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essenzialismo autodistruttivo: la soluzione del suicidio


GioCo
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Viviamo un epoca in cui il suicidio è di moda, pare infatti salire la media della popolazione che trova adeguato risolvere il suo "più o meno" personale conflitto con questa società, con il suicidio.

Ci sono ragioni emotive profonde collettive e individuali e di certo un post come questo non vuole e non può sondarle in modo adeguato. Altri comunque ne parlano e ne hanno parlato con migliore competenza della mia. Tuttavia il post nasce dall'incontro semi-casuale con una persona sconosciuta le cui prime parole da me udite sono state: "Io mi suicido e voi non potrete impedirmelo, perchè in questa società io mi trovo da schifo". Parole certamente di sfida aperta e sfogo rivolte ai presenti (non a me personalmente) che mettono in evidenza certe pesanti assenze di accudimento, di reciprocità, di comprensione, del naufragio di un patto sociale che appare sempre più chimerico e parodistico ma anche dei cumuli di frustrazioni storiche, sia a livello collettivo che a livello individuale.

Non posso dire che il soggetto preso in esame non sia avulso dal contesto e da problemi di natura biologica (ad esempio una certa propensione alla depressione) e non voglio forzare generalismi inopportuni. Quelle parole per me sono più che altro uno spunto di riflessione che serve a chiarire e chiarirmi come rispondere alla sfida sottesa, perchè ognuno di noi può tranquillamente trovarsi nelle condizioni di affermare con piena coscienza le stesse identiche cose e se non troviamo in fretta un modo robusto per rispondere, dal dire al fare ci rimane in mezzo poco più della pozzanghera, perché il mare in questo caso in un attimo si prosciuga. Ma anche se avessimo l'equivalente della tempra paolina (quella di S.Paolo) a dinfendere la nostra integrità identitaria a difendere la nostra vita (le nostre "superiori" ragioni ragionevoli) contro ogni ragionevolezza contraria, ci rimarrebbe comunque la questione di saper rispondere al nostro prossimo con altrettanta adeguata ragione ragionevole "superiore", perché non possiamo pretendere per tutti quella stessa tempra ... ma nemmeno desiderarla.
La tempra è una buona cosa se usata per difendere una fede perseguita ad ogni costo, nella misura in cui non viene imposta al prossimo. Ma è evidente che se si portano valori granitici a cui non si vuole deroga o compromesso è per lo meno improbabile che questi non vengano poi imposti in un modo o nell'altro.
Così abbiamo ottenuto il meglio dalla nostra opera, come la possibilità di vedere realizzato la pratica del volo e la conquista dell'era moderna, che ci ha tolto da molte condizioni degradanti e deprimenti. Ma anche il peggio, esprimendo spesso per lo stesso tramite le nostre peggiori paure. Accanto alla meravigliosa scoperta dell'atomo e delle sue componenti che ci ha dato l'elettronica, la cibernetica, la genetica e tante altre meraviglie della conoscienza, abbiamo strumenti militari che possono mettere in pericolo il solo habitat che conosciamo e che ci da rifugio da sempre: questo pianeta e la famgilia umana.
La stessa famiglia umana, che solo il secolo scorso pareva sulla soglia di donare un futuro amabile per tutti ci ha dato in effetti più che altro grattacapi e una situazione di "impasse" socio-economica, stretta tra la morsa dell'esigenza politica di conservatorismo di un élite sempre più distaccata e distante dal resto dell'umanità e una pluralità di intenti e di culture, ognuna impreparata ad accogliere questo futuro, impreparata di fronte alla necessità impellente di fornire quegli strumenti indispensabili all'individuo per stare nel "qui ed ora", a parte la grottesca illusione che quel futuro non sia già il presente e non abbia già fatto strage di ogni speranza e innocenza.

