Le regole e il bene...
 
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Le regole e il bene comune


GioCo
Noble Member
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Lo so, ogni tanto mi cimento con argomenti che vanno molto oltre le mie miserabili capacità. Questo è uno dei miei mesti tentativi di affrontare qualcosa che so già in partenza richidere ben altre qualità.

Non abbiatemente, il mio demone comanda ed io chino la testa come sempre. So che serve più a me che al mio potenziale lettore.

Affronteremo come argomento: "le regole". In particolare un aspetto delle regole, cioè il nostro intenderle (generico) a prescindere come limitanti o limitative. Prendiamo le norme sociali o quelle civili e militari. Le regole sono generalmente per noi intese come "imposizioni" perché vengono imposte con la forza.

Ad esempio, non posso decidere quando e come voglio che significato ha il colore verde o rosso di un semaforo. Lo si decide di comune accordo e per ragioni del tutto aleatorie e prosaiche se non per la questione di doverle "per forza" condividere. Perché se tutti decidessero in autonomia che signficato ha un semaforo "rosso", non sarebbe tecnicamente possibile regolare il traffico per tramite di questo strumento. A meno che non fossimo tutti connessi telepaticamente e allora forse le regole cambierebbero e i semafori diventerebbero inutili. Ma non la necessità di regolamentare il traffico al fine di evitare incidenti che rimangono per tutti e in generale indesiderabili.

Noi però non intendiamo la regola del semaforo come necessaria per evitare un evento comune indesiderabile. Lo intendiamo di solito come una limitazione imposta con la forza da una autorità terza (per esempio la polizia). Basta un normale e quotidiano giro per le vie di un qualcunque centro urbano, in specie se trafficato, per rendersene conto facilmente.

Peggio ancora, questo è il modo in cui è inteso dalle autorità (in)competenti che sono poi chiamate a far rispettare queste regole. Come se un semaforo in un deserto con visibilità panoramica e limpida in tutte le direzioni abbia senso rispettarlo anche se non esitono altri veicoli oltre il nostro. Certo che non ce l'ha! Ma se lo faremo potremo comunque incorrere nella sanzione. Quindi la regola è imposta, ma solo perché si deve ubbidire, non perché l'imposizione sia il "bene comune". Non ti è restituita la facoltà di decidere "in autonomia" se ha senso o meno rispettarla con la tirannia. Questo e solo questo fa la differenza fra una società umana e una dittatura totalitarista: la fiducia nella residua capacità del prossimo di agire e pensare secondo il bene comune (ci torneremo in fondo).

Posto in questo modo e da questa prospettiva si capisce al volo che l'argomento è tutt'altro che semplice e intuitivo, dato che raduna una quantità sterminata di questioni estrememante delicate e spinose. Ne cito a casaccio alcune solo per dare un idea della portata: le regole nel confronto tra due eserciti, le regole di un @GioCo, le regole in famiglia.

Ora, vorrei aggiungere al quadro già abbastanza complesso, elementi che non posso esimermi dal trattare. Il primo è certamente "la volontà di potenza". Che poi è la ragione per cui considero la "filosofia" nietzschiana una cretinata cosmica o per usare un commento estrapolato dai diaghi di Toth nel "Corpus Hermeticum" (liberamente consultabile nel digimondo) poco più di una "ciancia o chiacchiera alla greca" (=tema filosofico). Vi è infatti un problema enorme che si riflette nella comunicazione scritta. Quella orale veicola energia e in forma direttamente vibratoria che è un aspetto in buona parte perduto nello scritto e in specie in quello tradotto. Ma lo sarebbe anche se non ascoltato o non riprodotto con almeno un timbro (oltre alla ritmica e allo spartito) adeguato. Non credo affatto che fosse per ciò un caso che si tramandasse la memoria nei tempi antichi per tramite di cantori in forma poetica e oralmente. Non era certo perché non si conosceva la scrittura (o la ciancia) e il suo potenziale in popolazioni con talmente tanta saggezza da farla giungere fino a noi con tutta la sua carica creativa intatta. Tuttavia lo scritto proprio perché "filtra" potentemente certe informazioni, ne riduce anche il potenziale distruttivo (insieme a quello costruttivo) e quindi paradossalmente ha un ruolo difensivo/offensivo implicito. Come lo steccato o la stalla per contenere i buoi. Può essere inteso sia come limitazione per gli stessi perché non scappino, sia come riparo, dalle intemperie come dall'aggressione di bestie selvatiche.

Capite che il quadro generale allargandosi, inizia a tratteggiare uno scenario che non pareva avere nulla a che fare con l'argomento iniziale, quello della "regola" e del potere.

