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La realtà mercantile


GioCo
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Nel 2017 sono andato in Toscana da alcuni contadini alla ricerca di olio, miele ed altri prodotti che potevo trovare e che ero consapevole fossero di esclusiva loro produzione.
Molti condatini infatti, non riescono a stare dietro alle richieste del mercato, anche in caso di rivendita diretta ed in particolare se sono riusciti a farsi un nome. Per ciò ricorrono al mercato per procurarsi le materie prime che poi rivendono come fossero una loro produzione (cioè con la loro etichetta). Fanno così ormai in molti "per stare a galla".
Qualche volta diluiscono, per esempio l'olio di oliva, con olio di oliva importato cercando (se ancora riescono a rimanere onesti) di stare attenti alla qualità. Non condanno nessuna di queste pratiche, comprendo che nella situazione in cui ci troviamo, non c'è molta scelta per il piccolo produttore, nel senso che se non riesci a procurare quello che il mercato chiede quando te lo chiede, esci dal mercato e il tuo nome smette di essere "fedele" alla aspettativa della clientela. Conseguentemente, diventa tutto così difficile che ogni passo può aprirti al baratro di dover vendere tutto, dato che gli investimenti obbligati per stare dietro alla produzione agricola sono sempre molto alti e costanti.

Questo ovviamente vale per chi produce iphone, quanto per chi produce mele, olio di oliva o altri prodotti agricoli.

Tuttavia chi produce iphone dipende da fabbriche che lavorano in terre "libere" come la Cina, dove impiegare i bambini (leggi "sfruttare la manodopera infantile") è ancora possibile, perchè non ci sono leggi che perseguono questo tipo di pratiche o se ci sono non sono applicate con rigore e determinazione, perché non fanno parte della cultura locale come invece nella maggior parte dei paesi europei ... per il momento. Chi produce iphone può quindi permettersi di scaricare i costi sulla società, per esempio con l'inquinamento delle produzioni industriali liberamente disperso nell'ambiente a prescindere dalla sua tossicità, oppure impiegando varie milizie private (o corruzioni) utili a mantenere in vario modo la politica polarizzata su certi interessi privati estranei alle necessità locali e non lasciare che invece si orienti, come dovrebbe per sua natura strutturale, verso quelli pubblici e locali.

Chi produce invece per tramite della terra, deve prima di tutto la sua attività alla terra, poi al resto. La terra, si sà, prende e da in proporzioni uguali, secondo sua propria legge, totalmente avulsa da quella sociale e umana. Per ciò banalmente, imporre alla terra i ritmi di produzione mercantile non è possibile. Non è possibile, non è possibile, non è possibile ... credo sia chiaro. Non è possibile.

La chimica e l'ingengneria, sia zootecnica che agronomica, ci illude che la terra possa essere in qualche modo convinta (il termine tecnico esatto è "piegata") alla volontà umana che è per sua stessa evidente evidenza, di essenza cretina.
Non nel senso che non possiamo pretendere di piegare alla nostra volontà la terra, anzi, è una pretesa anche giusta, ma nel senso che la volontà a cui intendiamo piegare la terra è prorpio cretina, alla radice, è cretinismo obbligatorio. Un po' come un pazzo che voglia convincere un saggio di quanto sia saggio essere pazzi. Indubbiamente nella follia c'è della saggezza, ma da qui a confondere la follia con la saggezza ne corre. Così come è possibile vedere del sano in un corpo malato (se no è già morto) ma da qui a confondere il sano con il malato ne corre.

La questione quindi è di equilibri interiori dati ai significati, che forniscono peso e valore a ciò che "sappiamo di sapere". Un contandino che produce con la sua proprietà, sa quando produce un anno in media, quanto può ottenere dalla sua terra, quanta fatica, quanta materia materia prima deve consumare, quali sono gli eventi che possono favorire o meno la sua produzione, quanto ha bisogno di ottenere da un certo prodotto per ricavare abbastanza da poter investire per l'anno seguente, quanto pesano le scelte sbagliate sul costo dei suoi prodotti, quanto può sacrificare e quanto i suoi prodotti valgono rispetto ad altri. Generalmente il piccolo produttore è orgolioso del suo lavoro. Non sono contrario al comprensibile orgoglio contadino, vista la fatica e la passione che richiede lavorare con la terra, anche se questo spesso mette in competizione tra loro i piccoli produttori, riducendo in modo drammatico la possibilità di costruire quella imprescindibile collaborazione che aiuta a sopravvivere nel mondo di oggi. Putroppo non è solo questo, l'orgoglio contandino è anche il migliore alleato dei mercanti peggiori.

