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Popolino Taliota : che fine........ di m....


yahuwah
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UNA NUOVA BANDIERA
Le Forze armate italiane come simbolo dell’unità della Nazione hanno cessato di esistere nel momento in cui, l’8 settembre 1943, poste di fronte all’alternativa di scegliere fra lo Stato e la Nazione, si sono schierate, nella loro quasi totalità, dalla parte del primo contro gli interessi della seconda.
Non si tratta di fare un discorso ideologico per contrapporre il fascismo all’antifascismo, perché il rovesciamento di fronte venne deciso per salvare la monarchia e garantire a Casa Savoia di sopravvivere a quella che si profilava come una sconfitta militare ormai certa.
Non era antifascista Vittorio Emanuele III, non lo erano i suoi generali, né gli industriali ed i banchieri che collaboravano con gli alleati dal giorno in cui gli Stati uniti erano entrati in guerra ipotecando le sorti di un conflitto che il loro potenziale indu­striale e bellico rendeva, agli occhi dei più esperti, già perduto per le potenze dell’Asse.
Gli interessi di Casa Savoia non coincidevano con quelli dell’Italia che, difatti, con la scelta di passare dalla parte degli alleati anglo-americani si trovò a dover sostenere il peso di tre guerre al posto di una sola: la guerra contro gli alleati; quella contro i tedeschi, insieme agli alleati; quella civile fra fascisti ed antifascisti.
A farne una sola, quella iniziata il 10 giugno 1940, ci sarebbe­ro stati meno morti e, soprattutto, la Nazione sconfitta avrebbe potuto restare unita.
Così non è stato.
I vertici della Forze armate trovarono conveniente ed opportuno schierarsi a difesa della monarchia, che, dopo il 25 luglio 1943, doveva essere tutelata sia dalla possibile reazione fascista che dal ritorno di quella “sovversione rossa” che il regime mussoliniano aveva fatto scomparire.
Le misure adottate per mantenere l’ordine pubblico illustrano a sufficienza la mentalità di una casta di ufficiali che si era tenuta distaccata dal popolo italiano con il quale, dal 1861, non si era mai identificata.
La circolare emanata il 26 luglio 1943 dal capo di Stato maggiore dell’esercito, generale Mario Roatta, per la tutela dell’ordi­ne pubblico ne è la conferma:
“Qualunque pietà a riguardo della repressione è un delitto, po­co sangue versato inizialmente risparmierà fiumi di sangue in se­guito. Perciò ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine. Siano abbandonati i sistemi antidiluviani, quali i cordoni, gli squilli, le intimazioni, la persuasione…I reparti abbiano i fucili a ‘pronti’ e non a ‘bracciarm’. Muovendo contro i grup­pi di individui che turbino l’ordine pubblico…si proceda in for­mazione di combattimento e si apra il fuoco a distanza anche con mortai e artiglierie senza preavviso come se si procedesse contro truppe nemiche. Non è ammesso il tiro in aria. Si tira sempre a col­pire come in combattimento”.
Una direttiva che costerà la vita a 93 cittadini, dei quali 83 nel periodo 26-30 luglio 1943, ai quali vanno aggiunti 563 feriti, mentre i Tribunali militari condannavano, fino all’8 settembre 1943, 3.500 persone a pene varianti da 18 anni a 6 mesi di reclu­sione e le forze di polizia traevano in arresto 35 mila cittadini, tutti rei di essersi illusi di aver ritrovato le libertà politiche.
Il prezzo della fedeltà alla monarchia sabauda, i generali ita­liani sono disposti a pagarlo con le vite degli altri, non con le proprie.
Per loro, l’onore è un concetto astratto. Ne fa testo il compor­tamento del maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio, che, il 3 set­tembre 1943, mentre il generale Giuseppe Castellano, a Cassibile, firma a nome suo e del governo l’armistizio con gli alleati, non esita a dichiarare al nuovo ambasciatore tedesco in Italia, Rudolf Rahn, che l’Italia resterà fedele all’alleanza con le Germania, concludendo con parole che vale la pena di riportare:
“Io sono il maresciallo Pietro Badoglio, uno dei tre più vecchi marescialli d’Europa. Sì, Mackensen, Pétain ed io siamo i più vec­chi marescialli d’Europa. La diffidenza del governo del Reich nei riguardi della mia persona mi riesce incomprensibile. Ho dato la mia parola e la manterrò. Vi prego di avere fiducia”.
Disonore fine a stesso, inutile, perché i tedeschi già conosceva­no la verità.
Il 30 agosto 1943, il tenente colonnello Herbert Kappler scrive a Berlino:
“La mia impressione è che il governo Badoglio concluderà una pace separata nei prossimi dieci giorni”.
Il 4 settembre 1943, a Roma, il direttore della centrale telefonica del Quartiere generale dell’Aeronautica informa il confiden­te dei tedeschi, Del Re, che il governo italiano ha firmato l’armistizio. Il Comando supremo germanico, a Berlino, ne viene subito informato.
