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nessuno s’illuda


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«Ridurre la spesa pubblica prima di tutto».

«Abbiamo un debito pubblico elevato che va onorato, perché ogni anno emettiamo 400 miliardi di titoli».

«Vogliamo rilanciare l’economia riducendo le tasse su lavoro e imprese. Non possiamo farlo aumentando il debito, quindi dobbiamo ridurre le spese, cosa che tutti i governi hanno provato a fare».

«È il paradosso della spesa pubblica: sembra che non ci sia niente da tagliare su un totale di 800 miliardi del 2013, 725 al netto degli interessi. Tolti i redditi da lavoro, le prestazioni sociali, le altre spese correnti, quelle in conto capitale, gli interessi e il rimborso dei debiti, il totale su cui si può lavorare ammonta a 207 miliardi. Una cifra che è già calata dello 0,5% rispetto al 2012 e ben dell’8,5% rispetto al 2009».

«Ma nessuno s’illuda che vengano fuori spese misteriose da tagliare senza che nessuno protesti.»

* * * * *

L’economia scientifica, spregiativamente bollata come “classica“, termine da intendersi come “obsoleta“, “superata“, constatava come i bilanci siano chiudersi in attivo o, almeno in pareggio, così come i debiti siano da onorarsi.

É del tutto evidente quanto codesti assunti siano scomodi: ricevono eguale accoglienza che avrebbe il decantare la castità e l’astinenza in un postribolo.

Certamente la realtà e l’oggettività dei fatti possono essere pervicacemente negate, ma il giochetto non può durare a lungo. Le realtà muoiono anche se proprio non lo volessero, ed il culto alla «eterna giovinezza» diventa oneroso fardello nella malaticcia vecchiaia e nei triboli del coma.

In questo periodo di negazione é del tutto sequenziale che lo studio e l’insegnamento dell’economia scientifica sia stato avversato, disatteso, deriso, così che adesso sono davvero poche le persone che ne abbiano almeno qualche rudimento.

Il problema emerge di questi tempi in tutta la sua chiarezza.

Popoli, governanti, economisti ed intellettuali sono culturalmente e psicologicamente impreparati ad affrontare la depressione. Rimane duro dover razionalizzare come dopo una grande depressione il tenore di vita di tutti i membri della Collettività siano significativamente impoveriti.

1. «Ridurre la spesa pubblica prima di tutto».

Tutti ne convengono penosamente, ma tutti vorrebbero che fossero tagliate le spese che danno prebende e benefici agli altri, senza toccare in nulla la loro situazione pregressa. Gli alteramente pensanti identificano la propria situazione con il roboante termine di “diritti precostituiti“. Così, allo slogan “Dio lo vuole” si é sostituito quello “la Costituzione lo impone“. Ma la storia insegna che tutto ciò non porta altro che a rivolte che esitano alla fine in una dittatura.

2. «Abbiamo un debito pubblico elevato che va onorato, perché ogni anno emettiamo 400 miliardi di titoli».

Questa frase la racconta meglio di trenta trattati. Non vi notate nessuna stridente dissonanza? No? Suvvia, i debiti dovrebbero essere onorati se non altro per dovere etico e morale, invece qui si trova giustificazione alla resa il fatto che ogni anno si devono chiedere prestiti per oltre 400 miliardi. Si constata che non onorare anche solo parzialmente il debito comporterebbe un ammanco incolmabile di 400 miliardi ogni anno: chi mai sarebbe così folle da imprestare senza la ragionevole attesa del rimborso? É certamente un discorso pratico, ma, diciamolo francamente, non molto bello.

Ma allora, pensiamoci un po’ sopra. Quando una persona, fisica o giuridica, deve girare costantemente con il cappellino in mano a chiedere ogni anno 400 miliardi di carità, qualche diritto lo godranno pur anche i creditori? S’addice forse l’alterigia ai postulanti? É vero che i debiti piccoli sono un dramma del debitore e quelli grandi del creditore, ma tutto ha un limite.

La storia ci insegna che non esiste libertà politica senza quella economica. Gli italiani bramano riacquistare la propria indipendenza politica? Benissimo. Ripianino i loro debiti e ritorneranno liberi. Non vogliono far ciò? Benissimo. Allora si inginocchino a bacino la mano che elargisce.