Al solito, non ho una risposta definitiva o anche solo per me soddisfacente, ma almeno credo di avere una risposta, seppure patetica e parziale, là dove non riesco di trovarla in nessun altro posto se non dentro me stesso.
Non credo che suicidarsi sia sbagliato, credo che sia sbagliato pensare che il suicidio possa essere la soluzione. A parte il fatto che comunque dovremmo morire e quindi basta dare tempo al tempo e questa cosa che chiamiamo vita ci verrà tolta prima o dopo, quindi non ci appartiene e non ci apparterrà mai persino dovessimo raggiungere una vita eterna per tramite del superamento della morte, perché la nascita non sarebbe comunque eterna ma data, per ciò l'assenza della morte equivarrebbe a un furto di quanto prestato con fiducia, da qualsiasi ente abbia prodotto la nascita. Fosse pure stato per colpa di un noi medesimo in un altra esistenza, rimarrebbe un tradimento verso noi stessi.

Dicevo, a parte tutto questo, noi in effetti non sappiamo nulla della morte, in ogni senso, nulla. Passare dal credere che dopo la morte ci sia qualcosa, piuttosto che niente, non ci aiuta a sapere che non sappiamo una beneamata ciulla di nulla e pur tuttavia stare nell'ingoranza è più complesso che avere fede in qualcosa, sia pure nel fatto che la vita si concluda in se stessa e che dopo non ci sia nient'altro. Noi andiamo dal sacerdote (non necessariamente cristiano), dall'amico, dal consulente, dal ricercatore alternativo per sapere, per essere rassicurati su ciò che la morte rappresenta. Dal libro dei morti tibetano a quello egiziano, abbiamo ampia documentazione che ci testimonia come la preoccupazione per la comprensione della morte sia stata al centro del pensiero umano praticamente da quando esiste un "pensiero umano". Ma questa dotta sapienza permane la sapienza dei dotti, cioè una diversa forma di ignoranza che è dettata dalla fede in qualcosa e che cerca in essa la risposta "rassicurante", opposta alla necessità di reggere l'ingoranza. Questo tuttavia non inscrive la fede in un costrutto di significato negativo, la si può descrivere solo negativamente ma per un difetto "tecnico" di inscindibilità dal pensiero. Per pensare è necessario avere fede o quello che ne esce dal mediatore che pensa è poco più che rumore, ronzio. Come quello delle mosche.

Quindi per me il problema si pone nel quadro dell'accettabilità del suicidio come mezzo per risolvere il conflitto tra l'individuo e la società in cui vive, conflitto che riguarda le aspettative che queste diverse entità portano nel proprio ventre e che dovrebbero (nella condizione più auspicabile) trovare una congiuntura che ponga le parti in situazione di reciprocità soddisfacente.
Quindi la mia domanda diventa: "Quale reciprocità soddisfacente è prospettabile nella grande famiglia umana desiderabile?"
Penso quella che ponga ognuno nelle condizioni di non trovare ragioni per il suo proprio suicidio.


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oriundo2006
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@GioCo: cordialmente, ti dovresti aggiornare. Hai scritto: ''.. in effetti non sappiamo nulla della morte, in ogni senso, nulla..''. Non è più vero: da un po' in occidente come da molto tempo per gli orientali. Prova a digitare la vita dopo la vita, esperienze di premorte, ecc.: ci sono indizi, prove, testimonianze, dibattiti ( 8 milioni di link...). La 'chiusura' deriva solo dai postulati della religione cristiana/cattolica ( e nell'Islam principalmente dai sunniti ). Open Mind, uscire dalle stantie sacrestie dell'anima e avere fiducia nella Vita Universale. Ed in Chi ce l'ha data. Molto del malessere suicidario deriva dal nichilismo spirituale avente origine nei falsi postulati di cui sopra. Sbarazzarsene è l'imperativo categorico di oggi: per aver come individui e come specie un domani. E non un'apocalissi sterminatrice. Ciao


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PietroGE
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Forse il titolo doveva essere : esistenzialismo autodistruttivo e non essenzialismo. In ogni caso, la soluzione suicidio si accorda bene con l'esistenzialismo, quando l'esistenzialista si accorge che la sua vita sulla terra ha un tempo limitato mentre lui si illudeva di vivere per sempre. È un po' l'altra faccia del carpe diem.
È il prodotto tipico della società dei consumi che induce a credere che la realtà è solo : quì e ora. No future, ma, vista l'ignoranza e la mancanza di cultura, anche No past. La mediazione tra individuo e popolo (non umanità) è proprio la cultura.