Morti inutili: come quelle dei marinai del sommergibile “Velia”, fatto uscire insieme ad altri sette, dal porto di Napoli in missione di guerra dallo Stato maggiore della Marina, come da accordi stabiliti con gli alleati il 19 agosto 1943 per ingannare i tedeschi.
Il sommergibile “Velia”, al comando del tenente di vascello Patané, sarà affondato alle ore 22.00 dell’8 settembre 1943 nel golfo di Salerno, immolato per un inganno che ha mancato il suo obietti­vo .
La sera dell’8 settembre, difatti, l’Alto comando tedesco in Italia dirama ai reparti dipendenti il messaggio radio “Fall achse…Ernte einbrigen” (“Mettete al coperto il raccolto”) che rende esecutivo il piano da tempo predisposto di disarmo delle Forze armate italiane.
Quello stesso giorno, sulla base delle informazioni fornite dal generale Giuseppe Castellano, l’aviazione alleata, bombarda Frascati dove ha sede il comando supremo tedesco in Italia, provocando 500 morti fra gli italiani ma fallendo il suo obiettivo.
Sempre quell’8 settembre 1943, il capo di Stato maggiore dell’e­sercito, generale Mario Roatta, telefona al feldmaresciallo Albert Kesselring per metterlo al corrente della sua “sorpresa” nell’apprendere via radio della firma dell’armistizio, garantendogli di essere sempre stato all’oscuro di tutto.
Un modo astuto per garantirsi la pelle nel caso che fallisca la fuga programmata per il giorno successivo.
Il giudizio più impietoso e realistico sui vertici militari italiani viene dal loro interno, dal generale Giacomo Zanussi che, alla speranza, espressa dal generale Mario Roatta, che i comandan­ti delle unità dislocate fuori Roma possano reagire con le armi ad atti di ostilità da parte dei tedeschi, risponde:
“Ma lei li conosce meglio di me i nostri comandanti. È già dub­bio che dinanzi ad un ordine perentorio uno su due obbedisca, so­prattutto quando l’obbedire impegna non soltanto la propria responsabilità, ma rischia la propria testa. E dopo di ciò, lei si illude che, lasciati liberi di optare tra un atto di forza che li compro­mette e un atto di rinuncia che li risparmia, essi scelgano l’atto di forza! Segnatamente poi quando si saprà la scelta che abbiamo fatto noi!”.
Tranne pochissime eccezioni, difatti, i generali italiani si ar­rendono senza opporre resistenza alle truppe tedesche.
La retorica neofascista ha enfatizzato il numero degli ufficiali di grado elevato che hanno aderito alla Repubblica sociale italia­na, a cominciare dal maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, ma la realtà è molto diversa.
Moltissimi ufficiali, per i primi i generali, hanno aderito alla Repubblica di Salò perché l’8 settembre 1943 si sono trovati dietro le linee tedesche e non hanno voluto rischiare la vita o finire in un campo di concentramento in Germania.
Altri perché il governo fascista repubblicano pagava ottimi stipendi ed avevano famiglie da mantenere, altri ancora con la riserva di “aderire per sabotare”, gli ultimi perché Benito Mussolini aveva concesso al maresciallo Rodolfo Graziani di costituire un esercito “apolitico” nel quale, quindi, si poteva militare senza compromettersi con il fascismo, giustificando la scelta con la difesa d
ell’onore d’Italia.
È di origine militare l’immagine della “Salò tricolore” alla quale si riferirà il neofascismo postbellico, compreso Giorgio Almirante, la sua figura più rappresentativa, che nel suo libro autobiografico scriverà di aver aderito alla Rsi dopo aver ascoltato il discorso tenuto dal maresciallo Rodolfo Graziani al teatro Adriano, a Roma, il 1° ottobre 1943.
La frattura che si determina l’8 settembre 1943, all’interno del le Forze armate italiane, viene quindi ricondotta e circoscritta ad una diversa interpretazione dell’onore militare che per gli uni, aderenti al Regno del sud, si riconosce nel rispetto del giu­ramento di fedeltà al re, negli altri, inseriti nei ranghi della Repubblica sociale italiana, in quello della parola data agli al­leati tedeschi.
Entrambi gli schieramenti proclamano la loro apoliticità ed il comune intento di conservare l’integrità del territorio nazionale e l’unità della Nazione.
La frattura, anche se più formale che sostanziale, però esiste, e va pertanto ricomposta perché il nuovo Stato non può prescinde­re dalle Forze armate e non può ricostituirle epurando da esse mi­gliaia di quadri che dovranno necessariamente essere riassorbiti nel ruolo e nel grado, in modo da farne in un tempo ragionevole un organismo unitario, rappresentativo della ritrovata unità di una Nazione impegnata a rimarginare le ferite della guerra e, in modo particolare, di quella civile.
Ed è questo uno dei compiti dei primi governi postbellici, non assolvibile nell’immediatezza della fine del conflitto dal gover­no presieduto da un esponente del movimento partigiano come Ferruccio Parri, ma al quale si accinge con alacrità quello successivo, guidato dal democristiano Alcide De Gasperi.