Ma come si fa a intendere un "problema" quella "volontà di potenza" che ho accennato?  Semplice, in una lettura emotiva si traduce con "frustrazione". Nel momento in cui ti senti frustrato, cioè provi quel senso intenso di insoddisfazione "fisica", come un innamorato che non è ricambiato ad esempio, inizi a desiderare potere e potenza sufficiente a "forzare" gli ostacoli che ti impediscono di ottenere soddisfazione (emotiva evidentemente) per qualcosa di vero o presunto che tu ritieni dovesse (in qualche modo e misura) appartenere a te e solo a te. Puoi farlo con l'intelligenza o con i muscoli, ma all'atto pratico cambia poco, la via per l'abuso è in te spianata e nulla può imperdiri di percorrerla, ne la tua volontà o capacità di intendere, ne il tuo pensiero che sarà colmo solo di desiderio. Anzi, ucciderai chiunque si ponga tra te e la strada che vedi spianata avanti a te per giungere infine all'agognato traguardo, forse. E' lo stesso identico tema che ricorre nei fumetti dei supereroi.

Certo, se potessimo invece intedere che per noi i percorsi sono comunque obbligati, tutto questo vissuto perderebbe di senso e di senno. Come il fumetto che rompa la quarta parete e con ciò ogni presunto ordinario diviene straordinario. L'ordinario si sgonfierebbe quindi di significato come un palloncino. Ma noi viviamo con il condizionamento incoerente del libero arbitrio, tanto da averci costruito su tutta l'impalcatura del nostro ordinamento civile e per ciò ci vorranno secoli per togliercelo dalle palle, soppesandone con calma ogni transizione.

Di certo quel lavoro non ha nulla a che vedere con "le transizioni" che oggi sono paventate nei circoli dove se ne dovrebbe discutere e che poi calano come gli Unni per i disastri, imponendo farneticazioni di "transizioni" alla massa (e le relative regole annesse) con la forza. Perché Si! In pieno stile "nietzschiano". Con la postilla che tutto ciò procura infinite e inutilissime sofferenze "panoptiche" di ricaduta e di cui non potremo fare a meno senza però "togliere" anche la necessaria esperienza che ci renderà palese (e incisa sulla pietra della coscienza collettiva imperitura) l'inutilità cosmica di questi provvedimenti. Tutta l'infinita inutilità che ne defenestri per sempre ogni argomentazione e/o trattazione futuribile.

Come ho detto però siamo lontani da quel giorno. Molto lontani e quindi dovremo portare pazienza. Perché quello di cui dovremo fare esperienza accadrà e niente e nessuno puo evitarlo.

Ecco di fondo c'è quindi una specie di "paccato originale" che al solito centra poco o nulla con il significato comunente inteso. Noi interiormente ci sentiamo frustrati perché non riusciamo a cambiare le cose. Vediamo il Mondo immerso nei suoi propri evidentissimi limiti e con ciò intendiamo questi limiti come imposti. Ad esempio le malattie, l'indigenza o il semplice disagio psicologico nel vedere tutto questo.

Dalla frustrazione che ne consegue e che è insoprimibile dato che sorge dal modo in cui diamo significato a questo scenario drammatico e quindi per noi ordinario in quando definisce l'ordine osservabile del vissuto privo di alternative accettabili, ecco che ci troviamo l'animo "compresso" o "spinto" verso l'indignazione e la ribellione o (peggio ancora) la rassegnazione. Tutti, chi più o chi meno ci troviamo in questa condizione. L'unica differenza tra noi è che alcuni riescono a nasconderlo meglio di altri. Tutto qui.

La nostra condizione media quindi è spiritualmente identica a quella che sarebbe possibile speriementare nell'inferno dantesco. Possiamo "scegliere" se stare dalla parte dei demoni o non tradire la nostra natura umana. Cioè possiamo scegliere o meno se stare dalla parte delle forze che sovrintendono il nostro destino infausto e drammatico, per trarne qualche misero vantaggio personale e "fare finta" che le cose stiamo un poco meglio del disastro totale in cui l'ordinario ci costringe, ad esempio cercando di voler bene al prossimo o anche solo conservando dei privilegi, ma tale tentativo piuttosto fragile, non può che trasformarsi poi in ulteriore frustrazione aggiuntiva (e insopportabile) nel momento in cui constatiamo che la delusione è infinitamente più facile della difesa. Basta un merdo qualunque e l'idillio si trasforma in un niente in assoluto disastro.

Ditemi che non è cosi... No, eh?!

