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PRESA DI POSIZIONE NETTA - seconda parte


lucoli
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E’ comunque necessario dire che se, come può ben essere, si arrivasse ad una sorta di ripetizione della pantomima del 1995, quando venne promosso – sul palcoscenico politico, ma con i soliti mandanti spero ormai noti – il governo Dini per buttare fuori dai piedi B., si svolgerebbe una recitazione tipica della prima Repubblica. Però, con attori pessimi; nulla a che vedere con Andreotti, Craxi, Berlinguer e altri. Perfino un Flaminio Piccoli farebbe la figura del “prim’attore amoroso” rispetto a questi saltimbanchi da caravanserraglio. Per di più l’epoca è ben cambiata; e in peggio se non si sa recitare. B., certo, se ne andrebbe, anche perché non è eterno nemmeno dal punto di vista strettamente biologico. Tuttavia, guidare il paese attualmente – perfino se venisse recuperato un Tremonti o qualche altro, magari anche della Lega, perché nessuno di questi “mal recitanti” ha a mio avviso una qualche coerenza – sarebbe complicato. Un po’ per la crisi che non è affatto superata, ma in via di divenire “male cronico”; molto invece per il solito fatto del multipolarismo. Nemmeno i “vecchi” personaggi di un’altra epoca – tipo Andreotti – sarebbero in grado di navigare in un mare così ondoso e con correnti che mutano direzione in continuazione. Lo sfascio, in un “pauvre pays” come il nostro, è pressoché assicurato; forse non immediato, ma vicino. Bene, allora adesso traiamone qualche indicazione di massima e, per il resto, affidiamoci alla “roulette”.
8. Le questioni fondamentali mi sembrano già delineate. Quelle politiche più specifiche vanno affrontate in altra sede e, in un certo senso, caso per caso. E’ nella mia piena consapevolezza che non si osserva mai la “realtà” con l’ingenua convinzione di saperla leggere così com’essa è veramente.
Occorre munirsi di lenti adatte, che solo lo sviluppo della teoria – e c’è bisogno di una radicale svolta in questo campo – consente di apprestare (formulando però solo ipotesi, sempre rivedibili, sulla “realtà”), senza la solita mania secondo cui teoria e prassi fanno tutt’uno, atteggiamento che comporta sempre uno “spontaneismo” disastroso e per l’una e per l’altra. D’altra parte, è anche certo che per molare nuove lenti (teoriche) è indispensabile una presa di posizione. Basta che non si tratti di semplice fissazione, di ferrea volontà di vedere il mondo con quelle lenti per sempre; se le diottrie aumentano o se da miope uno diventa pure presbite, è bene mutare presa di posizione e lenti teoriche.
In questa sede vanno accennate soltanto alcune questioni molto generali, tali tuttavia da chiudere ogni inutile discussione con chi è sordo perché non vuole o non può sentire. La prospettiva comunista – non parlo nemmeno della comunitarista che è come il caffè d’orzo rispetto a quello normale – va definitivamente accantonata. Però, se serve a qualcuno per poter vivere, non ho obiezioni da fare.
Quando una persona a me molto cara, ufficialmente credente e praticante, fu vicina al “dunque”, mi chiese spesso se pensavo ci fosse veramente qualcosa nell’al di là. Non sapendo fingere di avere un’idea che non ho, rispondevo un po’ banalmente che l’importante è ciò che si sente dentro se stessi; risposta insoddisfacente, e di cui non andavo fiero, poiché se qualcuno ti rivolge una simile domanda è proprio perché dentro di sé non avverte gran che e vorrebbe essere rassicurato. Ai residui comunisti rispondo sinceramente che, a mio avviso, sono ancora degli illusi; tuttavia, che almeno non si servano di quella menzogna per ingannare e assumere posizioni soltanto reazionarie come quelle sostenute dai “falce e martello” in Italia, ma non solo (che fine hanno fatto ad esempio quelli irakeni e altri dei paesi arabi?).
