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...e non serve a proteggerci davvero. Il Gdpr ha tutta l’aria di un pacco


Maia
 Maia
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Seccature, mail cancellate e non serve a proteggerci davvero. Il Gdpr ha tutta l’aria di un pacco

Doveva proteggere i nostri dati e tutelarci ma il nuovo regolamento per la privacy ha prodotto solo decine di mail, lasciando gli utenti ancora più spaesati. Per essere davvero all'avanguardia, l'Europa doveva prendere decisioni più coraggiose

di Andrea Daniele Signorelli

Negli ultimi dieci giorni ho cancellato senza leggerle decine e decine di mail (i cui oggetti variavano dal gelido “informativa sul trattamento dei dati personali” fino al più caloroso “abbiamo a cuore i tuoi dati personali”), ho accettato in un attimo i termini e le condizioni di tutti i siti che ho visitato e ho ignorato gli avvisi per rivedere le impostazioni sulla privacy di Facebook, Twitter, LinkedIn e le altre applicazioni che tracciano la mia attività per sfruttarla a fini commerciali.

Insomma, non ho fatto nulla di tutto ciò che il GDPR – il nuovo regolamento europeo per la protezione dei dati personali, entrato in vigore provvidenzialmente poche settimane dopo lo scandalo Cambridge Analytica – ritiene indispensabile allo scopo di proteggere i miei dati. Non perché non lo reputi importante (al contrario), ma perché sarebbe stato semplicemente impossibile leggere e interpretare tutte le mail e controllare tutti gli avvisi comparsi sulle decine di pagine web su cui approdo ogni giorno.
Chi ha, in una giornata normale, il tempo di dedicarsi a una mole di lavoro del genere?

L’unica cosa che reputo importante fare – e prima o poi mi deciderò a fare – è controllare le mie impostazioni sulla privacy di Facebook e LinkedIn.
Per il resto, penso che mi comporterò come se il GDPR non fosse mai esistito.
E se questo è il mio atteggiamento – cioè di una persona che per lavoro si occupa anche di questioni attinenti al GDPR e che ha seguito da vicino la vicenda Cambridge Analytica – mi domando: ma che attenzione avranno mai prestato al GDPR le persone più distanti da questi temi; quelli che neanche sanno che cosa si celi dietro il misterioso acronimo (general data protection regulation)?

C’è qualcuno in tutta Milano che ha smesso di utilizzare le biciclette condivise di Mobike dopo aver scoperto che il prezzo da pagare non erano i 50 centesimi che spendiamo per i tragitti brevi, ma la cessione delle informazioni relative ai nostri spostamenti (che entrano nel grande calderone dell’aggregazione di big data commerciati dai broker)? Qualcuno si prenderà davvero la briga di capire che uso fanno dei nostri dati i vari siti web (che hanno messo sotto accusa Facebook ma non hanno un comportamento così dissimile)?
Nel mondo reale, c’è qualcuno davvero interessato al fatidico GDPR?

Ho i miei dubbi. Da un certo punto di vista, il nuovo regolamento per la privacy sembra cucito su misura per scaricare sui singoli utenti quelle che dovrebbero essere le responsabilità delle aziende. Queste si limitano a ottemperare alle leggi (in molti casi, non senza difficoltà), dopodiché siamo noi a doverci assumere la responsabilità di scegliere se, quando e a quali condizioni cedere i nostri dati. In un mondo utopico, sarebbe la soluzione ideale; nella realtà dei fatti, rischia di non cambiare niente: tutti noi continueremo a cliccare “accetta” senza leggere nulla. Nelle convulse giornate lavorative, chi ha il tempo di fare altrimenti?

È come se, guardando la televisione, prima di ogni programma ci venisse chiesto se siamo disposti a vedere la pubblicità che verrà trasmessa pur sapendo che potrebbe contenere informazioni ingannevoli, che il volume potrebbe venir alzato in maniera fastidiosa, che potremmo essere allettati da un’offerta di finanziamento dai tassi esorbitanti, che potremmo essere indotti ad acquistare un divano approfittando dei saldi che finiscono tra pochi giorni (e che invece non terminano mai). Non ci è mai stato chiesto nulla del genere; perché non possiamo interagire con la televisione, ma soprattutto perché c’è una authority delle telecomunicazioni che vigila sulla quantità di pubblicità che viene trasmessa, sulla correttezza dei vari annunci e anche sul volume troppo elevato.