Quando sono andato dal contadino, come al solito mi sono fatto raccontare qualcosa della produzione. Lui mi ha confessato che l'anno precedente era stato un disastro per lui e per molti che conosceva della zona, soprattutto per il miele, perché la stagione era iniziata con un caldo feroce poi seguita da un ondata di gelo e questo aveva reso sterili la maggioranza delle piante da frutto che erano già fiorite e con il freddo avevano perso i fiori senza dare frutto. Piante da cui poi le api ricavavano ogni anno diversi quintali di miele. Quell'anno invece ne aveva ricavato poco più di un quintale, troppo poco per essere commercato, ma anche le sue piante da frutta avevano reso troppo poco.

Da quel momento ho iniziato ad essere cociente che le ondate di freddo e di caldo di inizio stagione hanno delle pesanti ripercussioni sulla produzione agricola locale. Il contadino a denti stretti mi ha confessato anche che secondo lui centrava qualcosa la geoingegneria. Insomma che qualcuno lo stava facendo apposta per mettere in difficoltà la produzione locale. Non posso ne confermare ne smentire, come non poteva il povero contadino. Ma il punto è un altro: oggi è perfettamente possibile a livello di geoingegneria influire sul clima in modo da rendere difficile per il piccolo produttore sopravvivere.

Ovviamente le leve per creare quelle condizioni più o meno favorevoli, non sono in mano alle persone che vivono in certi luoghi, cioè ai popoli, non ai politici delle Nazioni, non ai burocrati di Bruxell che impongono leggi "ad ca%%um" orientate a peggiorare la situazione. Sono i CDA di aziente come la Lockheed, la Monsanto, la Bayer, la Sigenta e altre, che hanno i mezzi, cioè le competenze, le materie prime e la capacità produttiva, oltre alle leve per usarle.
Sono loro che stanno oggi sempre più costituendo per chi non è bersaglio, l'unica prospettiva per "tirare avanti" in qualche modo.

Sono loro per ciò che modellano gli stili di vita e di pensiero "pubblico", che ne siano coscienti o meno, quindi sono loro le sorgenti del cretinismo obbligatorio mercantile che ci incatena a questa dimensione cognitiva d'orrore priva di scampo.


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comedonchisciotte
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Credo le cose siano un po' più complesse. Indipendentemente dalla geoingegneria il mestiere del contadino da sempre è pieno di imprevisti.
Capita l'annata buona e quella cattiva, perché il clima è sempre stato imprevedibile. E allora ci vuole attenzione continua alle colture ma bisogna sapere che l'annata cattiva ogni tanto capita.
Ma l'annata cattiva per le olive difficilmente coincide con l'annata cattiva per le arance. Si, va bene, le arance non sostituiscono l'olio. Ma l'annata cattiva per le olive presumibilmente non è un'annata cattiva per i pomodori o per le patate.
Però patate e pomodori possono convivere, ma spesso preferiscono un habitat diverso. In breve: ci vuole molta sapienza per fare il contadino, per diversificare la produzione e scegliere dove piantare le patate, dove i pomodori, come curarli. In ogni caso un mercato onesto, dove poter vendere gli eccessi e comprare ciò che manca, aiuta molto.
E allora uno dei maggiori danni che ha fatto il sistema occidentale è stato quello di spingere verso le monocolture e far dimenticare la sapienza contadina, che tende a sfruttare con la massima intelligenza le enormi potenzialità della natura e la ricchezza della sua varietà.
Ritornando alle olive, mi torna in mente che normalmente le raccolgo un anno si ed un anno no. Per motivi che ancora non ho afferrato bene, le olive continuano ad essere biennali. Comunque ho il necessario per fare le scorte.


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GioCo
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comedonchisciotte;237970 wrote: Credo le cose siano un po' più complesse. Indipendentemente dalla geoingegneria il mestiere del contadino da sempre è pieno di imprevisti ...