Va detto senza tante esitazioni che oggi non si può più rilanciare l’“internazionalismo proletario”; del resto sempre assai carente, fin dall’inizio dell’ideologicamente rappresentato “movimento operaio”, salvo che in rare occasioni con carattere del tutto diverso (ad es. nella guerra civile spagnola). Meno che meno, in specie nei paesi a capitalismo avanzato e in quelli oggi in forte sviluppo quali nuove potenze, si deve parlare di “lotta di classe”, che presuppone una visione semplicistica e manichea della strutturazione sociale. Si può parlare di “blocchi sociali”, ma sapendo che, in questo momento, nemmeno questi sussistono effettivamente; soprattutto in Italia, dove il tessuto sociale appare sfibrato, lacerato, sbrindellato. In questo momento la lotta è tra lobbies, gruppi di interesse, autentiche bande o cosche devastanti, che si servono di “guitti” nel palcoscenico politico; e fra questi ultimi c’è di tutto, anche quelli che recitano da “comunisti” o da “solidaristi”, da finti cultori della cooperazione e degli interessi comuni.
Secondo la mia opinione, esiste solo la possibilità di unirsi e di stabilire alleanze, talvolta anche amicizie reali, per finalità convergenti di conflitto e di lotta (non di classe, rigorosamente non di classe, basta con le bugie dei ciarlatani che predicano simile inganno). Bisogna intanto afferrare i punti salienti della fase attuale, quella che si suppone non duri l’espace d’un matin. Già questo compito è di estrema difficoltà; è necessario essere pronti a nuove prospettive quando si comincia a capire che la situazione è mutata o che si è preso un granchio nell’interpretarla, proposito facile da formulare ma non certo da mettere in pratica (ognuno di noi ha le sue rigidità).
Sarebbe bello poter avere idee un po’ più chiare per quanto riguarda la politica interna, pur nelle sue linee generali. Ancora una volta, la strada da battere sembra abbastanza facile da indicare, terribilmente difficile da imboccare; e con quali misure effettive? Dato quanto ho appena affermato in merito allo sbriciolamento del tessuto sociale italiano e alla necessità di ripensare ad un blocco di alleanze che costituisca la base più sicura per una politica efficace, sono convinto che la soluzione del problema consista nel trovare solide convergenze tra strati maggioritari del lavoro dipendente (salariato) e di quello detto “autonomo”. La prima condizione sarebbe, però, lo sgretolamento dell’assetto sindacale odierno poiché, se esso dura ancora a lungo, tutto continuerà a marcire. Il cosiddetto sindacalismo di base mi sembra ormai largamente fallito, anche perché portatore di un vecchiume ideologico che ormai gioca in favore della sinistra reazionaria, malgrado le intenzioni (espresse, ma sono sincere?).
Difficile anche agire sul lavoro “autonomo” – evidentemente nei suoi strati medio-bassi, non certo presso i cosiddetti professionisti di livello – perché l’individualismo è forte, altrettanto la sostanziale spoliticizzazione. Se ci si deve basare sul carisma di una persona per convogliarlo, è evidente che non ci siamo proprio. Occorre allora trovare una solida base di interessi, ma al momento non vedo alcuna indicazione sufficientemente forte. Il vero fatto è che, senza esistenza di blocchi sociali, la cosiddetta “democrazia” è quella delle lobbies, gruppi di interessi dominanti ristretti, bande in lotta che, se non vogliamo fare i moralisti (i peggiori opportunisti e maneggioni che ci siano, perché di bassa lega), hanno, oserei direi, quasi necessità di collegarsi a reti che non sono in odore di legalità pura e semplice. Se non c’è la politica in senso alto – tale da coinvolgere più vasti raggruppamenti sociali in qualche modo strutturati, ma non alla guisa del gregge che segue i “burocrati sindacali”, professionisti della pura manipolazione per propri interessi particolari e per quelli del gruppo di guitti che si muovono nell’avanspettacolo della politica, loro sodali nell’imbroglio – si scade per forza di cosa al complotto, alle meschine manovre “di corridoio”, al raggiro e inganno da “magliari”, in cui il personale politico della prima Repubblica si t
eneva almeno ad un più alto (o meno basso) livello.
