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La strategia delle macerie


Davide
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Archeologia in guerra. Un’intervista con Franco D’Agostino, docente di assiriologia presso l’università La Sapienza di Roma. «Non possiamo ignorare la perdita di vite umane e il dolore provocato dall’esilio. Altrimenti saremmo come chi lucida l’argenteria mentre la casa brucia»

La strategia distruttiva verso i beni culturali che il sedicente Stato Islamico porta avanti nei territori sotto il suo controllo, accanendosi con la medesima furia sia sui monumenti antichi che su quelli di epoca islamica non corrispondenti all’ortodossia musulmana, induce a focalizzare il problema del patrimonio a rischio sull’iconoclastia di una minoranza, seppur fragorosa. Ma sullo sfondo c’è il conflitto siriano, con il terribile corollario di morti, lo sradicamento di intere generazioni di intellettuali e la disgregazione di quel tessuto sociale che forma l’humus su cui la cultura di un paese deve fondarsi.
A questo proposito abbiamo sentito Franco D’Agostino, docente di assiriologia presso la Sapienza di Roma e direttore con Licia Romano della missione archeologica italiana ad Abu Tbeirah nell’Iraq meridionale. D’Agostino ha di recente partecipato alla commissione istituita dall’Iraq per l’inserimento delle Paludi sumeriche a sud del paese e i siti di Ur, Uruk ed Eridu nella World Heritage List dell’Unesco, operazione conclusasi positivamente nel luglio scorso.

L’animato dibattito internazionale sulla ricostruzione dei monumenti rasi al suolo dall’Isis in Siria, tende a sorvolare sulle oltre 200mila vittime civili e i milioni di sfollati causati dalla guerra. Tuttavia, quei morti e l’esilio forzato di gran parte della popolazione siriana, dovrebbero spingere gli addetti ai lavori a una riflessione che superi questioni di carattere tecnico-scientifico…
L’attuale discussione sul futuro dei beni culturali della Siria non risponde a un criterio di scelta tecnica e risulta palesemente propagandistica. La «rifondazione» della società siriana è, a mio avviso, l’unico atto che potrà mettere fine alle distruzioni, innescando un processo di ricostruzione attento e duraturo.

Gli studiosi di archeologia mediorientale sono divisi riguardo alle modalità di intervento post-distruzioni. Da un lato, c’è chi vorrebbe intervenire in Siria con progetti e stanziamento di fondi; dall’altro, ci sono coloro che ritengono non esista a tutt’oggi nel paese un interlocutore credibile nell’ambito dei beni culturali. Lei da che parte sta?

Credo che avere come referenti i funzionari della Direzione Generale Antichità e Musei sia, senza equivoci, un endorsement al regime. Quest’organo è un’emanazione diretta del governo di Assad, il quale invoca l’aiuto internazionale ma, nello stesso tempo, contribuisce a distruggere – con la complicità dei suoi alleati – quel patrimonio che, da Idlib al Krak dei Cavalieri, da Aleppo a Homs, dichiara di voler difendere e ricostruire.

Quali azioni sarebbe opportuno intraprendere nell’immediato in Siria, dove Palmira è ormai un deserto di macerie, mentre gran parte dei siti archeologici del paese presentano tracce irreversibili di devastazione?
Credo sia fondamentale tenere desta l’attenzione del mondo sulla salvaguardia dei beni culturali siriani. Da segnalare, come buona pratica, un progetto varato dall’ufficio Unesco di Beirut e finalizzato a mostrare all’opinione pubblica l’importanza storica di paesi quali Iraq e Siria che hanno subito gravi distruzioni. Tale progetto, che si sviluppa anche in lingua araba, permette di promuovere una nuova attitudine verso il bene culturale, relegando ai margini la violenza ideologica. I progetti di ricerca e ricostruzione dei monumenti, invece, dovrebbero essere rimandati a quando la pace sarà ristabilita. Non bisogna dimenticare, inoltre, la massa di intellettuali siriani, tra cui molti esperti di archeologia, costretti alla fuga e rifugiatisi in Europa, America e Asia. Benché in Italia siano disprezzati dai sostenitori di Assad, questi studiosi costituiscono una risorsa imprescindibile per futuri interventi sul campo.

Nel febbraio 2016, in Italia – per iniziativa del ministro Franceschini e sotto l’egida dell’Unesco – è stato istituito un corpo speciale di esperti del patrimonio supportati dai cosiddetti Caschi Blu. Finora, però, non si è avuta notizia di azioni concrete di salvaguardia svolte da questi «soldati della cultura»…
Purtroppo la funzione dei Caschi Blu, task-force che dovrebbe ampliare i poteri dell’Unesco intervenendo in aree di crisi, non è del tutto chiara. Se prendiamo il caso siriano, appare evidente come non avrebbe alcuna possibilità di agire nella situazione attuale. Né, a dir il vero, si comprende in quale altro contesto potrebbe operare: non per prevenire le distruzioni, a meno di violare lo spazio di uno stato sovrano, e neppure a conclusione degli eventi bellici perché – a quel punto – perderebbe le sue peculiarità.