Eppure il Mondo non è solo dramma e schifo. Non esistono solo le discariche e i veleni ne solo le condizioni dove una preda debba soffrire perché ghermita dal predatore. Il problema quindi rimane l'atteggiamento "assolutista" che ci spinge freneticamente verso lo squilibrio e l'esagerazione, senza che ce ne rendiamo conto. Siamo lì a negarlo e mentre lo neghiamo ecco che manifestiamo lo squilibrio.

Chi ci salverà se siamo tutti nella stessa melma a cercare di tenere fuori le nari con grande fatica quando possiamo solo ritardare l'inevitabile mantenendo "calma e buona" la nostra natura "più selvaggia"? Chi? Lo psicologo? Andiamo... Non siate ridicoli per lo meno. 🙄 

L'alternativa quindi allo squilibrio pare essere un equilibrio precario e sempre in bilico per diventare in un attimo quel disastro pedissequamente negato da noi. C'è in vero anche un altra componente sotto, una volontà che possiamo chiamare "seconda" non perché secondaria ma perché latente. Lavora sotto e per ciò il suo esercizio non è dato, non è parte dell'ordinario.

Questa è la volontà che istituisce "le regole" e con ciò la responsabile di quello stato di frustrazione profondo e latente. Essa sempre opera per il bene a prescindere. Ma il nostro contrasto trasforma rapidamente quella regola, dalla necessaria palizzata che ci protegge, all'ostacolo da superare. Dalla poppa della mamma alla "fonte del desiderio", il latte cosmico dell'eterna giovinezza. Siccome siamo impegnati esclusivamente ad aumentare la nostra potenza, ovviamente se concessa quest'ultima non farà che "spinare la strada" da un ostacolo per presentarcene un altro adeguato comunque a fermarci. Come ci venisse urlato "PIRLA, GUARDA DA UN ALTRA PARTE". Eh, ma noi putroppo siamo di dura cervice e insisteremo comunque perché questo è il nostro destino.

Per quei 4 gatti che sono arrivati fin qui non mi esimio dal dire quel che è atteso: la regola non è mai stata e mai sarà una limitazione. Non può esserlo fisicamente perché non è mai possibile concepirla in quel senso. Nemmeno quando è istituita APPOSTA perché sia limitante o limitativa. E' solo ed esclusivamente la pena inflitta ad essere limitante. Un furbastro lo sa bene e infatti mai si sognerà di contestare le regole, solo che siano applicate a lui le pene quando le infrange. O No? Così fa il bambino quando ruba la marmellata, non vorrebbe mai che tutti la rubassero, ci tiene che la mamma la protegga anche e soprattutto nel suo interesse e quindi mai sponsorizzerà la rottura della regola ad altri, solo che vorrebbe fregarsela quando gli pare e gli piace e senza conseguenze.

Tutto qui. Quindi che cos'è il potere? Possiamo intederlo come la possibilità di rompere le regole come e quando ci piace senza pagarne il dazio, ma solo per poterle imporre con la forza a tutti gli altri se no non avrebbe senso reclamare tale diritto, da qui il desiderio di potere e di potenza. In alternativa possiamo intendere le regole come qualcosa che ci occorre semplicemente per "sapere quello che dobbiamo fare" e come farlo. Cioè guide per realizzare qualsivoglia ordine meraviglioso comunemente desiderabile e quindi anche individualmente desiderabile. Nel momento in cui infatti una regola è intesa come "bene comune" qual'è il motivo per cui non dovrei rispettarla e seguirla? Qual'è la ragione per la quale devo penalizzare chi non le segue? Egli sarà già penalizzato da sé nel momento in cui fa una scemenza del genere.

Per concludere, se ammiro un opera del Canova, come "Amore e Psiche" o come la Cappella Sistina del Bonarroti, tutto posso commentare ma non che è brutta. Se lo faccio la loro semplice "perfezione" rimbalza su di me il commento che diventa implicitamente brutto e denigra me. Qualsiasi cosa possa fare contro tali opere, non fa che diventare un aggressione riflessa verso me stesso. Posso certamente procurare danno all'oggetto fisico ma non alla perfezione che esso imbriglia e che potrà riprodursi all'infinito e ben al di fuori delle mie potenziali capacità distruttive. Quindi le regole e in specie quelle che impone "la seconda volontà", posso illudermi di infrangerle a mio proprio beneficio e vantaggio, ma tutto ciò che ottengo alla fine è di ridurre in polvere le mie possibilità di avvicinarmi alla perfezione che mi è propria e che posso esprimere in qualsivoglia istante se solo facessi mia la conoscenza che è il "giusto intendere" le cose.

Oh no?

P.S.