Una via più breve per sopperire alla mancanza di raggruppamenti strutturati sarebbe la sospensione di questo tipo di “democrazia”. Non spetta però a me (né ai miei amici) pensare e risolvere simili problemi, che richiedono ben altri rapporti, introduzione ad “ambienti speciali”, organizzazione ferrea, capacità comunque di forte mobilitazione di gruppi sociali motivati e determinati, e quant’altro. Lo dico solo per sottolineare l’estrema debolezza dell’Italia e dei paesi europei in genere. Mi giunge adesso la notizia della nomina (o quasi sicura nomina) dell’inglese Ashton, invece che di D’Alema, a Mr. Pesc. Intendiamoci bene: già la candidatura dell’italiano (di “sinistra”) era un chiaro segno di piena disponibilità alla servitù verso gli Stati Uniti. La Ue sceglie però addirittura il rappresentante di un paese supinamente coricato sugli interessi degli Stati Uniti. Tanto valeva nominare direttamente uno dei Governatori federali; “Terminator” sarebbe andato ad esempio benissimo, oppure una governatrice se c’è.
Assolutamente comica (proprio demenziale alla Marx brothers) la dichiarazione del rappresentante del Pse Martin Schultz, secondo cui c’è da rammaricarsi della non nomina di D’Alema, ma era il candidato di un governo “non socialista”. In ogni caso, a parte l’involontario umorismo di questi nefandi e perversi organismi europei, prego tutti di comprendere, anche da questa vicenda, come l’intera sinistra europea sia la più supina serva degli Usa. Essa va quindi considerata, in senso assoluto, il nemico principale di chiunque si batta per un minimo di nostra autonomia. Con chi ancora non lo capisce, arrivati ad una simile evidenza solare, è da sospendere immediatamente ogni rapporto, ogni minima interazione. Sono appestati, teniamoci a debita distanza, anche perché disgraziatamente non ci sono, in questa sfatta società, i monatti che si incarichino della faccenda (ci sono invece squadracce di violenti e dissennati, formate dagli stessi diffusori della malattia).

9. Procediamo e concludiamo. Dubito che si possa trovare nella selva dei piccoli partitini, movimenti, gruppuscoli, di che iniziare a costruire alternative. Siamo obbligati a ragionare sul “come dovrebbe essere”, ma senza garanzie di tempi per l’inizio di un processo che conduca nella direzione utile. Proprio per tale motivo, penso che si debba, in questa fase, battere principalmente sul tasto della politica internazionale (o della geopolitica). Inutile, ad esempio, pensare alla possibilità di costituzione di un certo blocco sociale, costruito mediante una politica in grado di perseguire la sintesi (certo non scevra di crepe interne) tra interessi degli strati medio-bassi del lavoro dipendente e autonomo, se prima non si riesce a definire e stabilizzare una posizione del nostro paese nell’ambito della società mondiale, di cui prevedere almeno a grandi linee la configurazione nei prossimi dieci-venti anni.