Nei due periodi in cui Palmira è stata occupata dagli uomini del Califfo Al-Baghdadi, l’Unesco si è limitato a qualche inascoltato monito. Possiamo ancora credere in un ruolo incisivo della costola culturale dell’Onu?
È solo in condizioni di pace che l’Unesco può agire con efficacia. In Iraq, al termine delle ostilità e con l’istituzione di un governo legittimo, l’inserimento delle Paludi sumeriche e dei siti archeologici nella World Heritage List, oltre a proteggere le aree coinvolte, sta agendo come un volano per ricucire l’identità del paese. Il disfacimento della compagine sociale, conseguenza inevitabile delle guerre – a maggior ragione se civili – è l’elemento più pericolosamente distruttivo anche per il patrimonio culturale. L’attività della nostra missione archeologica ad Abu Tbeirah, cofinanziata dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale italiani, è inoltre impegnata nel ripristino delle competenze tecniche su cui potrà far leva il lavoro della soprintendenza irachena. Ciò è stato possibile grazie al periodo di stabilità successivo alla seconda guerra del Golfo.

Anche gli archeologi, dunque, possono contribuire a cambiare in meglio la situazione in Medio Oriente?
Ne sono convinto. Un passo importante è stato fatto con la redazione di una Carta etica per l’Archeologia del Vicino Oriente e l’Assiriologia ( http://www.pennchc.org/page/node/129) che ho firmato assieme ad alcuni colleghi italiani e stranieri. Chi si occupa di archeologia mediorientale ha l’obbligo morale di essere in sintonia con ciò che sta accadendo nelle terre dove svolge la propria attività, soprattutto quando i diritti umani vengono violati. Ognuno è libero di mantenere le proprie convinzioni politiche. Tuttavia, poiché i ricercatori rappresentano quasi sempre istituzioni pubbliche, e dunque la comunità, diventa necessario – soprattutto in contesti di guerra – rispettare regole etiche fondamentali, evitando di stabilire o consolidare rapporti con le fazioni belligeranti, governi inclusi. È nostro dovere non soffermarci esclusivamente sulla distruzione del patrimonio culturale di un paese, ignorando la perdita di vite umane e il dolore provocato dall’esilio. Altrimenti saremmo come chi lucida l’argenteria mentre la casa brucia. Noi studiosi dobbiamo valutare i danni causati a siti e monumenti ma anche partecipare all’educazione della società civile, intendo dire la nostra prima di ogni altra.

Valentina Porcheddu
Fonte: www.ilmanifsto.it
10.03.2017

SCHEDA

Il 2 marzo, l’esercito regolare siriano – coadiuvato dall’aviazione russa, dai Guardiani della Rivoluzione iraniani (pasdaran) e da miliziani Hezbollah libanesi – ha strappato l’antica città di Palmira all’Isis, che in dicembre aveva ri-occupato il sito. A distanza di un anno dalla prima «liberazione» dallo Stato Islamico, la «Sposa del deserto» torna sotto il controllo del governo di Damasco. In seguito alla vittoriosa operazione militare, la Direzione generale antichità e musei (Dgam) ha diffuso le immagini delle ultime distruzioni effettuate dagli uomini del Califfo Al-Baghdadi. Confermati i danni al Teatro Romano e al Tetrapilo, due fra i monumenti più rappresentativi della Città carovaniera, datati entrambi al II secolo d.C. Il primo, ubicato a sud della via Colonnata, era stato scavato e ricostruito in gran parte con materiali originari a metà del XX secolo. Dopo averlo utilizzato come luogo di esecuzioni pubbliche, i jihadisti ne hanno abbattuto parte del proscenio. A soccombere all’esplosivo anche trabeazione e frontone della Porta Regia, la quale si apriva in un’esedra di forma ovale sulla «frons scaenae». Le cinque porte della «frons scaenae» costituivano la particolarità del teatro romano di Palmira: non davano su ambienti in cui gli attori potessero riposarsi o prepararsi ma immettevano direttamente sulla Via Colonnata. Del Tetrapilo restano oggi in piedi quattro delle sedici colonne in granito rosa restaurate negli anni ’60 del XX secolo. Sebbene fosse una struttura decorativa – i quattro piedistalli erano ornati da fregi e cornici e provvisti di statue –, il Tetrapilo di Palmira aveva anche la funzione di «ingannare» l’occhio, correggendo la prospettiva architettonica della grande Via Colonnata.


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