Per altro tutto questo definire l'umanità come famiglia umana, come uomo, come se fosse un soggetto unico e completo diviso solo da una sovrastruttura, lascia un po' il tempo che trova . L'umanità è divisa in popoli, ognuno con una cultura a e stante, ed è proprio questa diversità etnica-culturale che costituisce la ricchezza del mondo, il sale della terra. Senza di essa ci sarebbe solo la noia, una monocultura che non riesce a guardarsi dell'esterno e che quindi non potrà mai conoscersi veramente, la fine della cultura. Proprio per questo qualcuno vuole la omogeneizzazione di cultura e religione, una specie di ruota di Newton nella quale, quando viene fatta girare, i settori colorati si miscelano e la ruota appare bianca.

Quanto alla morte, è l'abisso per chi non crede, è un porta e un filtro per chi crede. Solo uno è ritornato dalla morte, perchè, oltre alla natura umana aveva anche natura divina.


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GioCo
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@GioCo: cordialmente, ti dovresti aggiornare. Hai scritto: ''.. in effetti non sappiamo nulla della morte, in ogni senso, nulla..''. Non è più vero: da un po' in occidente come da molto tempo per gli orientali. Prova a digitare la vita dopo la vita, esperienze di premorte, ecc.: ci sono indizi, prove, testimonianze, dibattiti ( 8 milioni di link...). La 'chiusura' deriva solo dai postulati della religione cristiana/cattolica ( e nell'Islam principalmente dai sunniti ). Open Mind, uscire dalle stantie sacrestie dell'anima e avere fiducia nella Vita Universale. Ed in Chi ce l'ha data. Molto del malessere suicidario deriva dal nichilismo spirituale avente origine nei falsi postulati di cui sopra. Sbarazzarsene è l'imperativo categorico di oggi: per aver come individui e come specie un domani. E non un'apocalissi sterminatrice. Ciao

Gen.le @oriundo2006, nonostante le mie difficoltà, ho letto dozzine di libri e sono circa 12 anni (cioè dal 2003-4) che seguo gli argomenti che citi e se proprio la devo dire tutta, ho pure delle esperienze sia dirette che indirette che posso portare a testimonianza.
Ma un conto è dire che se bolli l'acqua questa raggiunge i 100°C, un altro è dire che se muori c'è un tunnel che ti spara in paradiso o giù di lì ... confondere le esperienze personali, cioè la veridicità, con la verità, cioè con la possibilità di provare a falsificare ciò che si sostiene, non è la stessa cosa. Questo non significa che le testimonianze siano meno importanti o false, significa che riguardano una fede. Qualcuno disse "non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra" (fonte CEI, Matteo, 6,1-4), e poi "[...] non c’è semplicemente un monito a non vantarsi delle proprie azioni, ma quasi sembra che la notizia non debba proprio circolare, neanche nel proprio intimo, da destra a sinistra, ossia neanche per chi è l’autore del gesto, poiché alla fin fine ciò che conta è il cuore e nel cuore può albergare vanità o rancore, anche se fuori non esce nulla" (fonte: Diocesi di Cerreto).

In altre parole, persino per la vituperata chiesa ufficiale riconosce (prendendo a prestito la saggezza degli avi) che è meglio che il gesto emotivo non sfrutti la ragione razionale, dal momento che la ragione emotiva (parallela rispetto quella razionale) finisce sempre per distruggere le buone intenzioni.
Quando parliamo di ragioni emotive, non possiamo escludere la morte, per il semplice impatto che essa produce sulla nostra coscienza e perchè qualsiasi tentativo di misurarla permane inscritto in una esperienza non condivisibile, non comunicabile, non trasmissibile se non con ombre, sempre falsificabili.
Ricercare una ragione razionale significa quantificare, misurare, fare rapporti geometrici. Vivere una ragione emotiva, significa fare esperienza.
Da queste due definizioni si capisce che non c'è "una importanza maggiore", ma nemmeno una confrontabilità o la possibilità di inclusione simmetrica di una rispetto l'altra. La ragione razionale vive di emozione, altrimenti qualcuno mi dovrebbe spiegare chi glielo faceva fare a Newton di stare a guardare le mele che cascano per concludere la formula della gravitazione universale o ai fratelli Wright di rischiare il collo per lanciarsi per aria con trabicoli assemblati con lo spago. Ma non vale viceversa. L'emozione vive di emozione e basta, non ha bisogno di goniometri, alambicchi o arabeschi che ci ricordano le ragioni geometriche divine, ma diventa potere e magia quando compie questo "salto", cioé dal momento in cui si accorge che può piegare la razionalità, il semplice flusso logico delle conseguenze, secondo i suoi propri fini e scopi.