3. «Vogliamo rilanciare l’economia riducendo le tasse su lavoro e imprese. Non possiamo farlo aumentando il debito, quindi dobbiamo ridurre le spese, cosa che tutti i governi hanno provato a fare».

A riprova di quanto detto, il Ministro constata l’impossibilità di aumentare ulteriormente il debito, cosa peraltro non tanto facilmente sostenibile dal momento che il bilancio dovrebbe chiudere in disavanzo del 3%. Forse che il disavanzo di bilancio non deve essere finanziato da un incremento del debito?

Ma se «tutti i governi hanno provato» a ridurre la spesa pubblica senza riuscirci non sarebbe forse prospettabile che il problema non sia quantitativo bensì qualitativo? La conclusione è banale: i governi eletti in sistema a suffragio universale sono di per sé stessi impotenti nell’affrontare la riduzione della spesa pubblica. Farebbero ciò solo se presi a cannonate. Nuovamente emerge la prospettiva di una qualche forma di dittatura coercitiva.

Ci sia consentito. La frase «tutti i governi hanno provato» non lascia presagire nulla di buono sul fatto che sia proprio questo Governo a riuscirci.

Ma ciò non basta. Se davvero il Governo fosse determinato a «rilanciare l’economia riducendo le tasse su lavoro e imprese» la prima cosa da fare sarebbe procedere ad un’intensa deburocratizzazione della filiera produttiva e del mondo del lavoro. La prossima delocalizzazione dell’Indesit dovrebbe far ben pensare a quanto sia gravoso questo fardello, così come al ruolo nefasto che tuttora svolgono i sindacati.

Ma è proprio il processo di deburocratizzazione della filiera produttiva e del mondo del lavoro uno dei grandi scogli sui quali sono naufragati i buoni propositi dei pregressi Governi. Problemi apparentemente risolvibili solo da un sistema dittatoriale ovvero dietro coercizione esterna all’attuale sistema.

4. «È il paradosso della spesa pubblica: sembra che non ci sia niente da tagliare su un totale di 800 miliardi del 2013, 725 al netto degli interessi. Tolti i redditi da lavoro, le prestazioni sociali, le altre spese correnti, quelle in conto capitale, gli interessi e il rimborso dei debiti, il totale su cui si può lavorare ammonta a 207 miliardi. Una cifra che è già calata dello 0,5% rispetto al 2012 e ben dell’8,5% rispetto al 2009».

Se si analizzasse la struttura lessicologica, sintattica e logica di questa frase si rimarrebbe atterriti. Si considera infatti come dogma il fatto che i 518 (725 – 207) miliardi spesi ogni anno per finanziare «i redditi da lavoro, le prestazioni sociali, le altre spese correnti» siano intoccabili. Ma chi mai lo ha detto che tali capitoli di spesa debbano essere intoccabili? Forse che non ci si renda conto dell’immensa ingiustizia che tale dogma tutela e protegge?

Mentre la depressione falcidia le realtà produttive con la conseguente disoccupazione strutturale, e gli addetti alla filiera produttiva ne sopportano tutto il carico disumano, oltre tre milioni di senza lavoro, coloro che percepiscono reddito da lavoro o prestazioni sociali da parte dello stato dovrebbero forse essere esentati da ogni sia pur minimo sacrificio?

Ma la legge non avrebbe dovuto esser eguale per tutti? Non son forse Cittadini anche gli addetti alla produzione? E quando questi si saranno estinti, cosa coordinarà il sistema burocratico? Donde trarrà i propri stipendi?

Non ci si stupisca poi se alla fine le masse inferocite si riversassero sugli uffici pubblici e ne defenestrassero tutti i dipendenti. Morti non godrebbero più degli stipendi e, tra l’altro, non godrebbero nemmeno delle pensioni. Al prob
lema della spesa pubblica spesso la folla inferocita trova rimedi estremi e definitivi.

Sarà proprio necessario arrivare a questi punti?

5. «Ma nessuno s’illuda che vengano fuori spese misteriose da tagliare senza che nessuno protesti.».

No, caro sig. Ministro Saccomanni, qui nessuno si illude. Proprio per nulla.

Solo che si vorrebbe che a protestare fossero anche i dipendenti delle pubbliche amministrazioni.