La “scommessa” – che sono convinto si vincerà – è quella, già affermata, dell’avvio del multipolarismo. Vi sarà un “mondo” in tumulto e con crescita di nuove potenze (sicuramente non globali) che si muoveranno in aree diverse, dividendo il mondo in partizioni interconnesse, ma anche dotate di relativa autonomia. In un mondo “sconosciuto”, nel senso soprattutto di mutevole e tumultuoso, i dominanti continueranno a lungo nella loro pantomima circa la comune cooperazione; i loro ideologi, di livello intellettuale sempre più scadente, ci riempiranno la testa con la loro chiacchiera sul fatto che ci si salverà tutti assieme o si affonderà tutti insieme. Le solite bugie colossali; proprio abbracciandosi, si sprofonda nell’acqua e ci si affoga in “allegra compagnia”. La salvezza è nello studiare e poi praticare politiche di riconfigurazione – che possono modificarsi in fasi diverse – delle alleanze, ma non per semplicemente sorreggersi vicendevolmente, bensì per dare attuazione alle strategie di competizione, e se necessario di conflitto aperto, contro altre alleanze che hanno lo stesso scopo. Contrariamente al cosiddetto “buon senso” – che è quello dell’“uomo medio”, quello descritto da Pasolini ne La ricotta (lasciando la definizione in bocca ad Orson Welles) – perfino la possibilità di salvezza comune (o quasi comune) risiede nel conflitto; giacché non ci si salva se non introducendo la novità (cioè la riconfigurazione sopra rilevata), e non esiste quest’ultima se la si affida all’opera di “tutti”; ogni lavoro di équipe ha valore e manifesta la sua efficacia solo se si scontra con quelli di altre équipes, basati su obiettivi e ipotesi concorrenti.
Nella lotta multipolare che si preannuncia vigorosa, gli Usa – abbandonata solo furbescamente e momentaneamente la volontà imperiale (ripeto che si è passati dalla politica della “tigre” a quella del “serpente”) – puntano a mantenere unita sotto il loro dominio l’intera area europea (compresa quella conquistata dopo il crollo del “campo socialista”), avendo precisa coscienza che il nemico principale della prossima fase sarà la Russia; un po’ meno la Cina e ancor meno l’India (e quasi niente il Brasile).
L’ultimo viaggio di Obama a Pechino può essere considerato un effettivo fallimento, coperto da tante parole pressoché inutili su tutti i temi decisivi del confronto. La Cina non sarà uno stabile alleato degli Usa, anzi molto infido; tuttavia non lo sarà nemmeno, in modo saldo e fidato, della Russia, che mi sembra comunque molto meno diffidente verso est che verso ovest; e ha pienamente ragione, a mio avviso.
Se ci si limitasse a ragionamenti puramente economicistici, in voga presso i nostri ideologi che si fingono scienziati (nel migliore dei casi sono tecnici capaci al servizio di politici scadenti), la Russia dovrebbe stancarsi dei continui ostacoli frapposti ai suoi progetti energetici in direzione europea (i gasdotti ben noti come South e North Stream, ecc.) e sfruttare solo l’enorme domanda di tali risorse da parte di Cina e India. Invece insiste proprio perché, con atteggiamento speculare rispetto agli Usa, avverte l’importanza del suo fronte “a ovest”, dove appunto sta la UE. Se si guarda, grosso modo, alla linea del Southstream, che dovrebbe poi utilizzare gli accordi con l’algerina Sonatrach e la libica Noc, ci si accorge che si va dalle zone caucasiche fino, appunto, al Nord Africa; in mezzo c’è la Turchia, ma anche l’Iran, area molto fastidiosa per gli Usa e il suo “fido” Israele, ecc. Non si pensi, con la solita mentalità, che sono gli interessi economici (petrolio e gas) a guidare certe scelte politiche; è assai più esatto attenersi al contrario. Certamente, singoli personaggi possono muoversi per vantaggi fondamentalmente economici; nell’insieme sono però motivazioni strategiche a comportare l’uso di tali vantaggi al fine di modificare le relazioni (i rapporti di forza) tra paesi e tra aree geopolitiche.