Per ciò @oriundo2006, ho imparato a diffidare di chi prova ancora dopo migliaia di anni di storia a raccontarci sempre le stesse cose (se leggi uno dei libri dei morti che ho citato non puoi non fare paralleli con le testimonianze che citi) con il solo risultato di farne prima o dopo scuola di magia e poi anche religione. Per ciò preferisco sapere di non sapere, preferisco dire che ciò che vivo nell'esperienza non è misurabile e mai lo sarà, e farmene una ragione. Se tu non ci riesci, non è un problema mio.


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ohmygod
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GioCo
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Inviato: Mer Mag 11, 2016 11:31 am Oggetto: essenzialismo autodistruttivo: la soluzione del suicidio

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Viviamo un epoca in cui il suicidio è di moda, pare infatti salire la media della popolazione che trova adeguato risolvere il suo "più o meno" personale conflitto con questa società, con il suicidio.

Ci sono ragioni emotive profonde collettive e individuali e di certo un post come questo non vuole e non può sondarle in modo adeguato. Altri comunque ne parlano e ne hanno parlato con migliore competenza della mia. Tuttavia il post nasce dall'incontro semi-casuale con una persona sconosciuta le cui prime parole da me udite sono state: "Io mi suicido e voi non potrete impedirmelo, perchè in questa società io mi trovo da schifo". Parole certamente di sfida aperta e sfogo rivolte ai presenti (non a me personalmente) che mettono in evidenza certe pesanti assenze di accudimento, di reciprocità, di comprensione, del naufragio di un patto sociale che appare sempre più chimerico e parodistico ma anche dei cumuli di frustrazioni storiche, sia a livello collettivo che a livello individuale.

Non posso dire che il soggetto preso in esame non sia avulso dal contesto e da problemi di natura biologica (ad esempio una certa propensione alla depressione) e non voglio forzare generalismi inopportuni. Quelle parole per me sono più che altro uno spunto di riflessione che serve a chiarire e chiarirmi come rispondere alla sfida sottesa, perchè ognuno di noi può tranquillamente trovarsi nelle condizioni di affermare con piena coscienza le stesse identiche cose e se non troviamo in fretta un modo robusto per rispondere, dal dire al fare ci rimane in mezzo poco più della pozzanghera, perché il mare in questo caso in un attimo si prosciuga. Ma anche se avessimo l'equivalente della tempra paolina (quella di S.Paolo) a dinfendere la nostra integrità identitaria a difendere la nostra vita (le nostre "superiori" ragioni ragionevoli) contro ogni ragionevolezza contraria, ci rimarrebbe comunque la questione di saper rispondere al nostro prossimo con altrettanta adeguata ragione ragionevole "superiore", perché non possiamo pretendere per tutti quella stessa tempra ... ma nemmeno desiderarla.
La tempra è una buona cosa se usata per difendere una fede perseguita ad ogni costo, nella misura in cui non viene imposta al prossimo. Ma è evidente che se si portano valori granitici a cui non si vuole deroga o compromesso è per lo meno improbabile che questi non vengano poi imposti in un modo o nell'altro.
Così abbiamo ottenuto il meglio dalla nostra opera, come la possibilità di vedere realizzato la pratica del volo e la conquista dell'era moderna, che ci ha tolto da molte condizioni degradanti e deprimenti. Ma anche il peggio, esprimendo spesso per lo stesso tramite le nostre peggiori paure. Accanto alla meravigliosa scoperta dell'atomo e delle sue componenti che ci ha dato l'elettronica, la cibernetica, la genetica e tante altre meraviglie della conoscienza, abbiamo strumenti militari che possono mettere in pericolo il solo habitat che conosciamo e che ci da rifugio da sempre: questo pianeta e la famgilia umana.
La stessa famiglia umana, che solo il secolo scorso pareva sulla soglia di donare un futuro amabile per tutti ci ha dato in effetti più che altro grattacapi e una situazione di "impasse" socio-economica, stretta tra la morsa dell'esigenza politica di conservatorismo di un élite sempre più distaccata e distante dal resto dell'umanità e una pluralità di intenti e di culture, ognuna impreparata ad accogliere questo futuro, impreparata di fronte alla necessità impellente di fornire quegli strumenti indispensabili all'individuo per stare nel "qui ed ora", a parte la grottesca illusione che quel futuro non sia già il presente e non abbia già fatto strage di ogni speranza e innocenza.

