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Il Simulante


GioCo
Noble Member
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Topic starter  

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Questo POST è un corollario a quello sul delirio (QUI). Per ragioni di sintesi li ho separati.

Il tema è veramente molto articolato e non basterebbero mesi per consumarne la parte essenziale. Ma qui non c'è alcuna intenzione di tediarvi con fiumi di parole (tutt'altro!) quanto piuttosto di lasciare cenni per riflettere su questioni verso cui tendiamo a non avere attenzione.

Il simulante è colui che cerca di riprodurre caratteristiche di un certo tipo per confondere e confondersi. Il coccodrillo che si nasconde nel fango di uno stagno o tra i tronchi di alberi sradicati che galleggiano nell'acqua di un fiume, il giaguaro che sfrutta l'erba alta e giallastra, riarsa dal sole, della steppa e il serpente che si attorciglia tra i rami o alla base di un cespuglio e così diventa "invisibile" sia alle prede che hai suoi predatori. Ma anche suoni, rumori, comportamenti. La mosca che si traveste da ape per ingannare i suoi predatori abituali, il gatto che gonfia il pelo per apparire più grosso e minaccioso e soffia come i rettili velenosi, il simulante cerca di mettersi in accordo con certe specifiche vibrazioni dell'essere, il Vivente, che sono alla base del controllo emotivo.

Il simulante cioè gioca un @GioCo speciale, una danza che ha l'intento di prendere (senza la forza bruta) le redini del controllo emotivo e nel contesto predatorio (in questo caso). Nella caccia ad esempio, nascondersi serve a tranquillizzare la preda e quindi renderla "accessibile", con poca o nessuna difesa. Così non importa poi la forza per eseguire l'attacco, ma la rapidità e la precisione.

Ora, chiedo veramente estrema attenzione perché la questione va MOLTO oltre le apparenze. MOLTO!

Cerchiamo di trattare gli aspetti semplici, diciamo i primi numeri interi di questo "calcolo" che poi è un processo, un sistema più ampio, dentro cui questo della simulazione è un pezzetto che si incastra alla perfezione.

Usiamo il confronto (come sempre) che ci fornisce l'esempio "parlante". Le reazioni più "selvagge" si riferiscono a due tipi specifici di possibili comportamenti: attacco o fuga. Semplice semplice.

Però è anche incompleto, per ciò per amore della completezza e per evitare che si faccia poi al solito casino con questi argomenti (ed è fin troppo facile) devo intervenire: quello è SOLO il comportamento derivato dal timore ma il timore accade SOLO nella separazione che è uno Stato dell'Essere raro. Lo ripeto: è uno stato dell'Essere raro in quanto lo stato in assoluto più vissuto e noto è quello della collaborazione organica ed è in questa che poi la simulazione svolge un ruolo cruciale (che riprenderemo più avanti). Però nel contesto del timore il suo procedere spicca, come le parole scritte sulla lavagna: ad abbondare è il nero della superficie di ardesia non il bianco del gesso!

Ma noi tendiamo a vedere solo il bianco del gesso e a "escludere" (attivamente, mentre lo osserviamo) come non ci fosse l'ardesia. Nonostante quindi siano sulla stessa superficie, si dice che il nero fa da sfondo, perché se osservo il funzionamento del "mettere a fuoco" dello sguardo in un campo di profondità, vedo come l'attenzione puntata su un oggetto a una certa distanza sfoca quanto rimane sullo sfondo che diventa "inguardato", come una massa magmatica caotica, una superficie d'acqua che scorre, come nebbia o fumo, come i rumori bianchi, etc.

Curiosamente se guardo lo sfondo a sfocarsi sarà l'oggetto in primo piano. Cioè lo sguardo è mutuamente esclusivo: o guardo lo sfondo o guardo il primo piano. Se metto a fuoco tutti e due, oltre a "non leggere" più e a "non distinguere" più (quindi non dare senso alle forme) accade una cosa strana: smetto di vedere la profondità e l'immagine "si appiattisce". Ma se la rappresento su una superficie piatta di nuovo accade lo stesso processo, perché è illusorio, proprio della Mente e del suo funzionamento di base, non dei fenomeni che osservo. E noi possiamo esercitare pieno controllo.