La fine della guerra non segna quella delle apprensioni per il proprio destino e le proprie vite di tanti ufficiali, soprattutto di grado elevato, che potrebbero essere estradati nei Paesi occu­pati dall’esercito italiano durante il conflitto per esservi giudicati come criminali di guerra.
Anche se, nel corso degli anni, è stato fatto opportunamente di­menticare, il problema rappresentato dall’estradizione di decine di ufficiali – in paesi come l’Alba­nia, la Jugoslavia, l’Unione sovietica, l’Etiopia, la Grecia, la Francia – non era di poco conto e coinvolgeva persone che avevano fatto, dopo l’8 settembre 1943, scelte opposte.
La fucilazione, a Bari, del generale Nicola Bellomo, l’11 settembre 1945, da parte di un plotone di esecuzione britannico, provava che per gli alleati la distinzione fra aderenti al Regno del sud o alla Repubblica sociale non aveva alcun valore dinanzi alla com­missione di quelli che a loro insindacabile giudizio erano “crimini di guerra”.
Il generale Nicola Bellomo aveva aderito al Regno del sud ed era stato addirittura ferito nei combattimenti contro le retroguardie germaniche a Bari, il 9 settembre 1943, ma aveva la “colpa” di aver fatto sparare su due ufficiali britannici che avevano tentato la fuga da un campo di concentramento sotto la sua giurisdizione nel 1941, uno dei quali era rimasto ucciso.
Sui prigionieri che evadono l’ordine di aprire il fuoco esiste in tutti i Paesi del mondo, ma per gli inglesi quello commesso dal generale Bellomo era un “crimine di guerra” che andava punito con la morte.
E se questa era stata la sorte di un ufficiale italiano che ave­va aderito al Regno del sud, che si era schierato con gli alleati, che aveva provocato la morte di un solo ufficiale britannico, non era difficile ipotizzare quale sarebbe stata quella degli ufficia­li italiani che nei Balcani, in Africa, in Unione sovietica, avevano incendiato paesi, ucciso per rappresaglia migliaia di uomini, donne e bambini, imprigionato e torturato.
Pochi, forse nessuno, sarebbero tornati vivi dalla Jugoslavia, dall’Unione sovietica, dall’Albania, dalla Grecia, dall’Etiopia, che reclamava sia il maresciallo Pietro Badoglio che il suo anta­gonista Rodolfo Graziani.
Evitare il cappio al collo era una necessità che contribuiva a rendere unita la casta militare che riponeva le suo speranze nel­la Democrazia cristiana e nella Chiesa cattolica, le forze certa­mente più idonee, per il credito che godevano presso gli alleati anglo-americani, per evitare il peggio.
Il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, non abbandona le gerarchie militari sulla cui disciplina deve contare nel momento in cui si avvicina il momento di scegliere fra monarchia e repubblica.
Il 9 aprile 1946, Alcide De Gasperi si rivolge all’ammiraglio Ellery Stone, capo della Commissione alleata, per puntualizzare le ragioni che sconsigliano di accogliere la richiesta avanzata dalla Jugoslavia per ottenere l’estradizione di ufficiali italiani accu­sati di crimini di guerra:
“Non posso nasconderle – scrive De Gasperi – che un’eventuale consegna alla Jugoslavia di cittadini italiani, mentre ogni gior­no pervengono notizie molto gravi su veri e propri atti di crimi­nalità compiuti dalle autorità jugoslave a danno di italiani e dei quali sono testimoni i reduci dalla prigionia e le foibe del Carso e dell’Istria susciterebbe nel paese una viva reazione e una giustificata indignazione. L’emozione così suscitata non mancherebbe di riflettersi anche su taluni aspetti della situazione interna, di cui non appare conveniente turbare il processo di normalizzazione soprattutto nel periodo che precede le elezioni della Costituente”.
Alcide De Gasperi preannuncia, quindi, la costituzione di una commissione d’inchiesta italiana per l’accertamento delle respon­sabilità individuali nella commissione di crimini di guerra.
Il 2 maggio 1946, l’ammiraglio Ellery Stone risponde alla nota del 9 aprile del presidente del Consiglio italiano rassicurandolo sul fatto che “i governi americano e britannico sono ben consapevoli delle implicazioni di tale questione”, ed attendono di conosce­re i risultati dell’inchiesta condotta dal ministero della Guerra.
Il 6 maggio 1946, viene ufficialmente costituita la commissione d’inchiesta che è presieduta da Alessandro Casati e composta da sei giuristi, tre ufficiali in rappresentanza delle tre Armi e un ufficiale con funzioni di segretario.
In un Paese in cui la capacità di insabbiare tutto ciò che può nuocere alle classi dirigenti è superlativa e ben collaudata, per la prima volta ci si trova dinanzi alla realtà delle atrocità commesse da militari italiani in guerra che non possono essere cancellate del tutto ma solo circoscritte ad un numero il più possibile minimo di ufficiali e funzionari civili.
