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Da Marx a Evola e con l’aggiunta di Pasolini - questione ebr


antiUsrael
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Adesso che anche in quella che ancora chiamano “sinistra” i più hanno consegnato le opere di Marx ai polverosi archivi delle ricusate ideologie, vale forse la pena di rivederne alcuni aspetti tuttora validi, se non decisamente attuali rispetto ai passati decenni quando ancora era in auge tra gli intellettuali il qualificarsi marxisticamente “impegnati”.
Lo scritto di Marx più attuale, per non dire addirittura profetico, concerne la sua opera giovanile: “Sulla questione ebraica” (1843). Questo saggio di Marx era nato, di fatto, quale risposta ad alcuni precedenti scritti di Bruno Bauer che trattavano appunto la problematica, ritenuta ancora parzialmente irrisolta, della piena emancipazione concernente gli ebrei di Prussia.
Essendo professore incaricato alla facoltà di teologia di Berlino, Bauer considerava il problema dell’emancipazione ebraica da una specifica angolazione teologica, cosa che lo induceva a considerare piuttosto stravagante la pretesa degli ebrei che lo Stato cristiano di Prussia rinunziasse al suo pregiudizio religioso, senza che, d’altro canto, essi rinunziassero al loro pregiudizio religioso. Così facendo, infatti, essi avrebbero continuato ad essere stranieri in mezzo ai tedeschi dal momento che avrebbero continuato a considerarsi membri del “popolo ebraico”, cosa che per loro rimaneva pur sempre sinonimo di popolo eletto.
In altro e successivo scritto, Bauer abbinava il problema dell’emancipazione degli ebrei a quella degli stessi cristiani nell’ambito di una totale emancipazione umana intesa quale l’unica possibilità di giungere ad un reale ed effettivo piano di uguaglianza esteso a tutta l’umanità.
A questo punto s’intromise Marx il quale – pur essendosi convertito al cristianesimo insieme alla sua famiglia nel 1824 – discendeva sia da parte materna che paterna da varie generazioni di rabbini e per questo ben conosceva, anche dall’interno, la struttura psicologica ebraica.
Confrontandosi polemicamente con Bauer, Marx si oppose decisamente alla sua interpretazione teologica per spostarne invece l’attenzione sull’ebreo reale, quello in altre parole di tutti i giorni e non il solito ebreo stereotipato del “sabato”.
Si chiese pertanto Marx: “qual è il culto mondano dell’ebreo? Il traffico. Qual è il suo Dio mondano? Il denaro.” Ma il traffico e il denaro non rappresentano solo il fondamento nella vita degli ebrei, ma sono anche il fondamento dell’intera società capitalistico-borghese, sicché si poteva affermare che gli ebrei si erano emancipati da quelli che sono considerati i loro tratti caratteristici nel momento in cui questi sono diventati tratti caratteristici di tutta la società che si è, per così dire, “giudaizzata” pertanto concludeva Marx: “Gli ebrei si sono [già] emancipati nella misura in cui i cristiani sono diventati ebrei”. Se tutta la società capitalista si è di fatto giudaizzata, prosegue Marx, vuol dire che essa genera continuamente l’ebreo dai propri visceri, ove per “ebreo” deve intendersi, per estensione, non solo gli ebrei di sangue, ma anche i giudaizzati continuamente partoriti dalle strutture della società borghese.
In questo quadro, Marx contestava anche il presunto “miracolo” relativo alla sopravvivenza del giudaismo che, a suo dire, non andava affatto ricercata in un qualsiasi intervento divino, poiché in realtà il perpetuarsi nei secoli degli ebrei rispondeva con tutta evidenza ad una loro precisa funzione economica e sociale ed era pertanto nella sfera economica e sociale che occorreva cercare la soluzione della questione ebraica. Infatti, se per emanciparsi veramente l’ebreo doveva rinunziare sia al traffico che al denaro, allora anche il resto della società ormai giudaizzata doveva fare altrettanto per cui, in ultima analisi, l’emancipazione umana dell’ebreo sarà resa possibile solo quando tutta la società si sarà emancipata dall’ebraismo ovvero dalla struttura capitalistico-borghese.
Quindi, secondo Marx, l’emancipazione umana esige come fondamento la soppressione totale della proprietà privata che può essere realizzata solo rivoluzionariamente dal comunismo. Per concludere, la soluzione della questione ebraica sarà possibile, secondo Marx, solo nella società comunista, intesa come quella società che avrà fondato una reale ed effettiva uguaglianza tra tutti gli uomini.

