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Baghdad Football Club - libro


sound73
Estimable Member
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Viaggio nel mondo del Baghdad Fc

Nella stagione 1984-85 il regime iracheno decise che per risollevare le sorti dell'umore del paese, era necessaria una vittoria nel proprio campionato della squadra dell'esercito. Per fare questo ci si adoperò come meglio si potè: una partita durò mezzora in più per consentire all'esercito di segnare il gol della vittoria. In un altro caso, tra il primo e il secondo tempo, nello spogliatoio dell'arbitro venne fatto arrivare un messaggio eloquente: «La tua vita dipende da 'un certo tipo' di risultato». In pochi minuti espulse due giocatori dell'Aereonautica, impegnata contro gli obbligati a vincere. E' ipotizzabile che l'arbitro non abbia esclamato al termine della gara la frase «ho fatto un capolavoro», ma che abbia forse emesso un fragoroso sospiro di sollievo, che sarebbe stato più fragoroso ancora, se avesse saputo che addirittura, in Italia, capitava che gli arbitri venissero - talvolta - chiusi negli spogliatoi al termine della gara. La sua vita era salva. E' uno dei tanti episodi citati nel libro di Simon Freeman, Baghdad Football Club, pubblicato da poco da ISBN edizioni: il giornalista sportivo inglese analizza la le vicende e i personaggi più bizzarri riscontrati durante il suo viaggio attraverso la storia del football in Iraq. Una storia che ricorda per certi versi quella del calcio durante regimi già conosciuti, come in Germania, Italia o Unione Sovietica. Un calcio che si snoda nella sua storia in modo indissolubile con le vicende politiche, finendo per impersonare le molteplicità di un popolo sofferente e dignitoso.
Pur nella caotica presentazione della sua ricerca - il primo obiettivo di Freeman era la realizzazione di un documentario televisivo - il libro permette di addentrarsi tra fatti recenti, episodi venuti alla ribalta a causa della guerra americana, situazioni che apparirebbero buffe e lievemente ironiche, se non fossero appoggiate su quello strato di tristezza e devastazione umana che solo una guerra può creare. Fremann sceglie alcuni personaggi che costituiscono i protagonisti del suo libro: il terribile Uday Hussein, figlio di Saddam e presidente della federazione, famoso per le sue torture nei confronti dei calciatori che spesso venivano incarcerati a seguito di prestazione non ritenute all'altezza. Poi c'è Bernd Stange, un tedesco di Jena, ex ct della Germania Est e giunto nell'ottobre 2002 in Iraq per guidare la nazionale: uno sconosciuto nello scenario internazionale che per una foto durante la presentazione vicino a un ritratto di Saddam venne criticato da quasi tutta l'Europa del pallone. «Sono in Iraq perché nessun altro mi ha offerto un contratto», aveva spiegato il mister teutonico, prima di iniziare la sua avventura, da equilibrista politico e sportivo, alla guida della nazionale irachena.
Il deus ex machina, il protagonista in assoluto del libro è però il personaggio sportivo più controverso presentato da Freeman: si tratta di Ammo Baba, cresciuto nella base RAF di Habbaniya tra gli anni trenta e quaranta e divenuto il «più grande calciatore arabo di tutti i tempi». Cristiano, criticato per la sua supposta vicinanza al regime, di lui si dice fosse meglio di Pelè: atletico, rapido, possente, per lui il regime spese soldi per consentirgli operazioni, check up e stage all'estero. Lui rimase sempre in Iraq, non volle mai accettare alcun ingaggio straniero (non che negli anni '60 fosse semplice) e rifiutò alcune opportunità che gli vennero offerte da squadre inglesi. Peccato che di lui non sia rimasta neanche un'immagine, un video, un gol scolpito su un nastro. Una storia per certi versi magica e cruda allo stesso tempo: durante una tournee in Bretagna la squadra di Ammo perde contro i rivali europei. Per il mister iracheno le colpe sono nel denutrimento dei propri ragazzi. A fronte di situazioni logistiche disastrose fa da contraltare l'amore degli iracheni per il calcio. Per festeggiare la storica qualificazione alle Olimpiadi del 2004 (dove furono avversari dell'Italia per il bronzo) i giocatori si rifiutarono di usare la bandiera nuova di zecca preparata da Bremer e co. Cambiarono la grafia della scritta «Dio è grande» sulla bandiera (si sospettava fosse la grafia di Saddam) ed esultarono con i propri colori tradizionali una successo sportivo dell'intero popolo iracheno: non di Saddam e neppure degli americani.

di Simone Pieranni
fonte: www.ilmanifesto.it
03.06.06

Baghdad Football Club
La tragedia del calcio nell'Iraq di Saddam

Giocatori frustati con cavi metallici e costretti a calciare palle di cemento armato fino allo sfinimento, casi di condannati a morte per un autogol. Per vent’anni Uday Hussein ha arrestato, torturato e ucciso calciatori, atleti e giornalisti. Una storia di sport che racconta la storia di una nazione.
Con la caduta del regime in Iraq nel 2003, finisce anche il regno dispotico di Uday Hussein, figlio di Saddam e ministro dello sport, segnato da anni di torture e soprusi mentre la nazionale irachena tagliava un traguardo dopo l’altro: dalla storica qualificazione ai mondiali di Messico ’86, mentre il paese era dilaniato dalla sanguinosa guerra contro l’Iran, alla finale per la medaglia di bronzo giocata contro l’Italia alle Olimpiadi di Atene del 2004. Ma il mondo dello sport internazionale ha sempre taciuto. Il protagonista dell’indagine di Freeman Ammo è Baba, il Pelé del mondo arabo, personaggio controverso con cinquant’anni di carriera da giocatore e allenatore alle spalle, per alcuni eroe nazionale, per altri vile collaboratore di Saddam.
Baghdad Football Club è un’inchiesta che rivela i lati oscuri della storia di un regime su cui, anche a causa della propaganda americana, ancora non è trapelata la verità. Uno studio senza precedenti sui rapporti tra politica e mondo del calcio. Un mondo cinico e senza scrupoli, che pur di produrre intrattenimento, è capace di ignorare anche i crimini più atroci.

Simon Freeman (1966) è un giornalista sportivo inglese. Scrive per diverse testate tra cui il Sunday Times, l’Herald Tribune, il Guardian, Vanity Fair e il Times.

LIBRO: http://www.isbnedizioni.it/index.php?p=edizioni_libro&book=29&type=0
03.06.06


Citazione
God
 God
New Member
Registrato: 3 anni fa
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Giocatori frustati con cavi metallici e costretti a calciare palle di cemento

Sì, e poi come facevano a muoversi?

Con la caduta del regime in Iraq nel 2003, finisce anche il regno dispotico di Uday Hussein

Già. Peccato che il leader sciita Muqtda Al Sadr - acerrimo nemico di Saddam Hussein e attualmente tra i capoccia dell'Iraq - abbia emesso una fatwa contro il calcio:

http://riverbendblog.blogspot.com/2006_05_01_riverbendblog_archive.html#114902032905572434

Mentre tre giocatori di tennis sono stati uccisi perché erano in pantoloncini:

http://iraq-no-more-freedoms.blogspot.com/2006/05/killed-in-iraq-for-wearing-shorts.html

This is freedom!


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