Francamente, credo meno a motivazioni sostanzialmente culturali; non sono molto convinto della possibilità di saldare per tale via un’area che va dall’Europa verso l’Asia (in particolare verso la Russia) grazie ad una loro supposta maggiore omogeneità socio-culturale rispetto all’area (nord)americana. Sarà una sensazione molto personale, ma non mi sento culturalmente antagonista degli Usa; credo però che siano molti gli italiani e gli europei ad avere la stessa sensazione, e questa non muterà tanto rapidamente. Anche ammesso che in molti sbagliamo, dubito che si possano attendere i tanti decenni (o anche di più?) necessari al verificarsi, solo eventuale, di simili spostamenti. L’Europa, nel suo complesso, non sarà “trascinata” verso est. Bisogna partire dalla “scommessa” del multipolarismo, della fase di probabile stagnazione (aspetto secondario), con la profonda trasformazione dei rapporti tra diversi paesi e aree a causa dello svil
uppo ineguale (aspetto principale), per proporre un certo avvicinamento ad est di una parte dell’area europea “occidentale”, per proprio interesse e volontà di non decadere rapidamente (cioè nei prossimi due decenni). Non quindi tanto per motivi culturali ma politici (ed economici), che poi comportano le possibilità di non regredire quanto a stile e tenore di vita (altro che farsi fautori della decrescita!); del resto, lo spostamento ad est – in tempi non brevi, ammesso che si possa attuare – comporterebbe, alla fine del periodo, buoni rapporti con Turchia, Iran, parte del mondo arabo, ecc.; e qui supporre vicinanze culturali mi sembra proprio problematico.
Ovviamente, per la fase storica necessaria a lavorare nella direzione considerata, possono – anzi debbono – essere praticate collaborazioni con tutti coloro che comunque siano interessati allo spostamento in questione; perfino per questioni religiose – a mo’ di semplice esempio, per la convinzione di una maggiore vicinanza tra cattolici e greco-ortodossi – che, personalmente, non mi appartengono. Mentre è del tutto ovvio che gli ottusi solo (non anche) bisognosi di “laicismo” – o addirittura ateismo – o della lotta delle classi lavoratrici contro lo “sfruttamento” (estrazione di plusvalore) da parte del Capitale, saranno da considerare come la “peste bubbonica”. Sono coloro che nulla hanno capito della lezione del secolo scorso, oppure piccoli mascalzoni e farabutti che per tutta la vita hanno praticato la professione del politicante (e del sindacalista, che è ormai lo stesso) e non vogliono tornare a svolgere un qualche lavoro utile: tertium non datur. Con costoro, solo rottura netta; è spiacevole, per certi versi, ma non si può più perdere tempo a convincere questa feccia o questo piccolo insieme di rimbambiti. Si chiuda con loro ogni rapporto.
10. Quindi, prevalenza di fase della politica internazionale e della politica estera da preferire (e appoggiare) anche per quanto riguarda il nostro paese, che potrebbe svolgere una funzione importante nel senso già visto: spostare un’area europea verso est, contrastando le forze che vogliono rendere l’Europa del tutto omogenea quale campo di predominio assoluto degli Stati Uniti nella lotta multipolare che si apre. Lotta senza quartiere a coloro che sono, al di là delle chiacchiere e delle mere apparenze, i veri sostenitori della subordinazione agli Usa, mascherandosi perfino dietro la presunta lotta di classe o il “progresso” (solo lo stupido politically correct) o la morale, ecc. In questo senso, il nemico principale e più laido è la sedicente sinistra, oggi coadiuvata dai finti “laici” della destra. Però, nessuna concessione di fiducia a chi svia la lotta contro la sinistra, fingendo che sia ancora “comunista”, cercando quindi di tenere il piede in due staffe (anche quella americo-israeliana); con tutto ciò che ne consegue e cui ho già sopra accennato.