Così, il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, l’11 set­tembre 1946, invia una lettera all’ammiraglio Ellery Stone con la quale annuncia l’individuazione di 40 persone, tra funzionari civili e ufficiali dell’Esercito, che potranno essere deferite alla giustizia militare “per essere venuti meno, con gli ordini o nella esecuzione degli stessi, ai principi del diritto internazionale di guerra”.
Il governo italiano, di cui sono parte integrante i rappresen­tanti del Partito comunista, ostenta di voler procedere con seve­rità all’istruzione di una “Norimberga” italiana che veda alla sbarra quanti si sono macchiati di “crimini di guerra”.
Il 23 ottobre 1946, viene emesso un primo comunicato nel quale sono elencati i nomi di alcuni dei 40 ufficiali e funzionari civili sotto accusa. Fra i nomi resi pubblici spiccano quelli dei gene­rali Mario Roatta, Mario Robotti, Gherardo Magaldi, del tenente colonnello Vincenzo Serrentino e dell’ambasciatore Francesco Bastianini.
Fra questi, il generale Mario Roatta è latitante in Spagna; l’ ambasciatore Bastianini è rifugiato in Spagna; il tenente colon­nello Vincenzo Serrentino è prigioniero in Jugoslavia.
L’inserimento di Serrentino nell’elenco dei “criminali di guerra” legittima la condanna a morte che gli sarà inflitta dal tribunale jugoslavo, ma la sorte dell’ultimo prefetto italiano di F
iume, aderente alla Repubblica di Salò, non interessa al governo italiano ed alle gerarchie militari.
Vincenzo Serrentino sarà fucilato, a Sebenico, il 5 maggio 1947.
Sarà uno dei pochi ad essere immolato sull’altare della giusti­zia dei vincitori, perché i generali in Italia sono sotto il man­to protettivo della Democrazia cristiana che prosegue nella sua tattica volta a guadagnare tempo, in attesa che l’acuirsi dello scontro fra Mosca e Washington renda possibile la definizione del problema con un nulla di fatto.
Intanto, il 23 dicembre 1946, è pubblicato un secondo elenco di nomi fra i quali risaltano quelli dei generali Emilio Graziosi, Alessandro Pirzio Biroli, Francesco Giunta e Gastone Gambara.
In un elenco successivo, comparirà anche il nome di Achille Marazza, esponente di primo piano della Democrazia cristiana, ai vertici del Comitato di liberazione nazionale alta Italia, che non si era distinto nel corso del conflitto nei Balcani, al comando di un reggimento, per spiccata carità cristiana.
Il 25 aprile 1947, a distanza di poco più di un mese dal discorso del presidente americano Harry Truman del 12 marzo 1947 che segna l’inizio ufficiale della “guerra fredda”, il governo italiano presenta, tramite l’ambasciatore a Washington, Alberto Tarchiani, un memorandum al governo americano nel quale illustra le ragioni per le quali richiede la non applicazione dell’art. 45 del Trattato di pace che prevede la consegna ai Paesi che ne faranno richiesta dei “criminali di guerra” italiani.
L’incondizionata adesione italiana alla politica degli Stati uniti, la firma del Trattato di pace il 10 febbraio 1947, la necessità americana di mantenere l’Italia nella propria sfera d’influenza per la sua posizione strategica nel Mediterraneo iniziano a dare i primi corposi frutti alla casta militare divenuta, senza al­cun rimpianto e senso di colpa, repubblicana e democratico-cristiana.
L’articolo 45 del Trattato di pace non sarà applicato di fatto perché i Paesi aderenti all’alleanza occidentale (Stati uniti, Francia, Grecia, Gran Bretagna) e, infine, la stessa Etiopia notificheranno al governo italiano, in tempi successivi, la loro rinuncia a richiedere l’estradizione degli ufficiali italiani accu­sati di aver commesso crimini di guerra nei loro territori.
La possibilità di estradare nei Paesi del blocco comunista ufficiali italiani per farli giudicare e condannare a morte certa, non viene presa in considerazione nemmeno a livello di ipotesi.
Nessun ufficiale italiano sarà chiamato a rispondere sul piano penale del suo operato in guerra, a prescindere dalle scelte fatte l’8 settembre 1943, per affermare che il comportamento delle regie Forze armate prima dell’armistizio e quello dell’esercito “apolitico” di Salò non meritano censure da parte della classe dirigente po­litica repubblicana che su di esse e sulla loro fedeltà conta per mantenersi al potere.
Non c’è solo la pretesca abilità dei democristiani per spiegare come l’Italia sia il solo Paese dell’Asse che non ha preso provvedimenti contro la casta militare, i cui esponenti di spicco in Germania e in Giappone sono finiti sulla forca, ma la complicità di tutte le forze politiche italiane ed il tacito consenso degli americani e dei britannici.
Gli alleati sono, difatti, consapevoli che la paura, prima, e la gratitudine per essere stati risparmiati, dopo, avrebbero provocato nel­le gerarchie militari italiane uno stato di totale sudditanza, non solo psicologica, nei loro confronti.
