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Il libretto arancione


Tao
 Tao
Illustrious Member
Registrato: 3 anni fa
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Purtroppo è un libro abbastanza noioso questo “libretto arancione” di Walter Veltroni, La nuova stagione (Rizzoli, pagg. 142, 10 euro), che dovrebbe essere la piccola summa delle ragioni fondanti del Partito Democratico, ed è in realtà l’edizione per libreria – ottenuta con una semplice conversione dei file da Word a XPress – di cose che Veltroni aveva già pubblicato più o meno altrove. Purtroppo – a dispetto dell’intenzione dell’autore stesso di produrre uno “shock di innovazione” – è un’occasione sprecata per chi l’ha scritto e per chi ne dovrebbe essere il destinatario; prima degli altri, forse, quelli che vorrebbero andare a votare alle primarie del 14 ottobre. Un’occasione sprecata per confrontarsi, capirsi, parlare, trovare un terreno comune, vicinanze e distanze, una dialettica, rispetto una cosa ancora così evanescente come il Pd.
Ma la causa è strutturale e inevitabile: la vaghezza al limite dell’impalpabilità è proprio la grana del discorso veltroniano, che – aspirando espressamente all’opposto – s’imprigiona invece nella sua inconsistenza. Il tutto si potrebbe riassumere citando il racconto “Orator fit” di Achille Campanile (da Manuale di conversazione), in cui viene elargita la soluzione definitiva per imbastire un discorso in qualsiasi occasione. In poche parole, suggerisce Campanile, basta che diciate che “questo non è un punto di arrivo ma un punto di partenza”. Va bene a un matrimonio, come a un funerale; e va bene anche per La nuova stagione. Qui non si tratta del punto di arrivo del Novecento, ma di un punto di partenza – per non si sa dove, ma comunque via. Nel libretto non c’è molto di più. Ci si libera (leggi: sbarazza) della storia dei partiti novecenteschi italiani come di una zavorra che ha pesato sulla politica italiana fino a paralizzarla, del conflitto di classe come di un sistema di “blocchi sociali”, e si procede all’edificazione del nuovo.

A questo punto, però, bisognerebbe spiegare a Veltroni che se uno opera un repulisti di idee, concetti, parole presuntamente vecchie, il rischio è quello di non ritrovarsi con niente in mano. E infatti, ecco che si nota per tutto il tempo della lettura (una mezz’ora abbondante) un annaspare continuo, in cerca di lemmi che non siano connotati, incrostati in qualsiasi modo di un odore novecentesco, vetusto e fetente. Si usa e si abusa così di tutte quelle parole che in sociolinguistica vengono chiamati “plastismi”, ossia termini onniadattabili, slegati da una reale funzione di significare. Le parole chiave del partito nascente saranno dunque due: “innovazione” e “decisione”, così come la caratteristica fondamentale sarà quella di “essere un partito a vocazione maggioritaria”, e giù a cascata con questa serie di espressioni plastiche come “una coalizione «per» e non una coalizione «contro»”, oppure “Il Partito democratico nasce per affermare un’idea diversa e nuova: quel che conta è governare bene, sulla base di un programma realistico e serio”.

A Veltroni e al suo staff bisognerebbe appunto far ricordare che l’aspetto primario, fondamentale del linguaggio è il carattere oppositivo del significato. Uno capisce la riluttanza al conflitto: e se c’è una parola contro cui si batte di cuore Veltroni è “identitario”. Uno capisce il tentativo di aggregare invece di disperdere: evidente fin dal sottotitolo Contro tutti i conservatorismi se non addirittura dalla “neutralità” del colore arancione della copertina. Ma purtroppo il linguaggio funziona così. Una lingua identifica perché classifica distinguendo.
Lezione numero uno dell’esame di Linguistica Generale: ogni segno linguistico, per cui ogni parola, è oppositivo in quanto la sua identità risulta dalla differenza rispetto a qualunque altro segno del sistema di comunicazione di riferimento. Lo intuì meravigliosamente Saussure all’inizio del secolo, e qualcosa del genere voleva dire quel filosofo indiano quando sosteneva che il significato della parola “mucca” è “non non-mucca”.