Perché non si è scelto di perseguire una strada simile, in cui si decide quali sono i modi leciti di usare i dati e stop, senza lasciare la scelta finale a utenti spesso inconsapevoli? Non una soluzione ottimale, ma una soluzione realistica; che avrebbe liberato i consumatori dal fardello insensato di dover (teoricamente) controllare i termini e le condizioni di ogni singolo servizio, piattaforma, applicazione o testata online.

Come ha ammesso anche lo stesso Mark Zuckerberg davanti al Senato statunitense, queste norme rischiano in realtà di avvantaggiare i colossi della Silicon Valley; che hanno risorse immense a loro disposizione per mettersi in regola, possono studiare valide alternative, possono trovare modi per aggirare le leggi e possono parare il colpo nel caso in cui qualcosa vada per il verso sbagliato (e scattino le multe)

Lo stesso non si può dire delle piccole aziende che si occupano di marketing digitale, di tutti coloro i quali gestiscono una newsletter e persino dei singoli blogger che hanno inserito qualche dispositivo di tracciamento nei loro siti o magari si limitano a raccogliere le mail. Per tutte queste realtà, il GDPR è un ginepraio che li espone a rischi enormi (il 4% del fatturato annuo di multa, fino a un massimo di 20 milioni di euro), dopo che per anni è stata lasciata mano libera.

E quindi, gli utenti sono confusi come prima e non hanno minimamente capito che differenza ci sia tra la legge che chiedeva di accettare l’utilizzo di cookies (“accetta, accetta, accetta”) e il GDPR che costringe a valutare ogni singola volta se cedere o meno i nostri dati. Forse sarebbe stato meglio raggruppare tutti i siti (almeno per tipologia) e fare in modo che l’accettazione di determinate condizioni su un sito valesse anche per tutti quelli che hanno condizioni uguali. In questo modo, la patata bollente sarebbe stata scaricata almeno in parte sulle aziende – che avrebbero dovuto accordarsi per offrire termini e condizioni omogenei – invece che sugli utenti.

Oppure, se si fosse voluto tentare qualcosa di radicale e realmente innovativo, si sarebbe potuto immaginare di trasferire la proprietà commerciale dei dati direttamente nelle mani degli utenti; responsabilizzandoci sul loro utilizzo così come siamo responsabili per ogni oggetto che ci appartiene. Un sistema, quindi, in cui i singoli cittadini detengono il controllo in prima persona su tutti i dati che disseminano attraverso le piattaforme e i dispositivi connessi. “Alcune organizzazioni, come CitizenMe o People.io, stanno lavorando per creare account personali che consentano agli individui di avere tutti i loro dati in un unico posto e scegliere quali informazioni condividere con gli altri”, scrive per esempio Sarah Gordon sul Financial Times.

“L’Hub of All Things (HAT), messo in piedi qualche anno fa da alcuni accademici britannici, fa sì che i vostri dati personali vengano custoditi all’interno di un database sul quale avete il pieno controllo”, prosegue ancora Gordon. “In futuro, potreste essere in grado di usare un HAT per immagazzinare le vostre parole, foto, luoghi visitati, musica e transazioni economiche – in una parola, la vostra identità digitale – e scambiare o vendere quello che desiderate”.

Tutto questo processo potrebbe anche essere automatizzato utilizzando una tecnologia come la blockchain, che consentirebbe non solo di avere la certezza che i nostri dati siano sempre al sicuro; ma renderebbe molto più pratico il loro scambio (per esempio automatizzando la cessione in presenza di determinate condizioni) e addirittura potrebbe consentire di vendere i nostri dati – così preziosi, una volta aggregati – e quindi, finalmente, avere un compenso per tutto il lavoro che di fatto svolgiamo ogni volta che postiamo uno status su Facebook, pubblichiamo una foto su Instagram (che vengono utilizzate per addestrare le intelligenze artificiali) o una storia su Snapchat.

Se l’Unione Europea davvero vuole essere all’avanguardia nella regolamentazione della nuova epoca digitale, allora il GDPR somiglia un po’ troppo a una pezza fuori tempo massimo (tanto ormai i dati, i colossi della Silicon Valley, ce li hanno già), scarica sugli utenti un fardello gigantesco e penalizza le piccole e medie imprese.