Il solo taglio del 20% di quei famosi 518 miliardi, grosso modo equivalenti al calo subito dalla filiera produttiva, assicurerebbero una riduzione delle spese pubbliche di oltre cento miliardi ogni anno, ossia a sgravi fiscale di altrettanta entità per le rimaste imprese produttive. Forse si potrebbe iniziare ad imparare qualcosa dagli Inglesi.

Si dice ciò non per odio o rivalsa, ma solo ed esclusivamente per canone di giustizia.

* * * * *

Signori Lettori, non facciamoci nessuna illusione. Ma proprio nessuna.

Mai come di questi tempi l’Italia e tutto l’enclave occidentale sono stati prossimi ad una dittatura, che potrebbe anche essere francamente tirannica. Si badi bene. Anche la miseria é un tiranno, e lo é in modo spietato.

Corriere. 2013-06-30. «Il mio piano per tagliare le spese: si intravedono segnali positivi».

Saccomanni: «Gli acconti? Sono un prestito soft dei contribuenti».

ROMA – Ridurre la spesa pubblica prima di tutto. E poi verificare gli effetti di quella manovra a «costo zero» che il governo ha realizzato bloccando la prima rata dell’Imu sulla abitazione principale, impedendo l’incremento dell’Iva al 22%, offrendo incentivi sulle ristrutturazioni edilizie e aiuti alle zone colpite dal sisma.

Il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, non raccoglie gli attacchi di cui è stato fatto oggetto in questi giorni e scommette su una ripresa nella seconda metà dell’anno. I primi segnali ci sono già, osserva. E sui pagamenti della Pubblica amministrazione dice che una verifica sugli effetti verrà fatta a settembre: allora sarà possibile decidere se ci sono margini per ulteriori pagamenti rispetto a quelli già previsti.

Ministro Saccomanni, un anno fa la riforma Fornero diventava legge, il premier Mario Monti annunciava la spending review e lo spread era sopra i 400 punti. Oggi a che punto è il Paese?

«Ieri si è chiusa formalmente la procedura d’infrazione. Sul piano della credibilità abbiamo consolidato i progressi fatti dal governo Monti. Ma la credibilità non è qualcosa che si acquisisca per sempre, va alimentata tutti i giorni».

Non si può vivere di sola politica del rigore.

«Abbiamo un debito pubblico elevato che va onorato, perché ogni anno emettiamo 400 miliardi di titoli. Un obbligo che sarebbe lo stesso se non fossimo nell’Ue e non ci fosse il Fiscal compact, anzi sarebbe peggio, perché l’Italia dovrebbe conquistarsi da sola la credibilità sui mercati. Sappiamo che non basta: vogliamo rilanciare l’economia riducendo le tasse su lavoro e imprese. Non possiamo farlo aumentando il debito, quindi dobbiamo ridurre le spese, cosa che tutti i governi hanno provato a fare».

In che modo intendete ridurre la spesa?

«Il primo, più dannoso in fase recessiva, è ridurre gli investimenti, cosa che è stata fatta per molti anni. Noi vogliamo ridurre le spese correnti ma non è un lavoro che consenta nel giro di poche settimane di reperire miliardi di euro come se avessimo la bacchetta magica».

Perché?
«È il paradosso della spesa pubblica: sembra che non ci sia niente da tagliare su un totale di 800 miliardi del 2013, 725 al netto degli interessi. Tolti i redditi da lavoro, le prestazioni sociali, le altre spese correnti, quelle in conto capitale, gli interessi e il rimborso dei debiti, il totale su cui si può lavorare ammonta a 207 miliardi. Una cifra che è già calata dello 0,5% rispetto al 2012 e ben dell’8,5% rispetto al 2009».

La cura Monti ha funzionato?

«Molto è stato fatto con la revisione della spesa iniziata con Tommaso Padoa-Schioppa. Lo scorso governo si è concentrato sull’analisi e la valutazione della spesa ma ha avuto una battuta d’arresto con la crisi politica e la fine della legislatura».
Come pensate di organizzarvi e in che tempi?

«Riconvocheremo il comitato interministeriale per il controllo della spesa e avremo un commissario straordinario. Porteremo avanti il lavoro di Monti ma esamineremo l’intera strategia e le procedure operative. Ad esempio i costi standard sono stato già applicati sulla spesa sanitaria ma non quella delle Regioni a statuto speciale. Serve un intervento».
In che tempi?

