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Un poco di esoterismo senza pretese


GioCo
Noble Member
Registrato: 9 mesi fa
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Nel Mahabarata è narrata una storiella abbastanza famosa in cui Krishna raddrizza la schiena a una vecchia una volta tornato adulto e ormai guerriero formato nella sua città natale, Mathurā, per uccidere (com'era suo destino fare) Kaṃsa, l'usurpatore del trono dei vṛṣni, l'uomo che teneva prigionieri i suoi gentori nonché legittimi eredi, Vasudeva e Devakī. Tutti "sanno" cos'è venuto a fare in città, compreso Kaṃsa, perché conoscono la profezia che lo descrive come colui che verrà a portare giutizia nel Mondo a partire dalla sua città natale e quindi danno per scontato che sia venuto a fare giustizia "finalmente", uccidendo il tiranno che spadroneggia da troppo tempo. Ma il Dio incarnato dice che non è venuto per quello, ma per "raddrizzare" le cose storte.

Curioso.

Quindi l'aver "curato" la vecchia da un male con cui era nata, diventa per il Dio l'atto simbolico più importante all'ingresso di Mathurā, ben più che la morte di Kaṃsa, l'unica cosa invece che interessa a tutti gli altri e su cui tutti concentrano la loro attenzione.

Al Dio sarebbe bastato un pentimento di Kaṃsa, un ravvedimento, un atto di coscienza che potesse riconoscere che l'ingiustizia che aveva perseguito fino a quel momento lo aveva favorito solo in apparenza. Ma il destino è fatto così, ognuno deve ricoprire il suo ruolo fino in fondo, Dio, uomo o demone che sia. Ognuno "recita" la sua parte nella commedia surreale e drammatica della Vita e ognuno la consegna alla Storia perché sia simbolicamente pregna di significato "cosmico". Per ciò se non è previsto quel pentimento, non accadrà. Eppure, non c'è un atto, per quanto piccolo, che non abbia risonanza cosmica e non importa se noi non lo viviamo in questo modo.

Per fortuna o per pietà mi verrebbe da aggiungere, perché nei tempi bui che viviamo una tale coscienza ci costringerebbe tutti a permanere in una specie di disperazione inconsolabile...

Nel ricordare questa storiella me ne viene a mente un altra che per certi versi gli si oppone, come fosse la sua immagine "speculare" rispetto ciò che pare suggerire la prima. La storiella può essere "esagerata" finché vogliamo, QUI è un esempio teatralizzato (male mi verrebbe da aggiungere) ma nella sostanza ricalca quella della tigre che ci insegue nella foresta, finché non troviamo un dirupo dove attaccati a una radice ci lasciamo andare verso il basso, nel tentativo di sfuggire alla belva, ma guardando di sotto troviamo che un altra ci attende e quindi rimaniamo senza via di scampo, mentre la radice lentamente cede al nostro peso. Allora guardando accanto a noi vediamo una piantina di fragoline selvatiche dove ne spicca una matura, così rossa che pare voglia farsi notare, la portiamo alla bocca con una mano libera pensando: "com'è buona!".

Mentre nella prima le cose storte, non importa se nate storte, possono e devono essere raddrizzate in un idea di giustizia duratura e stabile, nella seconda pare invece che non ci sia "speranza", non esiste "soluzione", ciò che ci minaccia non farà che continuare a farlo e solo istanti strappati al dramma che è la Vita possono effettivamente riscattarla e renderla degna d'essere vissuta. Eppure, paradossalmente, non c'è in esse alcuna contraddizione.

L'una è il perfetto contraltare dell'altra... Se le chiavi di lettura sono quelle che ci permettono di osservare la versione coerente ovviamente, altrimenti paiono fare a pugni tra loro.

Tutto sta ad esempio a capire cos'è "storto" e cosa invece è diritto. Cosa dovrebbe essere raddrizzato? Sopratutto cosa in un Mondo che pretenderebbe di descrivere se stesso come fatalmente "inevitabile", dove il tuo destino è quello che ti tocca senza scampo?

Noi non sappiamo cosa significa "minaccia". Qual'è ad esempio la "minaccia" in un Mondo dove l'unico destino possibile a prescindere da chi tu sia, dannato o benedetto, è quello di arrivare alla tua fine? Certo che se non accetti la fine, che è la fine della tua parte di recita, del corpo che hai rivestito fino adesso e del suo specifico destino, quello di umano e quindi di incarnato, un pericolo inizia ad esserci.

Quello di non capire. Di rimanere ignorante circa un ruolo e uno stato che è quello comune a ogni "essere vivente". Tale ignoranza si traduce sempre in "ingiustizia", ma di un tipo diverso da quello terreno e proprio di un idea di "libero arbitrio". Il libero arbitrio è sempre la volontà di alterare il nostro destino, perché il destino equivale al dramma e non esiste modo di togliere la nostra attenzione dai nostri drammi, di affrontarli e superarli. Essi ci costringeranno sempre a tornare a fare attenzione alle loro "richieste" che sia una tigre in fondo a una scarpata o un altra che ci impedisce di tornare sui nostri passi, poco importa, la vogliamo "tolta".

Il "pericolo" quindi sarebbe di non accorgersi della fragola? No, la fragola potrebbe persino non esserci. Il pericolo è sempre l'ignoranza, il non aver colto che siamo parte di una realtà cosmica, un puntino praticamente invisibile, nato dal nulla e destinato a tornare nel nulla che paradossalmente conserva un importanza capitale ma solo entro la recita che gli è assegnata. L'atto di cogliere questo "messaggio" corrisponde esattamente alla distanza dalla brama, dal desiderio, dalla identificazione con il corpo e il suo destino e quindi dalla reazione emotiva incontrollata.