Bene, questa è la base tecnica. Andiamo avanti. Nello stato timico più grezzo di "attacco o fuga" si muove la caccia che è la base del sostentamento degli animali predatori, com'è noto. Ma anche la riproduzione che si basa sulle stesse identiche dinamiche. La natura si sa, non butta via niente e se può ove può riproduce i processi per fini e scopi anche molto distanti gli uni dagli altri. In questo caso opposti: per la morte e per la vita del corpo.

Per ciò ad esempio non solo diamo la caccia al partner ma in caso di specifiche dinamiche emotive (come la gelosia) anche al conflitto che riprende gli stessi identici costrutti della caccia. Ma chi primeggia tra la forza bruta e l'astuzia?

La forza bruta è semplicemente il carico energetico impresso, l'atto più semplice che si produce nel conflitto. Il toro che abbassa la testa e carica è un esempio classico. L'astuzia governa invece l'emozione che è alla base di quel carico energetico. Quindi se voglio che il toro incorni un muro ad esempio, lo dipingo di ciò che il toro teme di più. Lo inganno.

Ecco che allora iniziamo a capire che lo stato più grezzo è uno stato che scaturisce dalla necessità di reagire con la forza. Quello più fine è quello che invece si prefigge di governare quella forza a suo favore. Tuttavia se mi serve energia, non la ricavo dalla furbizia. La furbizia è priva di energia propria. Come il volante dell'auto, non ha motore e non gira da solo (di solito). Ci vuole il mio braccio e il mio intento che deve essere pianificato, cioè deve procedere da un intento predeterminato, non si può semplicemente "girare il volante" e basta. Tuttavia, messo in atto l'intento, poi non occorre che una frazione infinitesimale dell'energia in @GioCo per muovere l'automobile perché ad eseguire lo sforzo sarà tutt'altro.

Il mulo, la mucca con il latte (energia) è il sistema timico. Produce chimica e insieme ad essa, energia nervosa. Bioenergia fisicamente misurabile. Questa energia attraversa come un fiume il corpo e lo scuote in profondità, tanto più violentemente quanta più energia scorre. La quantità di energia si differenzia per ampiezza (l'altezza dell'onda) o per frequenza (la distanza tra i differenti fronti d'onda). Una mitraglia di pallini che colpisce una superficie, può avere la stessa energia di una singola palla più grande, anche se la qualità dell'impatto può cambiare e diventare più o meno devastante.

Tradotto in pratica: un emozione singola ma molto violenta, non è detto sia meno devastante di tante e più contenute emozioni ripetute nel tempo.

Ad ogni modo, se mi trovo nello stato "fuggi o combatti" reagisco sempre con una sovrapproduzione di forza che mi lascia nella condizione (dirimente e insopprimibile) di governare quell'energia in due direzioni soltanto: verso me stesso (per esempio mi congelo sul posto e simulo la morte o devasto il mio sistema nervoso) o verso l'esterno (scappo o mi preparo al combattimento). In ogni caso da qualche parte quella sovrapproduzione di energia deve andare a finire. Non posso trattenerla, finirebbe per uccidermi o comunque per fare gravi danni al sistema nervoso.

Uno dei danni più semplici e più facilmente osservabili (ai giorni nostri in particolare) è l'ansia che evolve facilmente se non gestita in attacchi di panico, magari notturni, cioé quando smettiamo di avere anche l'ultimo residuo controllo, parvenza ridicola in gran parte incosciente di controllo del nostro sistema timico.