Come promesso torno sul punto della fiducia nella residua capacità del prossimo di agire e pensare secondo il bene comune. Più che "fiducia" è logica e coerenza data da sapienza. Educere, significa "tirare fuori". Non c'è nessun modo per cui "io" possa trasmettere qualcosa. "Io" non trasmette, si limita a contenere. Cosa? Come la cornucopia qualsiasi cosa in esso appaia. I pensieri, le idee, appaiono da sé in noi. La sua funzione per ciò, la funzione di "io" è di rimanere vuoto e di essere continuamente e accortamente "svuotato" da noi. "Io" non conserva, non è nato per quello. Altrimenti non posso sapere se quello che vi appare ce l'ho infilato come promemoria "per conservarlo" o è "venuto da sé". Parimenti una macchina non ha modo di "educere", può imparare una abilità e farlo meglio di qualsiasi Uomo. Può esprimere tale abilità in via perfetta. Perché è una macchina e al pari di una macchina può fare la stessa cosa che fa il nostro corpo che è la "macchina" più straordinariamente ed elasticamente adatta a riprodurre perfezione e con ciò a rappresentare l'Uomo e il principio pefetto. Quindi sostituirla o "migliorarla" questa "macchina-corpo" ha senso quanto tentare di farlo con ciò che è già (nel principio) perfetto. Certo, allenare, fare esercizo fine a se stesso è tutta un altra musica e una macchina arriva prima e meglio a perfezionare una qualunque abilità. Ma a cosa gli serve? Non fa esperienza! Possedere una abilità non ha niente a che fare con la capacità di esprimerla e di "fare esperienza". Niente! Quindi se "educo" non lo faccio mai per tirare fuori qualcosa dal prossimo. L'opera socratica della levatrice è un altra bella balla. Una stronzata. Perché non conta cosa si tira fuori "dal prossimo" ma da se stessi e quindi conta tenere vuota la Mente. "Apprendere" riguarda l'abilità e quella una volta acquisita si dimentica. Diventa automatica, parte del corpo. Viene incorporata. Come la guida dell'automobile. Ma il resto non interessa trattenerlo e va con ciò buttato via. Se penso in qualsiasi momento che sto "facendo qualcosa per il prossimo", commetto un peccato mortale. Mi sostituisco e con ciò mi oppongo all'opera dell'ordine Cosmico. Ognuno fa da sé ciò che da sé può trarre e nessu altro può per lui. Ciò che fa è quindi sempre perfetto e corretto. Non importa cosa, sarà sempre ciò che deve essere. Ma noi siamo di dura cervice e cercheremo fino all'ultimo di demandare il compito che è nostro e che non vogliamo eseguire. Per questo il computer fa così tanto successo. Fornisce l'illusione che possa sostituirsi a noi e fare per noi ciò che noi siamo chiamati a fare. Non funziona, non funzionerà mai e non importa se urleremo contro Dio per il destino infausto che ci verrà assegnato e che saremo obbligati a portare a compimento. A lui non importano le nostre lagne. Ma allora, come si "agisce" per il bene comune? Tolta la necessità di diventare abili e quindi la residua "trasmissione" di saperi che può benissimo fare anche una macchina, ma che non deve mai essere intesa e confusa come un "limite" del nostro corpo, lo scopo e il fine siamo chiamati a scoprirlo. Il bene comune è quindi avere ben presente questo "ordine" trascendente. Nessuno lo sa, nessuno può dircelo quale sia il fine. Nemmeno noi possiamo saperlo o dirlo. Ci limiteremo allora nel "qui ed ora" a vedere cosa la cornucopia ci propone, quale sorpresa salta fuori e ci faremo la domanda di cosa ce ne facciamo. "Ops" ho qui una spada. A che diamine mi serve? Forse devo imparare a usarla e ci @GioCo. Divento abile, il miglior spadaccino del mio tempo e forse di tutti i tempi. Poi? Bho, chissa. Alla fine lo scopro. Sempre. Devo solo aver fiducia nelle forze che mi guidano e che sempre sempre sempre, agiscono per il bene comune. Loro e soltanto loro, non "io". Agiscono secondo un dettato che non ha niente a che fare con il nostro ridotto e miserabile "fine" terreno. Secondo una visione che è infinitamente più vasta. Noi possiamo rimanere sintonizzati ed è tutto. Certo, già anche solo "beccare il canale giusto" è un impresa. Non per ricevere, quello MAI perché si nasce già in ricezione e si rimane così a prescindere, ma per trasmettere e "dialogare" con l'infinito. Perché allora e in quel momento ci si accorge che non esiste il miracolo o la magia. Ogni miracolo è solo ciò che non ci è dato conoscere. Ogni magia è solo la volontà che è in accordo. Senza armonia in noi, non ci verrà dato nulla e non saremo in accordo con noi stessi. Tutto qui.


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