I fatti hanno dato loro ragione.
Del resto, gli anglo-americani le loro vendette in Italia se le so­no prese per proprio conto.
Dopo aver fucilato il generale Nicola Bellomo, a Bari, l’11 set­tembre 1945, difatti, il 27 gennaio 1947 passano per le armi un altro ufficiale italiano, Italo Simonetti, a Marina di Pisa, anch’esso colpevole di aver ucciso un militare americano in Garfagnana nel corso del conflitto.
Nessuno protesta.
Una casta militare che si pone come obiettivo prioritario quello anzitutto di salvare la pelle, poi quello di salvaguardare la carriera e la pensione, non può che far comodo a chi è venuto per conquistare ed ora dovrà governare in maniera accorta e pubblicamente inavvertita.
Il servilismo militare nei confronti degli alleati si evidenzia nei giorni che precedono la firma del Trattato di pace, avvenuta a Parigi il 10 febbraio 1947.
Contro di essa si erge don Luigi Sturzo che, il 6 febbraio 1947, si spinge a criticare la restrizioni imposte alla flotta militare italiana; insorge il ministro degli Interni, Mario Scelba, che il 9 febbraio per protesta rassegna le dimissioni rientrate dopo un colloquio personale con il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi; lo sdegno si esprime nel tragico gesto di Maria Pasquinelli che, il 10 febbraio 1947, uccide il governatore militare di Pola, il generale britannico Robert W. De Winton; mentre lo stesso giorno, al suono delle sirene, si ferma l’intera Nazione che esprime in que­sto modo l’amarezza per l’iniquità delle condizioni imposte al Pae­se sconfitto dai vincitori.
La sola voce discordante è quella dell’ammiraglio Raffaele De Courten, ex capo di Stato maggiore della Marina, che il 6 febbraio 1947 su “Il Mattino dell’Italia centrale” non esita a scrivere che il Trattato di pace lascia una “porta aperta verso l’avvenire”.
È il segnale di un comportamento che verrà mantenuto inalterato fino ad oggi: la casta militare non ha mai espresso un dissenso, sia pure timido e riservato, verso le limitazioni alla sovranità nazionale, all’indipendenza del Paese, alla subalternità assoluta nei confronti dei vincitori della Seconda guerra mondiale.
La classe dirigente, nel fare dell’Italia un Paese a disposizione degli Stati uniti, non ha trovato critiche ed oppositori nel campo militare.
Una della ragioni che spiegano questo comportamento è da ricer­care proprio nella benevolenza con la quale le gerarchie militari sono state trattate dagli alleati e dai politici che avrebbero do­vuto giudicarle ed epurarle.
Difatti, saranno pochissimi gli ufficiali di grado elevato che subiranno conseguenze di una certa gravità per i comportamenti mantenuti l’8 settembre 1943 e per la loro adesione alla Repubblica sociale italiana.
Il 7 febbraio 1946, la Corte di cassazione proscioglie da ogni addebito, in blocco, gli ufficiali superiori della Guardia nazio­nale repubblicana stabilendo che “sono formazioni di camicie nere con funzioni politico-militari le squadre d’azione di camicie ne­re (brigate nere) che, giusta decreto istitutivo, rappresentavano la ‘struttura politico-militare del partito’, e non già le forma­zioni della Guardia nazionale repubblicana, modellata sull’ordinamento dell’Arma dei Regi Carabinieri”.
Il 10 febbraio 1946, a Roma, il Tribunale militare assolve il generale Lorenzo Dalmazzo, accusato di resa e aiuto militare ai tedeschi alla data dell’armistizio, “perché i fatti a lui ascritti non costituiscono reato”.
Il 12 ottobre 1946, a Roma, il Tribunale militare condanna a 2 anni e 20 giorni di reclusione, interamente condonati, il genera­le Umberto Giglio, comandante militare dell’Emilia durante la Rsi.
Il 7 gennaio 1947, a Bologna, la Corte di assise proscioglie per amnistia il generale della Guardia nazionale repubblicana Ivan Do­ro, presidente del Tribunale militare repubblicano, “per difetto della volontà omicida” che non può ritenersi sussistente, ad avvi­so dei giudici, “soltanto perché vi furono delle sentenze di con­danna a morte”.
Il 13 gennaio 1948, la Corte di cassazione applica l’amnistia al colonnello Corrado, comandante militare della provincia di Brescia durante la Rsi, in quanto, scrive:
“La convocazione di tribunali straordinari da parte di un comandante militare della Provincia è effetto dell’esecuzione di ordini superiori emanati dal prefetto o dal comandante regionale, senza possibilità di iniziativa di rilievo
e di decisioni sottratte al controllo di detta autorità”.
Lo stesso giorno, il Tribunale supremo militare, presieduto dal generale Angelo Cerica, assolve il generale Casimiro Delfini, co­mandante della Brigata carabinieri di Roma che aveva cooperato nella deportazione in Germania di 1.500 carabinieri in servizio nella Capitale, nel mese di ottobre del 1943, e che poi aveva aderito alla Rsi rivestendo l’incarico di capo del Reparto Amministrazione-Intendenza presso il Comando generale della Guardia nazionale re­pubblicana.