Questa, in sintesi, l’analisi del problema ebraico di un Marx ancora venticinquenne, ma che proprio in questo saggio getta le basi fondamentali di quello che sarà poi lo sviluppo della sua filosofia politica, anche se in seguito non tornerà più a trattare, almeno specificatamente, del giudaismo. Ancora oggi è dibattuta la questione se Marx sia stato o no un coerente antisemita oppure che tutto si riduca, piuttosto, ad un peccato di gioventù; una specie di passeggero tributo alla sinistra hegeliana prima del suo definitivo approdo al comunismo.
Secondo lo storico dell’ebraismo, S. Dubnov, effettivamente si tratterebbe di un peccato di gioventù, peccato che tuttavia Marx non ha mai rigettato pubblicamente. Al contrario, per il Poliakov, sarebbe stato proprio con Marx che l’antisemitismo ebraico ha fatto irruzione sulla scena della storia.
Quello che invece a noi importa, non è tanto il fatto di stabilire il grado di antisemitismo presente o meno in Marx, quanto piuttosto di verificare la sostanziale fondatezza di questa sua tesi rapportata agli eventi successivi fino ai nostri giorni. A tal proposito riteniamo che proprio alla luce di questi nostri tempi, la tesi di Marx concernente l’intima ebraicizzazione delle democrazie borghesi sia un dato di fatto così evidente che neppure vale la pena di essere messo in discussione.
Una tesi che nel tempo ha registrato inusitate convergenze relative anche all’attualità italiana, specie dopo che l’Italia paleoindustriale uscita dall’ultimo conflitto mondiale è stata pienamente integrata nell’area del cosmopolitismo finanziario-capitalista.
Perfino Evola ebbe a scrivere in proposito che: “la qualità ‘ebraica’ deve essere combattuta nei suoi lati negativi dovunque essa si trovi, indipendentemente dal sangue, si manifesti, essa, anche nell’‘ariano’, anzi qui più che mai. Ora se dopo il crollo provocato dall’ultima guerra, io mi sono astenuto dal riprendere la polemica antiebraica, una delle principali ragioni di ciò sta nel fatto che, purtroppo quel che si può condannare nell’ebreo come carattere e mentalità, oggi lo vediamo prorompere dappertutto; e se per l’ebreo può esserci eventualmente la scusa, che un tale comportamento è dovuto all’ereditarietà, tale scusa manca del tutto nel caso di quegli ‘ariani’ o cristiani che oggi come carattere e come ‘razza interna’ danno prova di un ebraismo al 100%”.
L’identica condizione è stata poi definita da Pasolini “omologazione culturale”, definizione successivamente corretta dallo stesso Pasolini in “genocidio culturale”. “Genocidio culturale” inteso come sradicamento totale di un mondo atavico tradizionalmente vivificato dall’artigianato, dal piccolo commercio e dall’agricoltura prevalentemente famigliare.
Un mondo che per quanto riguarda in particolare l’Italia, ha cominciato a disfarsi a partire dal 1960, col passaggio da un sistema economico statal-industriale a forme sempre più spiccate di quel capitalismo finanziario che ha fatto poi generare anche in Italia le deviazioni antropologiche già analizzate dal primo Marx nelle società a capitalismo avanzato.
Singolare coincidenza vuole che l’inizio di questa metamorfosi epocale, fissata quale primordio del “genocidio culturale” da Pasolini nel 1960, corrisponda esattamente all’inizio della sacralizzazione del “genocidio ebraico”, avvenuta anch’essa a partire dal 1960 in concomitanza al processo Eichmann che si stava tenendo a Gerusalemme. Sicché ad una lenta, ma costante subliminale ebraicizzazione interna, ha esternamente corrisposto l’infinita campagna
sionistizzatrice da parte dei principali media sia privati che di Stato con i condizionanti risultati che ben conosciamo e quotidianamente verifichiamo.
Questa situazione venne esplicitata a sinistra dall’ultimo Pasolini il quale indicò come “complici inconsapevoli” gli stessi comunisti italiani circa il genocidio culturale che andava manifestandosi in Italia a partire dal 1960 fino all’anno della sua morte e poi ben oltre.
A tale riguardo, la miglior sintesi del pensiero pasoliniano è fornita da Alfonso Berardinelli nella sua prefazione al libro di Pasolini “Lettere luterane” nel quale, facendosi interprete anche del non detto per pudore (o timore) politico da Pasolini, così replicava al comunista ed ebreo (però non sionista) Fortini: “la Rivoluzione in cui speri non ci sarà, perché il capitalismo ha mutato per sempre a propria immagine chi potrebbe volerla, è il capitalismo che ha fatto la rivoluzione, la sua, usando cattolici e laici, democristiani e comunisti, nessuno dei quali vede che l’irreparabile è già avvenuto”.
Se ciò corrisponde al vero oltre che al verosimile, si dovrebbe concludere che di tutto il complesso messianico marxista, si sono finora dimostrate vere e realizzate le sole premesse da cui Marx era partito; premesse che peraltro sono state ben presto accantonate, se non nascoste, a causa di un sospetto razzismo, premesse che hanno congelato a tutt’oggi qualsivoglia speranza rivoluzionaria nelle società dominate, come in Italia, dal capitalismo e dalla finanza.