Il significato o è oppositivo o non è. Una cosa vuol dire quello proprio perché non vuol dire nessuna delle altre cose. In un discorso programmatico ad un certo punto occorrerà farci i conti?
E invece Veltroni svicola il più possibile, usa “credibilità”, “autorevolezza” a pie’ sospinto, costruisce interi paragrafi usando quelle figure retoriche che Wittgenstein definirebbe frasi prive di significato: tautologie, sinonimie, autoverificazioni… Del tipo, per capirci: “Governare significa decidere e decidere significa scegliere: bisogna dire dei sì e dei no”, oppure “Quando diciamo che il Partito Democratico è un partito «a vocazione maggioritaria» è precisamente questo che intendiamo: un partito che non punta a rappresentare questa o quella componente identitaria (sic) o sociale, per quanto ampia possa essere, ma porsi l’obiettivo di carattere generale di conquistare i consensi necessari a portare avanti un programma di governo, incisivamente riformatore”.
Finché a un certo punto azzarda la mossa più spietata per la logica del linguaggio. Sostituire al livello semantico quello pragmatico. Facciamo un esempio. Voi vi sposate con qualcuno: pronunciate le parole “Sì, lo voglio” e quelle parole sono un atto linguistico, un’emissione di suono che però – in questo caso in maniera evidente – produce conseguenze non insignificanti nella realtà. Ora però il vostro “Sì, lo voglio” dovrà essere motivato, si presuppone che abbia un referente semantico, l’amore nel migliore dei casi, l’interesse per una dote, il gusto di mettersi un vestito bianco, il poter condividere dei diritti. Uno non si sposa per sposarsi.
Ora, alla luce di questa differenza, come commentate il rovesciamento che Veltroni propone esplicitamente a pag. 20 della Nuova stagione? “Si tratta di una rivoluzione culturale e morale. Si tratta di restituire moralità alla politica. Si potrebbe dire che si tratta di affermare una visione «antimachiavellica» della politica stessa […] Il fine della politica dev’essere un altro: dev’essere il preseguimento dell’interesse del Paese, attraverso la costruzione del necessario consenso attorno a un programma di governo”. È la versione orwelliana dell’utilitarismo di Bentham e Mill – la felicità, il benessere per più gente possibile, senza però neanche la base teorica di Bentham e Mill, senza neanche chiedersi che cos’è questo benessere. Altruismo? Edonismo? Un diverso status economico?
Il paradosso di tutto questo è che il nuovo corso veltroniano si pone invece all’insegna della concretezza. E in nome di quest’ideologia anti-ideologica, il decidismo verrebbe da chiamarlo, ci viene proposto nelle ultime pagine il famoso decalogo di idee anche condivisibili: pannelli solari, calmiere per gli affitti, snellimento delle procedure parlamentari… Tutte idee che non possono non incontrare appunto il consenso dei più, e che – essendo al massimo un calendario di proposte di leggi per un governo di sei mesi post-Prodi – hanno dunque il difetto di voler essere la base teorica di un partito al suo atto fondativo. La nuova stagione? Sì, certo potrebbe essere la prossima primavera, oppure l’estate.

Perché Veltroni ha fatto una scelta di profilo così basso retoricamente? Perché non ha saputo investire su un repertorio simbolico più sentito, più personale? Ha paura di perdere qualche consenso tra gli alleati? Aspetta l’investitura del 14 ottobre? Teme di essere utilizzato come spina nel fianco nel governo Prodi? Deve tenere contro delle reazioni dei sondaggi? Oppure – e qui cadrebbe ogni speranza – non lo vuole, o non lo sa proprio fare?

Christian Raimo
Fonte: www.nazioneindiana.com
Link: http://www.nazioneindiana.com/2007/10/04/il-libretto-arancione/#more-4546
5.10.07


Citazione
zeppelin
Estimable Member
Registrato: 3 anni fa
Post: 224
 

Già i primi vagiti pre-natale dell'ancora-più-nuovo partitone nazionale non traboccano d'entusiasmo né scaldano i cuori, seppoi l'ideologia riassunta in un breviario risulta in una ninna-nanna con parole tratte dal vocabolario UTET ricercate nel dizionario dei sinonimi e non-contrari, ecco che sappiamo già cos'aspettarci.
Peccato che il libretto non l'abbia scritto De Mita, come sembra attivo co-partecipe all'ideologia, almeno avrebbe avuto un posto nella letteratura italiana accanto a "io speriamo che me la cavo"...

Riguardo lo shock di innovazione era evidente che non era da ricercarsi né nel mai-visto-prima nome del partitissimo, né nella sua dislocazione geo-politica unidimensionale né -ahimé- dalle facce; e che ci si poteva aspettare da un così traboccante contenitore di materiale riciclato?

Straordinario è il passo: "...ma porsi l’obiettivo di carattere generale di conquistare i consensi necessari a portare avanti un programma di governo, incisivamente riformatore" dove è ovvio che un programma di governo che veramente sia incisivamente riformatore (in qualsiasi direzione vada) non potrà mai godere del consenso necessario!

Ma più che aria fritta non si produce né si può produrre, e si vede che l'uomo-comune (dicono che quest'essere mitologico esista) non è proprio abituato a leggere e rimane a riguardare i paroloni vuoti riempiendoli con il significato che preferisce, cosa questa che va bene a tutti, specialmente all'autore...


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