Al solito, non ho una risposta definitiva o anche solo per me soddisfacente, ma almeno credo di avere una risposta, seppure patetica e parziale, là dove non riesco di trovarla in nessun altro posto se non dentro me stesso.
Non credo che suicidarsi sia sbagliato, credo che sia sbagliato pensare che il suicidio possa essere la soluzione. A parte il fatto che comunque dovremmo morire e quindi basta dare tempo al tempo e questa cosa che chiamiamo vita ci verrà tolta prima o dopo, quindi non ci appartiene e non ci apparterrà mai persino dovessimo raggiungere una vita eterna per tramite del superamento della morte, perché la nascita non sarebbe comunque eterna ma data, per ciò l'assenza della morte equivarrebbe a un furto di quanto prestato con fiducia, da qualsiasi ente abbia prodotto la nascita. Fosse pure stato per colpa di un noi medesimo in un altra esistenza, rimarrebbe un tradimento verso noi stessi.

Dicevo, a parte tutto questo, noi in effetti non sappiamo nulla della morte, in ogni senso, nulla. Passare dal credere che dopo la morte ci sia qualcosa, piuttosto che niente, non ci aiuta a sapere che non sappiamo una beneamata ciulla di nulla e pur tuttavia stare nell'ingoranza è più complesso che avere fede in qualcosa, sia pure nel fatto che la vita si concluda in se stessa e che dopo non ci sia nient'altro. Noi andiamo dal sacerdote (non necessariamente cristiano), dall'amico, dal consulente, dal ricercatore alternativo per sapere, per essere rassicurati su ciò che la morte rappresenta. Dal libro dei morti tibetano a quello egiziano, abbiamo ampia documentazione che ci testimonia come la preoccupazione per la comprensione della morte sia stata al centro del pensiero umano praticamente da quando esiste un "pensiero umano". Ma questa dotta sapienza permane la sapienza dei dotti, cioè una diversa forma di ignoranza che è dettata dalla fede in qualcosa e che cerca in essa la risposta "rassicurante", opposta alla necessità di reggere l'ingoranza. Questo tuttavia non inscrive la fede in un costrutto di significato negativo, la si può descrivere solo negativamente ma per un difetto "tecnico" di inscindibilità dal pensiero. Per pensare è necessario avere fede o quello che ne esce dal mediatore che pensa è poco più che rumore, ronzio. Come quello delle mosche.

Quindi per me il problema si pone nel quadro dell'accettabilità del suicidio come mezzo per risolvere il conflitto tra l'individuo e la società in cui vive, conflitto che riguarda le aspettative che queste diverse entità portano nel proprio ventre e che dovrebbero (nella condizione più auspicabile) trovare una congiuntura che ponga le parti in situazione di reciprocità soddisfacente.
Quindi la mia domanda diventa: "Quale reciprocità soddisfacente è prospettabile nella grande famiglia umana desiderabile?"
Penso quella che ponga ognuno nelle condizioni di non trovare ragioni per il suo proprio suicidio.

21.

Ognuno di noi è più d'uno, è molti, è una prolissità di se stesso.