Vedo che tocco un tema caro alla redazione. :#
In verità l'articolo non voleva in alcun modo mettere in discussione l'imprevedibilità del mestiere, ma solo mettere in chiaro alcune cose che lo riguardano, la prima delle quali è il modo in cui generalmente il cittadino tende a "pensare" l'attività agricola come "data" per estesione. Vado al supermercato e cerco le fragole di stagione e il supermercato mi fornisce le fragole. Alla grande distribuzione non importa da dove arrivano le fragole, importa che se non me le procura io vado da un altro a cercarle. Perchè voglio le fragole.
Per l'Olio di Oliva la questione è delicata e complessa, come dici giustamente. Ma non ero interessato a fare un indagine di mercato dell'Olio di Oliva a partire dalla produzione, solo a fare un semplice ragionamento: il mercato funziona modellando stili di vita, ma noi non ce ne accorgiamo.
Ora, mi sembra di capire che il tuo "stile di vita" non sia per nulla quello di un cittadino medio. Ma la fortuna di poter vivere coltivando quanto occorre al proprio bisogno non è della massa. Cioè della stragrande maggiornaza che "obtorto collo" deve subire l'imprinting di stili di vita mercantili. Come i mercati "onesti" non sono quelli che pilotano quegli stili.
Mi sembrava che già questi due passaggi fossero piuttosto complessi e per ciò nella necessaria semplificazione, non mi sono azzardato ad aggiungere altro.
Ma forse l'articolo mi è uscito male e non sono riuscito nell'intento ...


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comedonchisciotte
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Va tutto bene, volevo arricchire, non negare.
In particolare ci tenevo a notare che a priori il mercato non era nemico del contadino, anche se oggi in sostanza lo è diventato.


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Tizio8020
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" Vado al supermercato e cerco le fragole di stagione e il supermercato mi fornisce le fragole. Alla grande distribuzione non importa da dove arrivano le fragole, importa che se non me le procura io vado da un altro a cercarle. Perchè voglio le fragole."
Ecco, qui è l'essenza del problema del contadino!
TU, io, chi decide che "vuole" un prodotto, pur non rendendosene conto, influisce sui destini dei piccoli produttori, come epiù delle politiche della GDO.
Se cerchi le fragole, come hai deto tu, quandfo è stagione, puoi ragionevolmente pretendere che siano , non dico a "km 0" , ma della zona.
Se invece cerchi le fragole in gennaio, ci sarà qualcuno che le importerà da, chennesò? l'Australia?, e per far questo sconvolgerà equilibri, inquinerà , etc etc.
Ora, è legittimo che uno cerchi tutto quello che vuole.
Però ricordo bene il "boom" dell'Actinidia di inizio anni '80.
La Nuova Zelanda era il primo produttore, in Italia a malapena sapevamo cosa cavolo fosse 'sto "kiwi" (ribes Cinese!), dati gli alti prezzi di vendita si buttarono in tantissimi a impiantare Kiweti (mi pare sette piante femmina ed una maschio), e l'Italia divenne il secondo produttore al mondo.
Ma , caso strano , si trovavano i kiwi in vendita tutto l'anno!
Poi, grazie ad un conoscente (PhitoPatologo al porto) ho scoperto l'arcano.
Italia e Nuova Zelanda essendo esattamente agli antipodi, hanno le stagioni rovesciate.
Uno normale direbbe: il kiwi matura a fine ottobre / inizio novembre, vuol dire che posso ragionevolmente pensare di trovare kiwi al mercato fino ad aprile.
Invece, noi che siamo furbi, cosa facciamo?
Da novembre ad aprile mangiamo i kiwi Italiani; da maggio a novembre, i kiwi Neozelandesi!
Eh sì, perchè al porto di Ravenna arrivano navi enormi piene di kiwi, provenienti dalla Nuova Zelanda, ed allo stesso modo, navi enormi caricano Kiwi a Ravenna, e li portano in Nuova Zelanda...
Ma checcazzodisensoha?
Non possiamo fare in modo che ognuno si mangi solo i suoi, solo quando è stagione, e bona lè ?
E come per i kiwi, si fa per le pesche, le mele, le arance...
Ecco, il semplice fatto che qualcuno dica "io VOGLIO le fragole, i kiwi, le arance", "fuori stagione", e sei responsabile di una grossa aliquota di inquinamento, depauperamento delle risorse etc etc.


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GioCo
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Tizio8020;237991 wrote:
...
Ecco, il semplice fatto che qualcuno dica "io VOGLIO le fragole, i kiwi, le arance", "fuori stagione", e sei responsabile di una grossa aliquota di inquinamento, depauperamento delle risorse etc etc.

