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La cosa più difficile: stare con gli altri


GioCo
Noble Member
Registrato: 2 anni fa
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Chi mi frequenta (da professionista) sa che sfrutto diversi memi, uno dei quali è la terna delle classi della relazione sociale.

La prima è la meno compresa, la più complessa ed anche la più bistrattata: "stare con gli altri". La cenerentola delle tre sorelle.

Le altre due sono "le reti amicali" e "affettive". Ci sono dei rapporti di prossimità (corporei) precisi che dividono le tre classi, rapporti guidati da stati emotivi precisi, ma per ora non ne parleremo perché la dimensione intima è attualmente (semanticamente) sotto pesante attacco militare e un accenno rapido facilmente finirebbe per dare solo un contributo alla confusione più generale.

Ci basti la prima barriera che è il mancato contatto fisico ravvicinato, ripetuto nel tempo e atteso. Naturalmente quando accenno a questo genere di argomenti tutto appare ovvio, ma se avessi chiesto prima la definizione, l'unica risposta probabile sarebbe stata il silenzio. Questo perché argomenti di questo genere appaiono ovvi solo DOPO che sono stati trattati. Prima, banalmente, non fanno parte del pensiero che ci abita.

"Stare con gli altri" è una abilità che possiedono pochi, ma in buona sostanza non è profittevole per nessuno perché chi esercita quell'abilità lo fa a suo danno. Nel senso che lo fa per risultati marginali se non proprio inadatti all'esercizio di quella stessa abilità. Un po' come allenarsi duramente in palestra per contenere la propria "ansia da prestazione" fisica. In tanti lo fanno...

Così l'individuo abile a stare con gli altri generalmente con gli altri non ci sta, ci convive e per il solo tempo necessario a dimostrare a se stesso che ci riesce. Crea quindi dei legami che nel momento in cui "rischiano" di diventare più impegnativi, vengono immediatamente recisi.

Questo non ci dice molto sulla volontà di avere legami emotivi più impegnativi di chicchessia, ma tutto sull'incapacità e l'ignoranza che permea quest'argomento che dovrebbe rimanere stabilmente al centro del tavolo del dibattito generale... Di qualsiasi dibattito. Perché è la base per realizzare una convivenza desiderabile internamente alla struttura umana. Questa società "in risposta" alla difficoltà relativa, sta invece decisamente convergendo verso una esistenza monade, stile "alveare".

Tuttavia nel momento in cui diventa il centro del contendere è l'identificazione che entra in crisi, la prima ad essere aggredita. Pesantissima crisi, in quanto l'unica difesa dell'indentificazione è rimanere nascosta dietro paraventi illusori. In effetti imparare a "stare con gli altri" significa imparare ad armonizzare i nostri vissuti emotivi interiori con quelli del nostro prossimo e quindi a rimuovere i rispettivi paraventi illusori, conservando però pieno rispetto di ciò che troveremo "nascosto" oltre quei paraventi. Come avessimo a che fare con un neonato.

Questo genere di esercizi è probabilmente il più difficile che si possa concepire e attiene l'allenamento di specifiche delicatezze che riguardano la gestione emotiva. Le più articolate e sottili a livello terreno.

Attualmente ho trovato pochissime persone che sono in grado effettivamente di stare con gli altri. Dato che quelle poche poi dovrebbero stare con chi con gli altri non sa comunque starci (l'assoluta stragrande maggioranza, praticamente tutti) l'equazione (nel suo complesso) non cambia il risultato. In buona sostanza per stare con qualcuno, chiunque, bisogna essere in due ad esercitare l'abilità e questa banale considerazione è però del tutto assente nell'istante in cui "siamo noi" (in senso lato) a dover "stare con gli altri" in quanto ciò che prevale nella "Mente che mente" è che "la colpa" di come vanno le cose nella relazione stia nel prossimo.

Per effetto di un altro mio meme ("l'emozione comanda") in abbinamento a un aforisma coniato appositamente ("ognuno pensa a se stesso sempre e comunque") per funzionare da guida alla comprensione dei meccanismi sottostanti che ci obbligano a mantenere l'attenzione fissata in un certo modo, tendiamo comunque a escludere che le ragioni da ricercare nei fallimenti relazionali siano unicamente nostre.

Non perché non esistono ragioni più che solide anche nella responsabilità altrui, ma semplicemente perché sono quelle di cui possiamo occuparci direttamente e con maggiore efficacia oltre che (specularmente in automatico) fornirci gli strumenti concettuali per guidare il nostro prossimo verso la sua migliore gestione emotiva. Faccio un esempio grossolano: chi ha sconfitto l'ansia, ha ben chiaro come ci è riuscito e ha uno strumento per aiutare altri a fare altrettanto. Indipendentemente da "come" ci è riuscito, l'argomento diventa di interesse collegiale e per ciò altri che hanno trovato metodi differenti in autonomia comunque migliorativi delle loro condizioni, diventano parte di una rete di scambio e di ascolto che acquista valore imprescindibile.

Stare con gli altri significa imparare a governare le emozioni in modo da "fasarle" sul prossimo. Ovviamente il nostro prossimo deve esercitare intenzioni chiaramente analoghe le nostre, altrimenti non si ottiene nulla di buono e vi blocco al nascere un pensiero: so perfettamente che gli esempi che dimostrano l'impossibilità di tale pretesa sono tutti rivolti verso l'evidenza dell'abbondanza delle relazioni asimmetriche, dove quell'intenzione latita, ma al solito basta cercare quelle corrette e lasciare perdere le altre.

Chi si profitta della relazione sociale per trarre un suo beneficio personale non sta cercando di allenare le sue migliori qualità sensibili e non sta cercando di fasarsi sulla lunghezza d'onda di quella specifica relazione. Fa solo del crasso parassitismo emotivo e basta, per ciò tanto vale (se non intende cambiare registro) lasciarlo a meditare da solo. Questo potrebbe avvenire anche dinamicamente, dato che le intenzioni sono per natura mutevoli e non è detto che quelle iniziali siano poi mantenute.

L'esempio più semplice lo troviamo con il neonato. Le sue reazioni emotive semplici, in particolare il riso e il pianto, hanno la funzione di allinearsi con le nostre emotività primordiali e per ottenere in cambio l'assistenza che altrimenti non sarebbe possibile ricevere. In altre parole tramite un canale armonico emotivo prestabilito e innato, viene veicolata energia "primordiale". Intendo proprio fisicamente e nemmeno energia secondaria. La gioia che prova il genitore davanti al suo bambino e che lo carica per tutto il sacrificio che è chiamato ad affrontare, un genitore può testimoniarla.

Senza quell'energia (che permea tutti i rapporti umani) si muore malissimo. Punto.

Dovrebbe stare tra le esigenze primarie, non dissociabile dalle altre ed anzi, posta al di sopra come grado di importanza. Prima della casa, del cibo e di un accesso ai servizi di base dignitoso. Prima di tutto questo c'è il supporto emotivo armonico. Che poi è il solo che conta e che da a tutto il resto senso e importanza.

Non si vive e non si ha nessun desiderio di vivere se ci si dissocia da questo fondamento, eppure nonostante questa evidenza incontrovertibile, "stare con gli altri" è ben lungi dall'essere meno che una cenenerentola: è cenere e basta.

Tuttavia la mancata abilità più generale, cammuffata in mille modi, degenera poi gli altri rapporti che richiedono una classe di impegno semantico più importante. In altre parole, non saper stare con gli altri impedisce di fatto che si costruiscano reti amicali vicendevolmente profittevoli e famiglie che non siano meno che sgangherate.
 
Ditemi che sbaglio...

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