LI, 15

Pessoa


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GioCo
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Forse il titolo doveva essere : esistenzialismo autodistruttivo e non essenzialismo. [...]
Per altro tutto questo definire l'umanità come famiglia umana, come uomo, come se fosse un soggetto unico e completo diviso solo da una sovrastruttura, lascia un po' il tempo che trova . L'umanità è divisa in popoli, [...]
Quanto alla morte, è l'abisso per chi non crede, è un porta e un filtro per chi crede. Solo uno è ritornato dalla morte, perchè, oltre alla natura umana aveva anche natura divina.

Se fosse stato esistenzialismo, avrei dovuto includere l'essere e non l'avere desiderio di suicidio, ma l'essere non esiste per autodistruggersi, tanto meno per morire. Esiste per vivere ed è solo questo che da senso all'esistenza, ciò che noi prosaicamente poi indichiamo come "amore" (che non è il semplice riprodursi ma è "stare con gli altri e con se stessi" in grazia e armonia, che oggi suona più una battuta di spirito che un polo di attrazione desiderabile). La morte non ritengo che possa dare un senso se non come riflessione essenziale, per ciò nel titolo c'è scritto esistenzialismo, perchè è una riflessione su certe condizioni che portano l'Uomo a considerare probabile e poi desiderabile il suicidio, non una riflessione filosofica sulla morte.
Per quanto riguarda il "tutto questo considerare l'umanità come una grande famiglia", beh, io non mi sento un ratto, ne uno scarrafaggio, ma se proprio vogliamo essere più espliciti, non mi sento che scopare con un ratto possa produrre qualcosa di umanamente sensato, anche se oggi la genetica può fare questo miracolo (se vuole). Ed è questo il punto, biologicamente c'è meno distanza tra te o me e un cinese che tra due africani subsahariani e dato che l'origine della nostra specie sta lì, ciò ha un senso epigenetico specifico (l'epigenetica è quella "branca della genetica che studia tutte le modificazioni ereditabili che variano l'espressione genica pur non alterando la sequenza del DNA").
Per chi ha la tua fede è così, ma non esiste "acceso o spento", "c'è la porta o non c'è sta porta", non sei dentro una simulazione di un computer, il mondo è bello perché variato e ci sono tante, tantissime variazioni sul tema, di cui di certo la tua è una molto affascinante ma non l'unica. Di semi-dei tornati dal mondo dei morti ne sono piene le pagine della storia e delle tradizioni dei popoli del mondo, creduti e in fede attualmente non importa. Come i racconti di sempre tra gli uomini in questa grande famiglia in cui dici di non ritrovarti, la morte è oggetto di narrazione continua, perché è la direzione verso cui lo sguardo del tempo vitale ci obbliga ad andare, volenti o meno. E' una delle grandi costrizioni che non siamo ancora riusciti a pervertire. Non che non ci stiamo provando o che non ci riusciremo, solo per adesso e ancora fragilmente per qualche tempo forse ce ne possiamo dire "salvi".


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GioCo
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21.

Ognuno di noi è più d'uno, è molti, è una prolissità di se stesso.

LI, 15

Pessoa

Fernando António Nogueira Pessoa, porteghese, poeta e amico di Alister, che incontra le persone secondo i desideri dell'oroscopo e non i suoi (vedi caso di Cecília Meireles) e che difende pubblicamente le organizzazioni iniziatiche pur non dichiarando se ne fa parte o meno (cioè a quale titolo si senta chiamato a doverle difendere pubblicamente).
Morì a causa di problemi epatici all'età di 47 anni nella stessa città dov'era nato e l'ultima frase che scrisse fu in inglese "I know not what tomorrow will bring... " e si riportano come le sue ultime parole (essendo molto miope) "De-me os meus óculos!" (Datemi i miei occhiali).

Quindi se stiamo alla morte come indicatore, non fu un suicida, ma uno che amava moltissimo la lingua inglese "scritta" e che si affidava più ai suoi occhiali che agli occhi del suo interiore. Un grande Poeta, certamente, ma anche molto, molto oscuro.

Direi però @ohmygod che la tua è una cinica citazione per questo post.


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Famed Member
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Che glielo scrivo a fare!!!

GioCo:

Quindi se stiamo alla morte come indicatore, non fu un suicida,

tutti quelli che muoiono prima dei 120 anni si suicidano. 👿 😈 8)


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