Il Tribunale lo giudica innocente delle accuse di collaborazio­nismo perché riconosce “la legittimità nell’ambito del diritto in­ternazionale di accordi fra l’autorità italiana e quelle tedesche per il disarmo ed il trasferimento” dei carabinieri.
Le Forze armate proteggono se stesse, a prescindere dai comportamenti individuali mantenuti l’8 settembre 1943 e successivamente, e la classe politica tutela le Forze armate con l’assenso degli anglo-americani che riconoscono l’imperiosa necessità di restitui­re allo strumento militare italiano la sua efficienza.
In silenzio, senza clamori, il governo presieduto da Alcide De Gasperi, già nel mese di febbraio del 1946, ha richiamato alle ar­mi i giovani che hanno fatto parte dell’esercito repubblicano, purché non accusati di reati specifici.
Non sono nemici dello Stato democratico quei ragazzi che hanno risposto alla chiamata alla leva della Repubblica sociale italia­na, sono viceversa soldati già addestrati, disciplinati e necessa­ri ad un esercito che deve fronteggiare gravi emergenze, compreso il rifiuto di tanti giovani meridionali, siciliani in particolare, di difendere in armi uno Stato che non riconoscono come proprio.
La retorica resistenziale post-bellica ha inteso vedere nella mancata epurazione delle Forze armate, nel trattamento clemente riservato agli ufficiali in alto grado che avevano aderito alla Rsi, nel reintegro di molti di essi nell’esercito nato dalla Resisten­za, la prova di un fascismo che rimaneva latente ma ancora in grado di condizionare la vita politica della Repubblica democratica ed antifascista.
Non è così.
Gli ufficiali del regio Esercito che, dopo aver giurato fedeltà alla monarchia, avevano giurato fedeltà alla Repubblica sociale italiana e, successivamente, hanno espresso un terzo giuramento di fedeltà, questa volta alla Repubblica antifascista, non hanno mai ritenuto di venire meno alla coerenza e all’onore militare perché apolitico era l’Esercito regio, apolitico quello repubblicano, apolitico doveva essere quello democratico: in tutti e tre i casi, difatti, il dovere del soldato è obbedire, difendere l’integrità territoriale della Nazione, combattere la sovversione che mina l’unità del Paese.
L’obbedienza del soldato, distaccato dalla politica, al di fuo­ri delle fazioni, alieno da ogni ideologia, fedele allo Stato, a “qualunque Stato” (come sosteneva Julius Evola), diviene lo scudo e l’alibi di quanti passano, apparentemente senza traumi e sensi di colpa, dal servizio della Monarchia a quello dello Stato fascista repubblicano a quello, infine, dello Stato democratico e repubblicano.
L’Italia dell’immediato dopoguerra affronta i problemi dell’in­tegrità territoriale sul confine orientale dove appare grave il contenzioso con la Jugoslavia, in Sicilia dove il separatismo av­via la propria guerriglia a partire dal mese di ottobre del 1945, del mantenimento dell’ordine pubblico e della necessità di contrastare la “sovversione” socialcomunista.
Garantire e tutelare le Forze armate significa per i governi democristiani assicurarsi la certezza di poter fare affidamento sul loro intervento in qualunque circostanza e contro qualsiasi nemi­co interno.
Riabilitare le Forze armate, riassorbire il trauma dell’8 settembre 1943, ricomporre la frattura creatasi con i 600 giorni della Repubblica di Salò, salvaguardarne l’immagine evitando che venga infangata dai processi, all’interno ed all’estero, per “crimini di guerra”, sono tutte azioni promosse non da un fascismo occulto ma dalla nuova classe politica, di cui fanno parte anche i comuni­sti che sperano, inizialmente, di immettere nei ruoli dell’Eserci­to i quadri delle formazioni partigiane.
Le ombre che gravano sulle gerarchie militari sono tante e non possono essere dissipate se non con un atto di coraggio che la classe politica italiana non ha mai avuto né mai ha ipotizzato di ave­re.
L’accusa di tradimento nei confronti di alti ufficiali che dal­l’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, fino alla da­ta dell’armistizio, l’8 settembre 1943, avevano collaborato con gli alleati non era solo una voce di popolo per giustificare le nostre sconfitte ma una realtà triste ed amara, confermata dalla imposizione nel Trattato di pace dell’art. 16 che fa divieto all’Italia di processare quanti hanno collaborato con gli alleati dal 1939 al 1945.
La resa dell’isola di Pantelleria nel mese di giugno del 1943, l’abbandono da parte della guarnigione della base di Augusta, la sola dotata di cannoni da 381 mm, nella notte fra il 9 ed il 10 luglio 1943, che apre la strada all’invasione anglo-americana del­la Sicilia, provano che alla base del tradimento di ufficiali di grado elevato non vi erano motivazioni ideologiche ammesso che queste ultime possano giustificare quanti, dalle posizioni di co­mando che occupano, mandano a morte certa i propri compatrioti ed i propri subalterni per favorire l’azione del nemico.
