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Progetti NATO per La Maddalena


Eshin
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Sardegna. Da deposito di armamenti a base strategica per le operazioni militari in Medioriente

Costantino Cossu

La Maddalena potrebbe tornare a essere uno dei nodi principali del dispositivo militare Nato nel Mediterraneo. Dal 1972 al 2008 Santo Stefano, una delle sessantadue isole che formano l’arcipelago al largo della costa nord orientale della Sardegna, ha ospitato una base americana di appoggio per sommergibili della Us Navy armati di missili a testata atomica. Dopo che gli americani sono andati via, nell’isola è rimasta una base della marina militare italiana, che custodisce, in sei chilometri di gallerie scavate nel sottosuolo, il più importante deposito di ordigni bellici delle forze armate nazionali: munizioni, armamenti individuali, mine, esplosivi ad alto potenziale, bombe, missili terra-aria e siluri.

http://ilmanifesto.info/progetti-nato-per-la-maddalena/

Nei giorni scorsi da Roma il ministero della difesa ha fatto sapere di volere ampliare il pontile della struttura rimasta sotto il suo controllo per fare in modo che a Santo Stefano possa attraccare, nel corso delle sue attività di addestramento, ma anche durante eventuali missioni operative, la portaerei «Cavour». Sarebbe un salto di qualità nell’operatività della base, che da deposito di armamenti passerebbe a essere un punto di appoggio strategico orientato al caldissimo quadrante mediorientale. Punto di appoggio per ora nella disponibilità della sola marina italiana, ma in futuro a disposizione anche degli alleati Nato. Uscita dalla porta, la presenza militare Usa in Sardegna potrebbe rientrare dalla finestra.

In Sardegna il progetto viene criticato sia dal fronte antibasi, che da decenni si batte contro la pesantissima presenza militare nell’isola, sia dalla giunta regionale di centrosinistra. Delle argomentazioni del movimento si fa portavoce il deputato di Sinistra italiana Michele Piras: «Alla Maddalena e alla Sardegna servirebbe un importante investimento nella conversione ecologica e turistica dell’economia. Di certo non servono le navi da guerra, né l’ulteriore espansione delle servitù militari esistenti. I lavori di ampliamento a Santo Stefano non solo impatterebbero sull’ambiente – l’arcipelago è oggi parco nazionale e area marina protetta – ma produrrebbero la consegna sine die del paesaggio a gigantesche navi da guerra».

Anche il presidente della giunta sarda, Francesco Pigliaru, si schiera contro il progetto della Difesa: «Abbiano già negato l’autorizzazione al rinnovo dell’attuale servitù a Santo Stefano, che sta per giungere a scadenza. Tanto più, quindi, siamo determinati nel chiedere al governo di aiutarci ad affrontare i nodi cruciali del rilancio in chiave turistica della Maddalena e non certo di programmare ampliamenti della presenza militare». Critica è pure la voce del presidente della commissione parlamentare sull’uranio impoverito, Giampiero Scanu. Contrario a un potenziamento della base di Santo Stefano, il deputato del Pd chiede al governo una riduzione delle servitù militari in Sardegna, con la chiusura dei poligoni di Teulada e di Capo Frasca e con la riconversione della base di Quirra a usi civili di ricerca aerospaziale.

La Sardegna, insomma, continua a resistere alla militarizzazione del suo territorio (più del sessanta per cento delle servitù militari italiane è concentrato nell’isola). Un fronte pacifista e antimilitarista alla cui agenda si è aggiunta, negli ultimi mesi, la campagna per denunciare e bloccare la vendita di armi fabbricate in Italia all’Arabia Saudita. Le bombe MK3, infatti, che i caccia F15 della Royal Saudi Air Force sganciano quotidianamente nella guerra contro le milizie sciite houthi facendo strage di civili, sono fabbricate dalla Rwm Italia (succursale italiana del gruppo tedesco Rheinmetal Defense) a Domunovas, un piccolo comune a cinquantadue chilometri da Cagliari.

Secondo l’esposto che la «Rete disarmo» ha presentato nelle scorse settimane alla procura della Repubblica di Roma per violazione della legge 185 che regola l’esportazione di armi, nel 2015 dallo stabilimento sardo sono partite per la penisola arabica cinquemila bombe. Una di queste spedizioni, quella avvenuta il 29 ottobre 2015, è stata ampiamente documentata dai servizi fotografici dei media locali sardi che hanno ripreso l’imbarco, all’aeroporto civile di Elmas, sotto gli occhi di tutti, di diverse tonnellate di ordigni su un Boing 747 della compagnia Silk Way dell’Azerbaigian con destinazione Arabia Saudita. Nel 2015, da quando si è intensificata l’offensiva dei sauditi contro gli houti, la produzione nella fabbrica di Domusnovas è aumentata: 41 milioni euro di bombe vendute contro i 27 milioni del 2014. E le spedizioni sono continuate nel 2016, anche se ora non passano più per l’aeroporto di Elmas: raggiungono via mare Genova, da dove poi arrivano al porto saudita di Gedda. Un traffico milionario sulla pelle di migliaia (26 mila secondo le stime più recenti) di vittime innocenti.


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