L'emozione allora diventa come una specie di "sirena", un sistema di "controllo" delle nostre capacità reattive. Più questo "sistema" diviene efficiente, capace di riconoscere se stesso e la propria potenzialità accettandone tutti i vincoli e per ciò "energeticamente" orientanto al risparmio, all'uso accorto e quindi quieto a prescindere dallo stimolo ricevuto, più saranno grandi le sfide che incontreremo.

Un po' come quando passiamo dall'età dello sviluppo. Le sfide che abbiamo affrontato da bambini, ad esempio imparare a camminare, erano per noi "epocali". Non avevamo "garanzie" di riuscita, solo un numero interminabile di tentativi, il corpo occupato con cui misurarci e le sue potenzialità non sviluppate e tanta "fiducia" che potevamo farcela anche se non sembrava. Da fanciulli ogni "sfida" per quanto piccola appare così, epocale, cosmica, infinita ed è così, ma non per l'adulto che ci assiste e che sa perfettamente, potendo osservare meglio quanto sta accadendo e per ciò valutare con discreta accuratezza se rimaniamo nel giusto percorso per "imparare a camminare". Egli non ha quella "posa" determinata a "farcela" da una consapevolezza innata, vive un idea generale progettule, in cui le cose avvengono come devono se sapremo affrontarle.

Come se l'Universo e ogni componente con cui abbiamo a che fare dipendesse materialmente da noi "adulti" ed essere "adulto" e responsabile significasse esattamente questo, che qualsiasi cosa accade potrebbe essere colpa tua. Ad esempio, macchie solari rendono inservibili i satelliti militari facendo fallire una importante missione? Non è un azione solare imprevista ma noi che non siamo stati capaci di gestire l'eventualità. Cioè il significato che diamo all'accadere va sempre ad alimentare il senso di colpa.

Tutta la nostra mentalità è pervasa da questo "delirio di onnipotenza" umana. Che si riflette nel suo contraltare altrettanto squilibrato: se non è così allora è fatalismo e tutto il peggio diventa giustificato. Tipo che se massacro chiunque mi stia sul ca%%o allora è il destino che l'ha voluto... Ebbene si, ma se non c'è nel tuo destino tranquillo, puoi provarci finché ti pare, non ci riuscirai.

Allo stesso tempo è come se non esistesse l'ingiustizia con la mentalità "atropocentrica" esasperata attuale e come se non fosse proprio l'idea di "libero arbitrio" che ci pone al centro di tutto il peggio che stiamo vivendo, essendo esagerata al punto di rendere squilibrata ogni valutazione. Com'è possibile che tutto ciò che accade è comunque "colpa nostra"?

Prendiamo un esempio a caso. Il riscaldamento globale. Tante volte ho detto che il termine stesso è fuorviante. L'innalzamento medio delle temperature non signifca affatto che la terra deve trasformarsi in un deserto o che certe zone soffriranno siccità come ci viene inculcato dalla propaganda. Significa solo che il sistema nel suo complesso ha più energia in circolo e quindi i fenomeni diventano più violenti e duraturi. Per esempio dove prima permaneva un clima mite, adesso si scatenano ogni tanto tempeste che scoperchiano tetti, dal momento che non ce ne erano mai state prima di così violente e i tetti non erano progettati per resistere. Ma se c'è più energia in circolo, dovrebbe anche esserci un modo furbo per sfruttarla meglio e migliorare la condizione. Se adesso c'è un vento che prima non c'era potrò trovare modo di sfruttarlo. Cambio, mi adatto, sfrutto la condizione "nuova".

L'inamovibilità è sempre di tipo creativo. Più pretendo che le cose rimangano uguali, più subirò il cambiamento. Peggio poi se pretendo di "pilotare" il cambiamento perché le cose rimangano uguali. Come ad esempio: c'era prima una falsa democrazia instaurata per garantire certe élite e i loro privilegi? Ora si toglie la democrazia per consentire a quella élite di rimanere al suo posto "adattandoci" ai tempi. "There is no alternative" diceva la Thatcher ma si riferiva a loro, all'élite che gode dei privilegi, non alla massa.

Ma torniamo all'esempio "metereologico". Se un territorio prima ricco d'acqua diventa arido e mediamente più caldo, sfrutterò meglio il sole. Magari smetto di costruire come facevo prima e prevedendo il caldo tenderò a fare caseggiati pensati in modo da sfruttare il calore solare con delle serre ad esempio che possano trattenere acqua e/o reciclarla. Insomma, il punto non è mai cosa succede, ma con quale animo lo affronto e l'animo è sempre lo specchio della nostra maturità interiore.

Noi reagiremo come reagiremo e ciò ci dirà semplicemente quanto siamo o meno "diritti" nell'affrontarlo. Avremo solo due possibilità.

Dipenderemo dalle emozioni che guideranno il nostro pensiero per conto di qualcun altro o di qualcos'altro che ci possiederà, pensiero che non andrà nella direzione della nostra crescita interiore oltre ogni evidenza evidente, perché non ci favorirà, oppure domineremo il pensiero, pensando ciò che ci occorre per avere le emozioni che ci servono al momento e vedremo che la realtà che ci circonda "andrà nella giusta direzione da sola", qualsiasi sia questa direzione, non importa se a favore o meno del "pericolo".

Ciò che ci minaccia diventa allora secondario, prima di tutto diventa importante il controllo del nostro pensiero che ci accorgeremo non è sotto il nostro controllo e per ciò "non ci appartiene", ci attraversa e basta. Evitare di essere posseduti dall'emozione imparando a "fermare il pensiero". Facile? Manco per niente, se no non ci vorrebbero così tante incarnazioni per riuscirci...


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