Tutto questo, ovviamente, non significa che il GDPR sia inutile: la portabilità dei dati (ovvero la possibilità di scaricare tutte le informazioni che le aziende hanno su di noi), l’obbligo delle società di comunicare entro 72 ore se è avvenuto un furto di dati, la possibilità di revocare in ogni momento l’uso nelle nostre informazioni e di richiedere la cancellazione del nostro profilo sono aspetti estremamente importanti. Ma se davvero vogliamo immaginare il futuro della protezione dei dati, si può essere molto più coraggiosi. Senza per forza tartassare gli utenti che hanno già parecchi altri problemi di cui preoccuparsi.

FONTE http://www.linkiesta.it/it/article/2018/05/30/seccature-mail-cancellate-e-non-serve-a-proteggerci-davvero-il-gdpr-ha/38280/


Citazione
GioCo
Noble Member
Registrato: 2 anni fa
Post: 2179
 

Veramente la questione è un altra. Io non ho mai visto un contratto in cui c'è una sola opzione "accetta" e che non prevede regole di recessione BENE IN VISTA E CHIARE. Ma nemmeno nel mercato "creativo" immobiliare di ultima generazione, pensato per fottere le vecchiette. Bisognerebbe solo chiarmarlo con il suo nome: TRUFFA. Poi tutto diventa più chiaro. Questo solo aspetto è sufficiente per ritenere strutturalmente illegale qualunque sottoscrizione ed è esattamente questo che va chiesto. Rendere illegale la sottoscrizione che non specifica chiaramente come il servizio intende permettere la recessione del contratto, quali mezzi e garanzie sono dati al contraente, non in pagine e pagine virtuali ma in poche righe sintetiche e inequivocabili appena sopra "accetta" che deve stare SEMPRE OBBLIGATORIAMENTE in compagnia con il bottone "recedi" e quel bottone "recedi" deve rimanere facilmente accessibile in ogni momento. Ogni individuo deve essere messo in grado di dire di NO e di sapere che questo significa "non puoi usare i miei dati". Punto.

Non esiste un modo per dire "da adesso io non uso più facebook, google" o quel servizio che vuoi tu, perché ne uso un altro e per ciò se usi i miei dati vai nei guai penali. Se non complicatissimo. Questo è truffa, punto.

Non esiste perché non esiste una alternativa, non esiste perché non c'è alcuna copertura legale per chi sottoscrive, non esiste perché tanto le regole per questi contratti vengono fatte unilateralmente dalle multinazionali con sufficiente potere da adeguare le legislazioni dei singoli paesi (e modificare tutto, costituzione compresa) come a loro fa comodo, oltretutto parandosi il culo da ogni evenienza e da ogni critica (che in effetti NON ESISTE)

E' evidente che non sono contratti ma estorsioni legali cammuffate da servizi, cioè cessioni "obbligate" di pezzi di Anima a demoni e attenzione che non sono credente, per ciò intendo qualcosa di concreto che va ben oltre i nostri dati e "chi ha orecchie per intendere intenda". Noi dobbiamo sapere questi contratti NULLI, totalmente privi di valore.

Perché altrimenti non stiamo semplicemente cedendo i nostri dati ma l'idea stessa che qualcuno possa disporre a qualunque grado della nostra intimità corporea e mentale senza limiti a sua totale discrezione. Se domani gli serviranno dei pezzi di corpo o delle idee che abbiamo se li prenderà senza tanti complimenti come adesso si prende i dati, e non gli servirà più neppure che si clicchi su sto ca%%o di ridicolissimo bottone "accetta" e ovviamente non sarà previsto nemmeno in quel caso la possibilità di dire di no.

Perché nel frattempo avremo completamente smesso di pensare che esiste UN LUSSO che permette di dire "no" e con esso avremo raggiunto la totale disabitudine ad associare il nostro diritto ad essere difesi e messi nella possibilità pratica di esprimere un qualunque dissenso all'abuso di chi può e vuole profittarne.

Noi siamo avviati a una neoera di schiavitù che ha già tutte le premesse per essere infinitamente peggiore di tutte le sante inquisizioni del passato.


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