Per quanto mi riguarda, nessun antiamericanismo preconcetto (e culturale); solo contrapposizione politica per favorire il multipolarismo, situazione assai più favorevole ad un medio paese come il nostro nel contesto mondiale. Chi vede in tale posizione una sorta di nazionalismo – o addirittura di patriottismo – è dal mio punto di vista, come già detto, un deficiente o un cialtrone farabutto; non concedo più altra scelta. Se non ci si libera di simile zavorra, non credo si potrà mai risanare questa sfatta società italiana. Abbiamo a che fare con un cancro; lo si dovrebbe asportare chirurgicamente, con meticolosa pulizia di tutti i linfonodi ormai infetti. Al momento, non esiste in Italia nessuna forza politica capace di un’operazione certo invasiva, ma necessaria per la sicura salvezza dell’organismo.
Evidentemente, una politica internazionale come quella indicata ha ricadute su quella interna. Innanzitutto – e questa è stata la linea di analisi e di polemica del blog – attacco deciso e senza girarci intorno alla nostra finanza “weimariana” (e spero che il riferimento storico sia conosciuto) e alle grandi imprese delle passate stagioni dell’industrializzazione; anche qui, per chi sa (nemmeno poi a menadito) la storia, le paragono agli junker e ai proprietari di piantagioni di cotone nel sud degli Usa, ceti sociali che favorivano il predominio centrale inglese e che, per fortuna dei rispettivi paesi, furono strabattuti politicamente e socialmente. Oggi, in Italia, ciò significa appoggio alle industrie di punta (della più recente rivoluzione industriale) e strategiche. Pochi nomi a mo’ di esempio, ma anche perché non ve ne sono molti di più: Eni (in primis) e Finmeccanica. Dei cialtroni, che vedono solo il Capitale e non le contraddizioni interne tra diversi capitalismi (con i legami internazionali ben noti), ho già detto: fuori dai coglioni! Nessuna discussione con costoro, il tempo a disposizione è esaurito.
Bisogna brevemente chiarire che l’appoggio alle suddette grandi imprese strategiche non significa alcuna predilezione del “pubblico” contro il “privato”. Ci sono i “vecchi bisonti” che fanno finta di dimenticare il colossale fallimento del “pubblico” nel sedicente socialismo. Dall’altro lato, rispondono altri ottusi con la favoletta della massima efficienza qualora il mercato venga lasciato “libero” (mai lo è stato e mai lo sarà; è un luogo di conflitto tra strategie che sono politiche tout court). In Italia, il settore “pubblico” per eccellenza è l’amministrazione statale (e ramificazioni regionali e locali, ecc.).
Sappiamo bene che è una palla di piombo al piede; e senza dubbio una recisa critica (e sfoltimento) dei ceti sociali che vi allignano (e che, non a caso, sono ormai la principale base elettorale della “sinistra” e di certa “destra”) è necessaria e improrogabile. Nessuna difesa preconcetta di simili settori e ceti, parte importante del cancro di cui sopra detto. Tuttavia, ricordiamo bene le privatizzazioni dell’industria “pubblica” (quelle decise, anche se non va sempre enfatizzato questo avvenimento, sul panfilo “Britannia”) a vantaggio dei parassiti di quella privata e della finanza asservita alla statunitense. Di conseguenza, non c’entra il regime proprietario; fondamentale è l’attuazione delle politiche di autonomia nel multipolarismo e perciò l’attacco ai parassiti e l’appoggio ai settori di punta e strategici a tal fine. E’ chiaro, pseudomarxisti, keynesiani, liberisti, ecc.?
Non può attuarsi però la strategia “autonomistica” di cui sopra se non si va verso la formazione di blocchi sociali con il coinvolgimento dei ceti sociali produttivi, sia della base lavoratrice salariata (compresa quella operaia) che di quella “autonoma”. Leggo oggi – e sul Giornale (la “reazione in agguato”) che, guarda un po’, li appoggia – della rivolta, non so ancora quanto incipiente o già in sviluppo, di settori della “piccola” imprenditoria (guidati da certo Belloli). E’ troppo presto per emettere un giudizio ponderato ma, in linea di principio, si tratta di sintomo positivo, da augurarsi che si estenda rapidamente; se poi prendesse di punta quelli che hanno chiesto sempre aiuti statali fingendo di essere il pilastro d’Italia (leggi Fiat), sarebbe una pacchia.