di Franco Morini

Fonte:
http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=14952


Citazione
yakoviev
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Mah, per quanto conosco io quel saggio di Marx, in polemica con Bauer e la sinistra hegeliana, Marx riconosceva una specificità della questione ebraica, e mi pare il buon diritto di questi ultimi a rivendicare una emancipazione politica. Se Bauer trovava assurdo che gli ebrei rivendicassero diritti civili e politici da uno stato che proclamava ufficialmente la sua natura "cristiana", e proponeva come soluzione, sostanzialmente, la rinuncia generale di cristiani ed ebrei alla religione in quanto antitetica ai diritti dell'uomo, Marx pensava che il problema non fosse la liberazione degli individui dalla religione, ma dello stato dalla religione. Cito dal saggio di Marx: "...L'emancipazione politica dell'ebreo, del cristiano, dell'uomo religioso in generale, è l'emancipazione dello Stato dal giudaismo, dal cristianesimo, dalla religione in generale. Nella sua forma, nel modo proprio alla sua essenza, in quanto Stato, lo Stato si emancipa dalla religione emancipandosi dalla religione di Stato, cioè quando lo Stato come Stato non professa religione alcuna, quando lo Stato riconosce piuttosto se stesso come Stato...". Nello stesso modo mette in guardia che comunque l'emancipazione politica non è una emancipazione compiuta, essendo il punto principale quello di raggiungere l'emancipazione sociale: " ...L'emancipazione politica dalla religione non è emancipazione compiuta, senza contraddizioni, dalla religione, perché l'emancipazione politica non è il modo compiuto, senza contraddizioni, dell'emancipazione umana. Il limite dell'emancipazione politica appare immediatamente nel fatto che lo Stato può liberarsi da un limite senza che l'uomo ne sia realmente libero, che lo Stato può essere un libero Stato senza che l'uomo sia un uomo libero...". A mio parere, comunque, c'è da mettere anche in rilievo come allora (e ancora per parecchi decenni), il sionismo fosse un fenomeno praticamente inesistente e l'ebraismo (o il giudaismo come lo si chiamava da quelle parti) fosse parte integrante della cultura europea, e in specifico mitteleuropea.


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antiUsrael
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Il problema, come sottintende anche il primo Marx citato sopra, è la loro pretesa di essere religione,nazione e razza allo stesso tempo(in terre da loro considerate straniere pergiunta) negando agli altri popoli(in particolare europei) già solo una di queste cose soprattutto nella nostra epoca dominata dal mondialismo di loro emanazione.
Il sionismo è insito nell'anima del popolo ebraico già dai tempi della Kazaria.
E gli ebrei mitteleuropei sono proprio i discendenti dei kazari.
Per maggiori informazioni vedere ''la tredicesima tribù'' di Arthur Koestler(ebreo)


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