Quanti italiani sono scomparsi nel Mediterraneo perché qualche ammiraglio segnalava agli inglesi le rotte dei convogli diretti in Africa rendendoli facili bersagli dei sommergibili e degli ae­rei di Sua Maestà britannica?
Neanche la fine della guerra a fianco degli alleati e la scom­parsa del fascismo avrebbero dovuto consentire all’ammiraglio Fran­co Maugeri, apertamente e pubblicamente accusato di intelligenza con il nemico, di divenire capo di Stato maggiore della marina, eppure è proprio quanto è stato fatto da quelle gerarchie milita­ri per le quali la sola difesa è rappresentata dalla negazione in toto di ogni accusa e dalla cancellazione di tutte le verità, unico modo per ricostituire l’unità della Forte armate e restituire ad esse il prestigio definitivamente perduto.
Dovevano, quindi, cadere le accuse di tradimento, quelle relati­ve ai ”crimini di guerra” ed, infine, quella di aver partecipato su fronti contrapposti alla guerra civile dopo l’8 settembre 1943.
Il 22 febbraio 1947, il Tribunale militare di Taranto aveva pro­sciolto per amnistia il sottotenente Calogero Lo Sardo, tre sottufficiali e 17 soldati imputati per la strage di Palermo del 19 otto­bre 1944, quando avevano sparato senza alcuna motivazione plausi­bile su un corteo di cittadini che chiedevano il miglioramento delle condizioni di vita, uccidendone 23 e ferendone oltre 100.
La Procura generale militare aveva impugnato la sentenza di pro­scioglimento ma, il 31 maggio 1947, dopo l’esclusione dei comunisti dal governo rinunciò al ricorso e la sentenza di proscioglimento divenne esecutiva il 4 giugno 1947.
Il 17 febbraio 1949, a Roma, dov’era stato trasferito da Milano per ragioni di opportunità, si conclude il processo per “collaborazionismo” a carico del capitano di fregata Junio Valerio Borghese, decorato di medaglia d’oro al valor militare, comandante della Decima flottiglia mas fino all’8 settembre 1943 e, poi, della divi­sione di fanteria di marina Decima nella Repubblica sociale ita­liana.
Junio Valerio Borghese viene condannato a 12 anni di reclusione dei quali 9 condonati, e rimesso subito in libertà fra l’esultanza della Marina militare di cui era l’ufficiale di maggiore prestigio.
Due giorni più tardi, il 19 febbraio, il giudice del Tribunale militare, generale Enrico Santacroce, proscioglie i generali Mario Roatta e Giacomo Carboni, che erano stati denunciati dalla commissione d’inchiesta, presieduta dal comu
nista Mario Palermo, sulla mancata difesa di Roma dell’8-10 settembre 1943 e, contestualmente, i generali Ambrosio, Castellano, De Stefanis, Utili e Calvi di Bergolo che erano stati, a loro volta, denunciati dal genera­le Giacomo Carboni.
Sul conto di quest’ultimo, ex direttore del Sim, il giudice mi­litare scrive che la sua condotta era stata, “improntata alle pre­scrizioni che il dovere e l’onore imponevano in quelle specialissime circostanze”.
Il 14 ottobre 1949, a Perugia, la Corte di assise assolve tutti gli imputati, militari e diplomatici, accusati di aver organizzato l’omicidio dei fratelli Rosselli, compreso il colonnello dei cara­binieri Sante Emanuele che aveva addirittura confessato la sua partecipazione al delitto, non esitando a giustificare la sentenza assolutoria con una motivazione nella quale i giudici scrivono:
“La logica conclusione di quanto si è esposto e ragionato sareb­be la dichiarazione della responsabilità dell’Emanuele e del Nava­le nell’uccisione, di Carlo Rosselli. Notisi poi nei confronti del primo che anche il semplice fatto da lui inizialmente confessato, avere cioè trasmesso al secondo l’ordine di uccisione costituireb­be, come tanti elementi inducono a credere, partecipazione al de­litto. Però la Corte non può dissimularsi un dubbio, tenue è vero, ma sem­pre un dubbio; che nel torbido mondo del fuoriuscitismo internazionale in Francia potessero fermentare oscure tragedie e che vittima di una di queste possa essere stato Carlo Rosselli”.
Bisognerà attendere altri trent’anni circa per vedere una secon­da Corte d’assise, questa volta romana, assolvere perfino i rei confessi in un processo che, anche in questo caso, coinvolge alti ufficiali delle Forze armate, quello sul presunto golpe Borghese del 7-8 dicembre 1970.
Il 2 maggio 1950, a Roma, si conclude il processo a carico del maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, ministro della Difesa e comandante in capo delle Forze armate della Rsi.