La furbizia non ha direzione. Dirige. Cioè non è per forza qualcosa che si applica al prossimo per controllarlo, si applica meravigliosamente bene, anzi anche meglio, su noi stessi e conserva la stessa identica capacità di dirigere l'energia "grezza", sgrezzandola. Che però deve essergli fornita e quindi la chiede, anzi la pretende e di continuo. L'abitudine alla furbizia quindi ha un doppio effetto, diciamo un problema spinoso che ci porta facilmente verso un "punto di rottura": ci rende dipendenti dall'esagerazione. Chi sfrutta meglio la furbizia si "esalta", tende cioè facilmente a esagerare, esagera sempre e lo fa per mettere alla prova la sua capacità di guidare forze sempre più grandi e potenti.

Quando vediamo una persona che dipende dalla furbizia, che ne è posseduto, vediamo di fatto un simulante. Uno cioè che produce simulazione, simula e se si tratta di idee, cerca attivamente verosimiglianze. ATTENZIONE!!! Non è mai un personaggio incosapevole del fatto che sono stronzate quelle che produce, ma solo qualcuno che non finisce mai di soprendersi di quanto "potere" possa avere la furbizia nel dirigere forza indipendentemente dalla quantità. Quindi è qualcuno ossessionato dalla quantità, dalla misura.

Per esempio un giocatore d'azzardo.

Ma la furbizia è essenziale per elevarsi un poco sopra il livello più grezzo della forza bruta!!!

Allora?! Che si fa?!

Se si rinuncia alla furbizia si cade preda della reazione rettile più grezza, se simuliamo si cade preda dell'esagerazione. Dove coi coi, comunque sembra che siamo fregati. La stragrande maggioranza (praticamente tutti) nella stragrande maggioranza dei casi (praticamente sempre) vivacchia, percependo bene solo la componente pericolosa di questi stati emotivi e quindi combina creativamente i due tipi di reazione diffidando, cioè cercando di stare lontano da entrambi finché possibile ovvero finché non ci si sente schiacciati al muro e obbligati a fare qualcosa (=terrorizzati). Che poi è lo Stato che oggi viene più provocato dalle élite e dai loro accoliti per ovvi motivi: se non sappiamo come smarcarci perché non governiamo i processi sottostanti, ricaveranno per forza o mucche buone da mungere o (nel caso più ovvio di "stregoni" fai da te, alla Renzi, cioè con doti innate per la furbizia) nuovi accoliti da sfruttare, sempre col culo degli altri (cioè di chi non riesce a elevarsi sopra la reazione più grezza e bestiale e funge per ciò da mulo).

Come si evita l'esagerazione? Con la moderazione e la parsimonia. Che però è sempre, sempre, sempre, sofferenza. Se infatti mi lascio all'esagerazione, mi diverto. Se tronco il divertimento, soffro. E' un contraltare che non è proprio possibile evitare, fa parte della struttura timica ed è indissolubile. Certo, un conto è soffrire sapendo bene il motivo di tale sofferenza e sapendo che è per un bene superiore che con certezza raccoglieremo dopo e nel tempo, perché l'abbiamo bene compreso e sperimentato nell'esagerazione che ci ha dato soddisfazione ma a un prezzo davvero troppo alto, un altro è subire e basta. All'inizio del processo, diciamo in età infantile, non c'è alcuna possibilità di sviluppare quel governo. Perché manca l'esperienza. Solo ed esclusivamente il rapporto di affetto verso i genitori permette di sviluppare un corretto bilanciamento che in futuro si potrà mettere a frutto.

Quindi, domando: quanta responsabilità abbiamo nel mancare d'affetto verso noi stessi, verso il prossimo e in specie verso i nostri figli, quelli "giovani"? Quanta responsabilità c'è nel mancare il bene che posso volere a me stesso e per estensione anche al prossimo "che sbaglia"?

Concludo con una citazione: quando il figliuolo tornò al padre povero e in stracci a chiedere perdono, egli a dispetto della gelosia del fratello che non si era mai allontanato ne dato ai bagordi scialacquando il patrimonio del padre, fece ammazzare l'agnello, per la semplice ragione che suo figlio era tornato e mai aveva fatto tale gesto per l'altro figlio che pure era stato più retto.

A misura della sfida (aggiungo).


Citazione
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