«Agiremo con la collaborazione di tutti i diretti interessati: dai ministeri alle Regioni. C’è un nuovo Ragioniere generale, che viene da Banca d’Italia: Daniele Franco ha una profonda conoscenza di finanza ma anche di tecniche informatiche. Analizzeremo i tipi di spesa su cui intervenire più rapidamente, ma sia chiaro che tagli indolori non esistono».
Riprendete il lavoro di consulenti come Francesco Giavazzi?

«Certo. Ma nessuno s’illuda che vengano fuori spese misteriose da tagliare senza che nessuno protesti. Bisogna scandagliare settore per settore. Insomma non è possibile ridurre la spesa del 10% con un tratto di penna. E ci vuole tempo».
Nel frattempo il Paese è bloccato.

«Vorrei ricordare che abbiamo vissuto una fase di prolungata stasi politica, durata, a essere caritatevoli, almeno sei mesi, fino al maggio 2013. Questa stasi ha avuto un effetto paralizzante su investitori, consumatori e banche. Mi piacerebbe che se ne tenesse conto quando si giudica il lavoro che abbiamo fatto in 60 giorni».

Ma dopo la stasi, a maggior ragione il Paese chiede segnali positivi.

«I segnali positivi ci sono ma a volte le polemiche, anche dentro la coalizione, finiscono per dare l’impressione che la situazione continui a peggiorare. Non è così: il livello della produzione industriale si è stabilizzato. I dati di Confindustria segnalano un lieve recupero dell’attività in maggio. E poi ci sono i dati sulle aspettative delle imprese manifatturiere, i consumi elettrici aumentati, come il gettito dell’Irpef».

Non è ancora troppo poco?

«Gli impegni presi sui pagamenti della Pubblica amministrazione, gli incentivi per le ristrutturazioni, la rata Imu non pagata, il mancato aumento dell’Iva, i fondi per la cassa integrazione in deroga, quelli anticipati alle amministrazioni regionali, lo sblocco dei versamenti per il sisma, l’accelerazione nell’uso dei fondi strutturali, tutti questi interventi compongono una importante manovra di stimolo all’economia realizzata senza aumentare debito, in alcuni casi ricollocando fondi stanziati per altre finalità. Si tratta di una serie di misure-ponte che servono a guadagnare tempo: da un lato per il ridisegno della fiscalità e la revisione della spesa, dall’altro per l’alleggerimento del peso che grava sull’economia nel breve periodo, in attesa che si materializzino gli effetti delle misure adottate e si avvii la ripresa».

Rispetteremo il vincolo del 3%?

«Certo. Confidiamo nella ripresa nell’ultima parte dell’anno e in una riduzione della spesa per interessi sul debito pubblico rispetto alle previsioni. Tutto questo non deve farci dimenticare che abbiamo utilizzato uno 0,5% per pagare i debiti e siamo così vicini al tetto del 3% del rapporto deficit/Pil. Bisogna perciò fare attenzione e muoversi con cautela».

Per questo avete caricato il mancato taglio dell’Iva sugli acconti?

«L’operazione costa un miliardo e l’alternativa era procedere subito con tagli di spesa indi
scriminati. Si è preferito fare un anticipo degli acconti: può essere considerato un prestito dei contribuenti che a livello individuale ha un peso molto soft comunque compensato con minori versamenti al momento del saldo. Il Parlamento può decidere di cambiare le coperture purché siano certe. Non sarebbe stato credibile per l’Ue promettere a copertura un maggiore gettito futuro dell’Iva».

E sul pagamento dei debiti della PA alle imprese, qual è lo stato dell’arte? Non potrebbero essere una fonte di gettito Iva aggiuntivo?

«Entro settembre, in tempo per la legge di Stabilità, dovremmo avere un quadro affidabile del debito della PA, che finora è stato soltanto stimato, e potremo valutare l’effetto dei 40 miliardi di pagamenti – che corrispondono a una poderosa manovra, pari a quasi tre punti di Pil in 12 mesi – e se sarà possibile finanziare un’ulteriore tranche di pagamenti. Allo stesso tempo avremo anche una stima del gettito Iva addizionale».

C’è chi propone lo sforamento del 3% del rapporto deficit/Pil.