Sarebbe però anche ora che alcuni lavoratori salariati e operai, lasciando perdere il cosiddetto “istinto di classe”, iniziassero una nuova stagione di lotte sensate (pensanti) per difendere e possibilmente innalzare senz’altro livelli di vita sempre più “spiacevoli” (e precari), ma con una nuova consapevolezza della fase attuale, del livello di schifo e di corruzione cui è giunta la sinistra politica e sindacale, della posta dello scontro anche a livello internazionale. La lotta non va fatta solo per difendere posizioni acquisite, ma che oggi rappresentano spesso solo la base (elettorale) per continuare a far “mangiare a sbafo” il marcio e fetente personale politico e sindacale della “sinistra”, favorendo
nel contempo le cosche industrial-finanziarie che stanno divorando il paese a loro vantaggio e per gli interessi di una potenza straniera nel prossimo conflitto multipolare.
Se si cominciassero a muovere i ceti del lavoro autonomo, bisogna che molti lavoratori salariati sappiano cogliere la palla al balzo. Occorre però che essi si accingano intanto a spazzare via tutta la marmaglia che da oltre 30-40 anni continua a impestare i vertici dirigenti delle organizzazioni alle quali hanno fin qui aderito passivamente, seguendo a guisa di pecoroni dei maneggioni, poltroni, infingardi, venduti ad interessi che non sono più quelli dei lavoratori produttivi, bensì di saltimbanchi del palcoscenico politico, del mondo giornalistico e dello spettacolo, letterario e pseudoscientifico (magari “ambientalista”); il tutto rinforzato da un ceto (quello semicolto e invece ignorante e rincitrullito) che impesta i settori dell’amministrazione detta “pubblica”. Non li chiamo “fannulloni” perché non sono d’accordo con la campagna brunettiana (ma di ciò in altra occasione, non è oggi la questione più urgente); li indico tuttavia come la “bassa base” (in senso politico e sociale) del cancro che corrode la società italiana e su cui non occorre insistere.
E adesso, cari amici del blog ma soprattutto cari possibili alleati o simpatizzanti (o almeno non antipatizzanti), sarebbe bene mettersi al lavoro sul serio.

Finito il 21 novembre 09

PS Tengo a precisare che, quando parlo della sinistra, non intendo parlare di quei settori (pochi io credo) – per lo più della vecchia guardia, per di più quasi sempre di quella “migliorista”, verso la quale era recisa un tempo la mia critica – che mantengono dignità di pensiero e di coerenza. Malgrado sia poco d’accordo anche oggi con le tesi che sostengono, li rispetto e mantengo la massima stima nei loro confronti.

Gianfranco La Grassa

Fonte: http://ripensaremarx.splinder.com
Link: http://ripensaremarx.splinder.com/post/21746583/Presa+di+posizione+netta+di+Gi
25.11.2009


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mendi
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Sono convinto che la canzone preferita dal sig. La Grassa sia "disperato erotico stomp" di Lucio Dalla.


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terzaposizione
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Purtroppo il buffone oltre ad essere ricattabile da cosa nostra e casalesi,ha rotto il kz con le sue giravolte, le sue palle e i suoi regali tipo ICI e Alitalia ai poteri forti.Non e' l'emulo di Mattei ma il prodotto della mente di Cefis che passando la P2 a Gelli prima di latitare in Svizzera gli consiglio' di allevare tale esimio esempio di self-man.Dobbiamo finire totalmente nelle grinfie di Albione o tenerci sto' buffone?
Che mi frega mica ho azioni ENI ne' Finmeccanica ne' figli da allevare,quindi avendo esaurito il suo ruolo o va' a raggiungere Bettino o Senatore a vita.Inoltre l'italiano medio che si fotta


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