Rodolfo Graziani è condannato a 19 anni di reclusione che si riducono a 5 anni e 4 mesi per effetto delle amnistie e dei condoni la cui decorrenza deve essere calcolata dal giorno in cui è stato arrestato dagli alleati e non da quello in cui è stato passato in consegna alle autorità italiane, così che la pena, in effetti, è quasi interamente scontata.
Graziani, difatti, sarà rimesso in libertà il 28 agosto 1950.
Con note, rispettivamente, del 27 maggio 1947 e del 7 luglio 1947, la Gran Bretagna e la Francia, precedute da quella dello stesso tenore degli Stati uniti, rinunciano a richiedere l’estradizione de­gli ufficiali accusati di “crimini di guerra”, a norma dell’art. 45 del Trattato di pace, ma chiedono che i processi a loro cari­co si svolgano comunque in Italia.
In tempi successivi, la stessa posizione assume la Grecia e, di fatto, anche l’Etiopia, fiduciose nel fatto che i Tribunali mili­tari italiani avrebbero, in ogni caso ed in qualche modo, reso loro giustizia.
Il 25 giugno 1951, però, a Roma, si svolge una riunione fra i ministri della Difesa, Randolfo Pacciardi, degli Esteri, Carlo Sforza, di Grazia e giustizia, Attilio Piccioni, ed un rappresentante della Procura generale militare per esaminare il problema relativo ai processi da fare a carico dei “criminali di guerra”.
Le decisioni assunte nel corso della riunione non si conoscono, ma i suoi effetti sì, perché tutti i procedimenti pendenti relati­vi ad almeno 40 fra alti ufficiali e funzionari civili saranno de­bitamente archiviati e i fascicoli processuali chiusi in armadi che nessuno ha mai avuto il coraggio e la dignità di riaprire.
Per chiudere definitivamente la questione militare, per sanare le ferite delle Forze armate e presentarle alla Nazione come un organismo unitario immune da tradimenti e viltà, proteso solo alla difesa della Patria in guerra e in pace rimane da fare un so­lo, ultimo e definitivo, passo: riabilitare anche sotto il profi­lo giuridico, non solo quindi sotto quelli politico e morale, gli appartenenti in divisa alla “Salò tricolore” che, a loro merito, potevano ascrivere di non aver mai schierato, nel corso dei 600 giorni della Repubblica di Salò, i loro reparti su quelle linee del fronte dove si trovavano, a fianco di inglesi ed americani, i militari del Regno del sud.
Una scelta, concordata con lo Stato maggiore del regio Eserci­to, per affermare che le Forze armate regolari della Repubblica sociale non partecipavano ad una guerra civile ma continuavano a combattere solo per l’Italia ed il suo onore, non per il fascismo.
Una scelta che aveva già fruttato, sia pure circoscritto alla so­la divisione Decima, il riconoscimento del contrammiraglio B. Inglis, capo del servizio segreto della Marina militare americana, che nel mese di gennaio del 1946, nel bollettino riservato agli ufficiali della U.S. Navy security of the O.n.i. Review, sul conto di Junio Valerio Borghese e dei suoi uomini aveva scritto:
“…Quello che è certo è che essi non furono favorevoli agli al­leati; ma sarebbe scorretto affermare che essi furono delle forma­zioni più favorevoli ai tedeschi e più filofasciste delle forze ar­mate italiane. La maggior parte di essi sentì che l’armistizio era stato un vergognoso tradimento al suo alleato da parte del re e di Badoglio e decisero di ‘redimere l’onore d’Italia’”.
Ora, il riconoscimento, esteso a tutti gli appartenenti alle For­ze armate regolari della Repubblica sociale italiana agli ordini del maresciallo Rodolfo Graziani, diveniva pubblico ed ufficiale.
Il 23 febbraio 1952, con legge n. 93, è riconosciuto valido ai fini della carriera il servizio prestato nelle Forze armate della Rsi, con il conseguente reintegro nel ruolo e nel grado di tutti gli ufficiali, non condannati per fatti specifici, che potranno riprendere servizio nelle Forze armate della Repubblica democrati­ca ed antifascista.
È, in questo modo, riaffermato il concetto di “apoliticità” che costituisce l’alibi delle Forze armate che al servizio di un governo di diritto (il Regno del sud) o di fatto (la Repubblica sociale) hanno preteso di servire solo lo Stato e la Nazione, non regimi politici.
Mutate però le condizioni politiche, interne ed internazionali, il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Andrea Viglione, nel 1975 bloccherà le carriere degli ufficiali provenienti dall’ esercito repubblicano che non potranno superare il grado di gene­rale di brigata.
In Italia, le Forze armate erano uscite dalla Seconda guerra mon­diale distrutte, non solo materialmente, così che l’opera di ricostruzione aveva richiesto tempo e, soprattutto, una nuova bandiera attorno alla quale riunirsi che non fosse quella di un’Italia unita, che i fatti avevano dimostrato non esistere nel cuore e nelle coscienze di milioni di italiani.
Una bandiera che non era più quella dei tre colori, ma a stelle e a strisce.

http://www.archivioguerrapolitica.org/?tag=alcide-de-gasperi


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