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criticoni, critici e cinema


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Da: www.laregione.ch/interna_new_coe.asp?art=dibattito1&frmt=od

Il dibattito
Robin Hood e la casta

di Dalmazio Ambrosioni - 9 agosto 2011

Il ‘Corriere del Ticino’ del 2 agosto, rubrica L’opinione, pubblica un intervento di Armando Dadò dal titolo “Festival, uno strano premio all’onore” nel quale l’editore e opinionista locarnese sostiene che il regista Abel Ferrara è indegno del Pardo d’Onore assegnatogli dal Festival del film. E ne elenca i motivi. Il giorno dopo su ‘la Regione’ gli risponde secco Mariano Morace nella rubrica Spazio aperto titolando “Ben venga la critica, ma non per sentito dire”.

Trovo il botta e risposta interessante e divertente. Interessante perché, magari senza volerlo, ha suscitato alcune buone e tempestive domande. Ad esempio su cosa sia la critica, cinematografica e non solo; come debba essere formulata (esiste un codice, un modello cui attenersi?), su che basi (buon senso, diploma, laurea, appartenenza a qualche corporazione?), chi ne sia autorizzato (uno, nessuno, centomila?); chi può giudicare chi può e chi non può criticare (esiste un jury, un tribunale, un’autorità, un certificato abilitante?) e via elencando.

Su tutto però aleggia una domanda di fondo: esiste un diritto di critica? Dadò sostiene di sì, e non solo su cose di cinema, infatti da anni rivendica il diritto-dovere di prendere posizione, di reagire, di indignarsi.

La critica nasce dalla vita, dalla cultura che si ha, di cui si è figli, e la sua cultura gli fa dire che no, Abel Ferrara non è degno del Pardo d’Onore. Morace da buon critico cinematografico replica: il regista americano merita il Pardo d’Onore e ne documenta a sua volta i buoni motivi. Per poi concludere che critica sì, ma a qualche condizione, ad esempio di avere o assumere un certo tipo di formazione e di informazione, appunto “non per sentito dire”. Insomma una critica condizionata. Da qui un pericolo e una possibilità.

Il pericolo neanche tanto nascosto è di dover proibire il giudizio alle decine di migliaia di persone che frequentano il Festival rinunciando alle vacanze o scegliendo Locarno e il Ticino per trascorrerle. Tappare la bocca a chi ha operato una scelta (vado al Festival) e matura un proprio giudizio in base naturalmente alla propria cultura: che poi se lo tenga per sé, lo confidi agli altri o lo scriva, poco importa. In breve: il diritto di critica va limitato a chi ne è abilitato (di nuovo: come e da chi?) e dispone di buone informazioni di tipo tecnico, oppure va concesso a tutti? Un criterio restrittivo e uno aperto. Se si applicasse alla lettera il primo criterio, buona parte di chi in questi giorni (sui giornali, alla radio e tivù sui siti web) fa un lavoro diciamo di critica cinematografica dovrebbe astenersi. Pena una bacchettata sulle dita da parte di chi si sente lui sì delegato alla possibilità di critica.

Non per prendere posizione in materia (i duellanti sono grandi e vaccinati) ma mi viene in mente la lezione della storiografia più avanzata.

Mi è sempre piaciuta la storia soprattutto quella scritta bene e ricordo che il mio professore alla Cattolica il primo giorno di lezione mi ha detto che i fatti vanno riportati il più possibile (ecco il dovere dello storico) nel contesto in cui sono avvenuti. Se parliamo di Annales, di Nouvelle histoire, di personaggi del calibro di Marc Bloch, di Le Goff, di Braudel o Dufy, vediamo che le novità da loro portate sono essenzialmente due: da una parte il coinvolgimento nello studio della storia di altre discipline (quindi non limitata allo storico patentato), e dall’altra lo spostamento dell’attenzione dallo stretto campo delle vicende politiche ad uno spazio culturale molto più ampio, che comprende tutto il firmamento delle strutture della storia e del contesto in cui queste si sono realizzate. Bene. Se applichiamo queste “novità” anche al cinema, operazione del resto tutt’altro che nuova, ne deduciamo che il critico patentato dovrebbe aprirsi anche ad altre discipline della cultura, tra cui la conoscenza della situazione culturale sul territorio, che per fortuna non è univoca, oltre che naturalmente del contesto in cui l’evento (in questo caso il Festival del cinema) avviene.

Il lato divertente di questo curioso botta e risposta è duplice. Da una parte leggiamo un non affiliato alla corporazione dei critici, una sorta di descamisado della libera opinione, che osa dire la sua e rivendica il diritto all’indignazione; dall’altra un critico cinematografico che gli canta, come Jannacci, no tu no. Continuando la metafora, da una parte un esponente del popolo, una sorta di Robin Hood valligiano con però qualche credito nella valigia della cultura; dall’altra un autorevole esponente della corporazione, della casta dei critici che emette la sua scomunica.

Il secondo aspetto divertente sta nel fatto che il tempo ha invertite le posizioni: i rivoluzionari di ieri sono i conservatori di oggi e viceversa. Dare del rivoluzionario ad Armando Dadò potrebbe apparire temerario, ma visti i tempi e il contesto stavolta se lo merita. Così impara.


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