Si, un aspetto è proprio quello di acquistare frutta fuori stagione, implicitamente quindi invitando il mercato a fare del pianeta una piantagione e del prodotto una distribuzione globale. Il che rende obbligatorio poi che a occuparsi di queste cose sia la multinazionale e che il prodotto acquisti significato sulla base del tragitto che percorre. Infatti solo chi ha le infrastrutture adatte può garantire che la frutta possa fare il giro del mondo e chiaramente queste non sono sotto il controllo del piccolo produttore. Implicitamente quindi, il controllo delle flotte di mezzi di trasporto globali, sono poi il nerbo del mediatore principale per il controllo sociale di stampo mercantile.
Ma per mantenere in piedi questo popò di infrastrutture, è necessaria una educazione specifica. Certamente la TV ha dato una mano, ma per educazione qui non intendiamo i programmi televisivi o i film evidentemente. Intendiamo quegli stili di vita che tra le altre cose "creano il bisogno" dove non c'era, altro cuore pulsante della macchina di controllo sociale mercantile.
Per creare uno stile di vita non c'è un solo modo. Un tempo ad esempio i miti contribuivano a modellare i comportamenti sociali. Poi sono arrivate le fiabe in epoca medievale, più esplicite perché con la morale. L'istituzione religiosa ha voluto comunque la sua parte sia prima che dopo. Tutto questo è radicalmente cambiato con la moderna tecnofrenia e la sovrappopolazione delle città principali che ha trasformato l'urbanistica rapidamente in metropoli, scavando abissi tra la mentalità cittadina e quella contadina, in una o due generazioni. Abissi che non ci sono mai stati prima. Il cambiamento è stato drastico e a tratti scioccante.
Ricordo ancora come negli anni '80 una ricerca metteva a fuoco come molti bambini nati nelle maggiori città che non erano mai stati in campagna intendevano "il pollo", non quella creatura chiocciante che becca nelle aie con piume e quant'altro (immagine alla mulino bianco, ma comunque abbastanza veritiera) ma quello dello spiedo o addirittura solo la coscia arrosto e non avevano idea che fosse una creatura vivente prima. Avevano cioè perduto contatto con l'origine del cibo.
Lungi dal generalizzare la faccenda lo studio fu però certamente uno tra i tanti che voleva porre l'accento su un allarme sociale serio.
La questione non ha mai trovato seguito nelle preoccupazioni politiche del paese che si è occupato sempre di cose inutili e marginali come la scuola delle tre i alla Berlusconi o la buona scuola di ultima fattura. Questioni importanti solo per un governo mercantile evidentemente.

Questo ci porta però alla questione di fondo: come riportare le persone alla conoscenza della terra, per esempio banalmente cosa significa "chilometro zero" e cos'è una stagione dal punto di vista produttivo agricolo, se di fatto nessuno se ne occupa? E' possibile lasciare all'iniziativa privata un simile compito e pensare che ciò possa avere ricadute soddisfacenti a livello politico?

Come ripeto sempre, viviamo nel tempo del cretinismo obbligatorio e ci siamo dentro tutti. Che lo vogliamo o meno, lo subiamo e lo subiremo in questa forma finché non ci saranno effettivi cambiamenti radicali e strutturali nella nostra società e nel nostro stile di vita.


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Teopratico
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Perfettamente d'accordo. Riguardo alla creazione degli stili di vita basta pensare agli ultimi test invalsi delle elementari, vi erano domande del tipo: Riusciró nella vita a comperare tutto ciò che voglio? E altre scandalosamente simili.


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Tizio8020
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Fra l'altro, nemmeno i genitori, di quelli che attualmente frequentano le Scuole Elementari e Medie Inferiori, sanno quasi nulla di come si produce il cibo.
Ho figli in scuole di tutti i cicli (appunto, dalle Elementari alle Superiori) , e mi raccontano cose assolutamente imbarazzanti.
Gli anni scorsi è andato "di moda" il Sorosio, uno dei compagni di Classe ne ha portati a scuola , quindi se ne è parlato.
La mia figlia più piccola è stata redarguita dalla maestra (bonariamente) perchè si è permessa di dire che "quella roba noi la buttiamo, ne abbiamo tantissimi e non li mangia nessuno".
Cosa assolutamente vera, ma incomprensibile alle insegnanti:"ma come", è stata la reazione, "questa roba si vende anche a ben oltre 50 € al kg, e voi la buttate?".
Ora, 'sto cazzo di Sorosio, non è altro che il frutto del gelso (more, nere e bianche) che maturano a fine maggio e che pochi giorni dopo impestano la zona con un odore molto penetrante di "vino marcio".
Da qualche anno anche io ho iniziato a raccoglierli ed essicarli, ma fino ad allora , tolta una piccola aliquota, venivano semplicemente lasciati cadere.
Tanti anni fa, quando mia madre era piccola, l'allevamento del baco da seta era ancora praticato, seppur in calando.
Dal Rinascimento fino a metà del '900, l'Italia era piena di filande industriali, e quindi di allevamenti di bachi che le rifornivano.
Eppure, tutti quelli cui l'ho chiesto, pur allevando i bachi (e quindi avendo piantagioni di gelsi), non ricordano di aver mai mangiato le "more di gelso".
La stragrande maggioranza delle piante è stata abbattuta.
Ora che è "di moda", lo acquistiamo all'estero (di solito viene dalla Turchia) e lo paghiamo carissimo....


