presentano quando diventa prima ad e poi presidente di Finmeccanica. E senza che nessuno faccia caso al particolare che Orsi viene accusato da un ex dirigente che lui ha di fatto costretto alle dimissioni per imputazioni per le quali poi lo stesso ha patteggiato. Massimo risalto alle accuse sulla presunta tangente da 10 milioni di euro che sarebbe stata pagata nell’affare dei 12 elicotteri venduti all’India nel 2010, quando Orsi era ancora ad di AgustaWestland, minimo risalto alle smentite indiane e alla conferma da parte indiana che la consegna della commessa andrà avanti come pattuito, coi primi elicotteri che dovrebbero essere consegnati nei prossimi due-tre mesi. Minimo risalto pure al fatto che nel passaggio dell’inchiesta da Napoli a Busto Arsizio Orsi non è più indagato per riciclaggio e finanziamento illecito ai partiti, ma solo per corruzione internazionale. Ma, così tanto per sapere, se agli indiani girassero troppo i cosiddetti e la gara vinta in India dall’AgustaWestland dovesse essere riaperta, chi è che potrebbe sperare di subentrare all’azienda del gruppo Finmeccanica? Beh, alla gara del 2010 partecipava Eurocopter, un’azienda che ha un fatturato di 5,4 miliardi di euro all’anno (Agusta arriva a 4 miliardi circa). E dove ha sede Eurocopter? Ha sede a Marignane, vicino a Marsiglia. Ma quante strane coincidenze.

http://www.tempi.it/attacco-a-finmeccanica-a-vantaggio-dei-francesi


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Petrus
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...e oggi arrestato Orsi...


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