«L’Italia non sta cercando deroghe o sanatorie per sé, ma piuttosto di proporre una rimodulazione della strategia europea per gestire più efficacemente questa fase di crisi che si sta rivelando molto dura. I frutti di questo lavoro cominciano a vedersi con le importanti decisioni assunte dal Consiglio europeo di ieri, soprattutto nella lotta alla disoccupazione giovanile e nel sostegno alle piccole e medie imprese. Il momento per fare il punto sarà il Consiglio europeo di ottobre cioè, non a caso, dopo le elezioni tedesche. Allora il Consiglio valuterà se vi siano le condizioni per ulteriori misure di rilancio dell’economia europea».

Non si poteva chiedere più tempo come hanno fatto e ottenuto gli altri Paesi?

«Questa vulgata è sbagliata. La Francia ha ricevuto delle raccomandazioni molto più severe delle nostre, ad esempio deve fare una riforma delle pensioni che noi abbiamo già fatto. Le nostre riguardano azioni che sono state già in parte attuate».

Quali sono i prossimi passi?

«L’approvazione della delega fiscale che ha ottenuto in Parlamento una corsia preferenziale ci consentirà di riformare il Fisco, ad esempio partendo dal catasto. Non mi aspetto che tutto questo produca risorse maggiori ma avremo un Fisco più moderno e affidabile anche per gli investitori stranieri».

La riforma dell’Imu va fatta entro agosto?

«Come promesso. Faremo una cabina di regia coinvolgendo tutte le forze politiche della coalizione e le commissioni parlamentari. Stiamo predisponendo uno scenario di opzioni e ne discuteremo in maniera aperta: il governo vuole trovare larghe intese.».

La vicenda dei derivati ha gettato un’ombra sulla nostra credibilità? C’è il rischio di panico sui mercati?

«Non c’è stato alcun panico: le emissioni dei titoli sono andate bene e il nostro spread è sceso nuovamente a 280 punti. Gli strumenti di copertura dei rischi comportano ovviamente un costo. Che vale la pena di sostenere per riparare i conti pubblici dalle continue oscillazioni dei tassi di interesse. In prospettiva c’è un rischio concreto di rialzo dei tassi».

L’onorevole Brunetta sostiene che i conti pubblici siano opachi.

«L’Italia ha un grosso debito pubblico ed è obbligata a gestirlo nel modo più trasparente e professionale, dotandosi degli strumenti più adeguati di copertura del rischio. Di tutte le operazioni viene data informazione regolarmente alla Corte dei Conti».

Antonella Baccaro
http://www.rischiocalcolato.it/2013/06/gli-altrimenti-pensanti-e-diversamente-pensanti-della-spesa-pubblica-perche-verra-la-tirannide.html


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Georgejefferson
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principio della rana bollita. Sentiamo come lo descriveva nel 1999 sullo Spiegel il simpatico Jean-Claude Juncker, lussemburghese, predecessore di Dijsselbloem all'Eurogruppo:

"Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno"

http://www.spiegel.de/spiegel/print/d-15317086.html


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Georgejefferson
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RICARDO