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fuffolo
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Domenica mattina, stiamo partendo io e mia moglie per il campo, duemila piantine ci aspettano per essere messe a terra.
Ha piovuto tanto e troppa ancora ne verrà giù, siamo in ritardo con le culture ed i prossimi giorni saranno pure peggio, la giornata di riposto la rimandiamo.
I ragazzi non si sa se arriveranno, ma intanto vedono ed imparano.


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GioCo
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Tizio8020;238002 wrote: ...
Ora, 'sto cazzo di Sorosio, non è altro che il frutto del gelso (more, nere e bianche) che maturano a fine maggio e che pochi giorni dopo impestano la zona con un odore molto penetrante di "vino marcio".
...

Ricordo bene il frutto del gelso, detto anche impropriamente "mora di gelso". C'è la qualità nera e bianca, io adoravo la nera che coglievo in montagna dove passavo i fine settimana (intorno a giugno, li la frutta maturava tutta più tardi) a cavalcioni della pianta di gelso, dove il ricordo degli allevamenti dei bachi tra i contadini era ancora vivo, ma non era male nemmeno la bianca, anche perché una pianta era nel giardino della scuola elementare che frequentavo. Il problema del frutto è che è un falso frutto tipo l'ananas, che per via delle dimensioni lo porta ad avere un corpo fibroso troppo abbondante rispetto alla totalità del commenstibile e in particolare rispetto una mora (che nasce da un solo fiore).
Gli uccellini in particolare, in montagna, andavano matti per "il mosto" dei frutti caduti e se ne ubriacavano volentieri, attirati proprio da quell'odore intenso.
Ricordi che mi costringono a una prepotente nostalgia.
Già la mora non era tra i frutti più amati dai nostri avi, anche perché il roveto tipico della pianta di solito era una seccatura (era selvatico e tendeva a nascere spontaneamente) e per prendere qualche mora finivi per graffiarti tutto. Non era pratico e in genere la fatica non valeva il risultato (il frutto è piccolo e la pianta cresce a casaccio).
Per "frutta" i nostri avi intendevano i fichi, le castagne, i noccioli, le noci, le pesche, le susine, le mele (le più comuni erano piccole verdi e aspre e tutte rigorosamente con il verme, se no le si buttava perché non erano buone). Già le fragole erano selvatiche e nessuno si sognava di piantarle perché t'avrebbero preso per scemo dato che crescevano spontaneamente. Il contadino di quell'epoca era estremamente attento a significati che per noi oggi sono del tutto dimenticati. Per esempio non si sarebbe mai sognato di considerare un coniglio o un cane semplice "animale da compagnia".
Pur tuttavia l'amore verso gli animali e la natura in generale era smisurato se rapportato a quello che abbiamo noi oggi perché la vita delle persone dipendeva dall'ambiente vegetale e animale che circondava l'Uomo e chiunque ne era perfettamente cosciente, quindi era solare per tutti che salvaguardare l'ambiente non era un giochino cretino o una parola da ficcare in un libro, o un tema buono per corsi e convegni di qualche letterato, era una semplice questione pratica. Oggi invece pensiamo che "amare gli animali" significhi mettere il cappotino al cane o fare la foto pucciosa al gattino.

Aggiungo poi che la radice di "sorosio" è "soros" che significa "mucchio", praticamente il cognome del famigerato magnate. Dato che ha radici in quella terra che i latini avevano chiamato "provincia di Pannonia", immagino che il suo congnome abbia la stessa radice e significhi "mucchio".


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