Lollo, hai presente che da più di un anno in Italia si parla del ‘pareggio di bilancio’? Ce lo impone l’Europa severa, quelli seri del Nord, ok? Ci hanno detto che se lo Stato spende per noi cittadini e aziende 100 soldi, ma poi ci tassa 100 soldi, cioè pareggia i suoi bilanci, tutta l’Italia rinascerà come nuova! Cazzate, perché devono spiegarci come la gente può campare ricevendo 100 soldi e poi ridandoli indietro tutti in tasse. Funzionerebbe se i cittadini e le aziende potessero poi crearsi dell’altro denaro nell’orto. Ma nessuno di noi può perché solo lo Stato lo emette, quindi il pareggio di bilancio, ricordati Lollo, risana solo un numerino sui computer del Ministero del Tesoro, e manda a puttane il Paese (per il profitto degli speculatori). Ok. E sai chi già all’inizio dell’800 l’aveva capita sta trappola? Un certo economista chiamato David Ricardo, anche lui un maledetto britannico.
Ricordati dell’orrido Malthus, che credeva di risolvere il problema della scarsa ‘domanda aggregata’ aumentando le schiere dei Re, lords, baroni o prelati parassiti straricchi, così che comprassero le merci disponibili. Ok. Bé Ricardo arriva sulla scena e dice a Malthus: hai detto una manica di idiozie, perché tutti i soldi che i tuoi parassiti pagheranno ai commercianti per le loro merci e lavoro, se li riprenderanno poi pari pari in tasse e affitti, visto che i tuoi parassiti hanno il potere di tassarci a morte e sono proprietari di tutti gli immobili. Tanto varrebbe, aggiunse Ricardo, che i commercianti bruciassero tutta le merce che producono, e non cambierebbe nulla per loro col tuo stupido sistema. In effetti…
Fai attenzione qui al principio di base: Ricardo riconosce per primo che se il Potere (allora i parassiti nobili, oggi lo Stato) spende per le tue merci e servizi 100, ma poi ti tassa per la stessa cifra che ti ha appena dato (pareggio di bilancio), l’economia va a puttane, e tu hai lavorato per niente. Ricardo capì 200 anni fa che il pareggio di bilancio è micidiale per noi cittadini e aziende, cioè per la società.
Detto questo, Ricardo però disse anche altre cose, e qui praticamente si diede la zappa sui piedi rispetto alla giusta intuizione di prima, perché fondò una scuola di pensiero economico che ancora oggi fa danni bestiali proprio alla tua economia di tutti i giorni.
Allora, la faccio il più semplice possibile, perché fra l’altro sta cosa ha un lato anche grottesco, e comincio con quello. Sai cos’è ‘l’economia del granoturco’? Il suo principio, fondato da Ricardo, diceva questo: il contadino che raccoglie 100 quintali di granoturco, ne deve risparmiare una parte per piantarla l’anno dopo. Il contadino ha quindi ‘risparmiato’ una parte. Quel risparmio verrà ‘investito’ (seminato) più avanti e frutterà al contadino. Quindi Ricardo ne concluse che per poter fare investimenti nella produzione, era PRIMA necessario risparmiare. In formula suonava così: I RISPARMI OGGI GENERANO INVESTIMENTI FUTURI. Ok? Bene. Questo in effetti era vero per il villico dell’800, ma credo che qualcosina sia cambiato da allora Lollo, o no? Oggi non giriamo con granoturco nel portafogli, non mettiamo granoturco in banca per pagare la casa. O no? Oggi abbiamo il denaro, mi sbaglio? Di più: di fatto in un’economia moderna quella formula è demenziale, perché è impossibile che qualcuno possa risparmiare denaro PRIMA che il creatore del denaro, cioè lo Stato, glielo abbia dato, cioè prima che lo Stato abbia investito spendendo. E' anche impossibile che fra noi privati io possa risparmiare PRIMA che un altro privato mi abbia dato dei soldi. Quindi, è ovvio che prima ci deve essere l'investimento (dello Stato o del privato), e solo dopo semmai il risparmio. Questo ribalta di 180 gradi l'idea di Ricardo, e la formula giusta invece è: GLI INVESTIMENTI OGGI GENERANO RISPARMI DOMANI.
Eppure…
… guarda che tutti gli economisti che oggi vanno per la maggiore sono convinti che chiunque si debba comportare esattamente come quel contadino di 200 anni fa, soprattutto lo Stato, il governo. E questo cosa significa? Che secondo loro tutti, chiunque al mondo maneggi denaro, soprattutto il governo, deve PRIMA risparmiare, POI potrà spendere/investire, e sono convinti che quell’investimento futuro genererà ricchezze e impiego per il Paese.
Infatti oggi nel mondo moderno tutta la teoria economica che regola la nostre vite predica sta idiozia medievale della ‘economia del granoturco’. Lollo, non mi dire che non ci credi. Cavolo, la insegnano in tutte le università che contano da cui escono tutti i tecnocrati che contano (Draghi, Buti, Monti, Fassina, Zingales, Bini-Smaghi ecc.). E il risultato è questo: hanno convinto tutti, governi inclusi, a chiudere la borsa della spesa e a mettere denaro da parte per investire/spendere domani. Conseguenza? Assolutamente NON quella prevista da Ricardo, cioè una fantomatica creazione domani di ricchezza e impiego. Anzi. Col risparmio forzato, miliardi di euro vanno a finire in ‘buchi’ sottoterra e non fanno girare l’economia. Cioè:
A) Allo Stato viene detto che deve ridurre la spesa a accumulare un surplus (risparmio) di denaro in cassa (sotto terra appunto), così potrà investire un domani. Ma così facendo, non solo lo Stato ci dà 100 e ci toglie 100, che come spiegato sopra è già un disastro per noi cittadini e aziende, ma addirittura si mette a darci 100 e a tassarci 150 per fare il suo surplus (risparmio) Ricardiano, così noi andiamo sempre in rosso di 50 ogni anno. Apocalisse economica immediata, altro che futura creazione di ricchezza.
B) I cittadini vengono incoraggiati a mettere da parte più denaro possibile in ste assicurazioni, polizze, prodotti finanziari di ogni tipo (con cui poi le finanziarie speculano) e che è tutto denaro paralizzato in sti ‘buchi’ sotto terra. Quel denaro equivale al centesimo a merci, servizi, lavori, case, auto, cibo ecc. non venduti, per forza, non viene speso! Questo, come disse Malthus, deprime la ‘domanda aggregata’ e manda a puttane l’economia. E i grulli che avevano il loro denaro a far nulla sotto terra se lo ritrovano 10 anni dopo che, con un’economia collassata, non gli fruttato nulla in realtà.
In entrambi casi la tua economia va in pezzi, e questi due punti sono il bel regalino che ci ha lasciato sto David Ricardo, ancora oggi uno dei motivi per cui chiudono aziende, ci sono milioni di disoccupati, tu non sai mai se pagherai i fornitori ecc.

Da Barnard

Storia dell'economia spiegata a lollo del mio Bar


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affossala
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http://www.youtube.com/watch?v=Q35hSoV_Dfw


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mimmogranoduro
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E se la verità fosse un'altra?il contadino deve risparmiare per seminare e tornare a raccogliere l'anno successivo-mettiamo che al netto del risparmio il quantitativo che gli resta gli basta per vivere ad esso e alla sua famiglia fino al nuovo raccolto-diciamo che durante l'inverno dei ladri ,carpendo la sua fiducia gli sottraggono una parte del suo raccolto mettendo a repentaglio la sua vita e quella della sua famiglia,allora lui per sopravvivere è costretto ad attingere al risparmio-cosi facendo avrà meno seme da seminare e un raccolto piu povero l'anno successivo-ora mettiamo che i ladri hanno escogitato un meccanismo per rubare ogni hanno una parte del raccolto al contadino(raccolto che sarà sempre piu povero per via di un minor investimento in seme di anno in anno) ,costringendolo ad attingere del tutto al suo risparmio per sopravvivere,ma poi non ha piu nulla da seminare(investire)-questa storia portata avanti per 30-40 anni,finisce per portare il contadino al fallimento e a perdere tutto quello che ha-costringendolo a fare lo schiavo degli stessi ladri che lo hanno derubato ,i quali nel corso degli anni grazie alle loro ruberie si sono arricchiti e hanno acquisito potere-

Ora torniamo al punto di partenza,con una variante-il contadino non si fida di nessuno,e appena capisce che lo vogliono derubare mette mano al fucile e allontana dal suo podere i ladri-
Il risparmio resta intatto,e ben seminato e curato da un ottimo raccolto ,al quale tolto la parte per se e la famiglia ne resta una parte superiore all'anno precedente da seminare,facendo aumentare la superficie coltivata-
Questo meccanismo applicato per 30-40 farà la fortuna del contadino della sua famiglia e darà lavoro e benessere anche agli operai che lui sarà costretto ad usare ,poichè il suo podere è cresciuto e lui da solo non c'è la fà-
Scommettiamo che alcuni di quegli operai,se nessuno gli ruberà i risparmi metteranno su un bel podere anche loro e aumenteranno la ricchezza della contrada ove essi operano?
Ora contadino o nò,il problema è che negli ultimi 40 anni,si è creato un meccanismo truffaldino a danno dei risparmiatori per l'arricchimento di pochi(ladri),-
Il credito al consumo,la globalizzazione,l'eliminazione delle frontiere e dei dazi,hanno indebolito il contadino e lo hanno reso incapace di reagire,e senza risparmio farà la fine che gli hanno precostituito-Espropriato e derubato dei suoi averi farà lo schiavo di qualche ladro patentato per procurare da mangiare a se e alla sua famiglia-

Ora provate a convincermi che il risparmio è una fregatura- ❓


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