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Possessione ed esorcismi vari


GioCo
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Potrei chiudere questo post con un singolo breve passaggio: il piacere. Ma lo spirito di questo tempo (e il mio demone) non me lo consentono.

Se c'è una cosa che non leggiamo nella Divina Commedia di Dante è che all'inferno ci vanno solo coloro che amano ma nel modo sbagliato. Non è così, non è affatto così, ci vanno anche (e soprattutto) quelli che rimangono incapaci di amare anche in modo sbagliato, i demoni o guardiani sono infatti "esattamente" loro, quelli incapaci di empatia, non tanto di comunicarla ma proprio di viverla, ma andiamo per gradi che come sempre non è un problema capire, ma accettare.

Quello che chiamiamo "amore" (sbagliato) è banalmente il piacere. Il piacere è "la puttana" di tutte le emozioni. Nel senso che è l'unico "stato timico" corporeo che si accompangna a qualsiasi altra emozione e con la precisa funzione di cooptare la ripetizione. Si assume cioé la ripetizione come esigenza corporea, fisica, come un "bisogno". Quando parliamo quindi di "bisogno" in genere intendiamo quello.

Attenzione!!! Esiste cooptazione alla ripetizione senza il piacere. Si tratta di forme patologiche. Quindi il meccanismo della ripetizione se è inscritto nel piacere è proprio del funzionamento auspicabile dell'apparato nervoso, quantomeno quello umano. Due tipici comportamenti patologici riguardano l'incapacità di provare empatia o una empatia che produce effetti "sbagliati" come nella schizofrenia. Noi qui ragioniamo al netto di patologie e descrivendo un aspetto dell'apparato nervoso così come dovrebbe funzionare "se tutto va bene".

Certo, al solito bisogna poi stare attenti a non sbarellare dalla parte opposta, cioé verso la condanna del piacere (in generale). Il piacere è solo il mezzo tramite cui la biologia ci costringe a rifare una certa esperienza e non c'è limite a quella "costrizione". Andremo a dormire, cacheremo e mangeremo perché fondamentalmente tutto ciò ci procura un certo "piacere" (fisico) e in specie se va come dovrebbe e per nessun altro motivo. Se quel piacere manca in qualche modo, smettiamo di perseguire questi "bisogni" anche se sono fondamentali per la preservazione del corpo e anche se questo innesca poi una qualche patologia.

Al solito è un equilibrio che va ricercato. Domanda: esiste un "amore" senza il piacere? Si, assolutamente si, solo che non ha a che fare con il corpo e non coopta la ripetizione. Banalmente perché non è quello il suo "scopo".

Quando parliamo di piacere, parliamo sempre, sempre, sempre di fascino e possessione. Si tratta della base imprescindibile per esercitare un qualche potere nel Mondo. Il potere quindi, questo sconosciuto, non è niente altro che una qualche forma di possessione.

Preciso che faccio una forzatura e uso un linguaggio che prendo in prestito da ambiti lontani dalla biologia e propri dell'esoterismo o della religione al solo fine di riprendere i principi e calarli nella realtà biologica e nei "meccanismi" nervosi/chimici corporei che nulla hanno a che vedere con le relative forme esoteriche. Quando parlo di "possessione" non intendo minimamente quella demoniaca descritta dalla religione cattolica ad esempio, ma una più prosaica e propria dell'emozione che sperimentiamo di continuo senza che ciò indichi necessariamente nulla di malevolo o sbagliato.

Quando parliamo di possessione quindi dobbiamo sempre distinguere il possessore dal posseduto e chiarire che sono entrambi "ospiti" di un solo luogo che generalmente è il corpo, ma non è detto (se si capisce il principio). Ciò che conta è capire bene che si tratta di una presenza duplice e "costretta" entro una relazione asimmetrica a vivere per ciò dentro compartimenti stagni del pensiero. Non può fuggire senza rescindere quella relazione nel suo significato che è emotivo, più precisamente è un carico emotivo sottostante (poi specifico). Tutto ciò in pratica si traduce sempre, sempre, sempre nella meccanica ripetitività che è propria della essenza di ciò che noi chiamiamo "il Male" (con la maiuscola).

Il Male quindi è piacere, ma un piacere che ci coopta alla ripetizione e che si esprime entro una possessione (emotiva) di qualche tipo, buona o cattiva che sia (con pazienza, un passo alla volta non è tutto qui). Le energie coivolte sono quelle sessuali, quindi pensiamo al sesso, a come siamo spinti a "pensarlo" in modo ossessivo e piacevole, poi liberiamolo dalla sua funzione organica e propria della specie e sovraccarichiamolo di senso, spalmandolo ovunque nel principio. Qualsiasi esperienza può per ciò essere "infettata" dalla possessione e noi ci troviamo in un Mondo in cui praticamente tutta l'esperienza che facciamo dipende da una qualche forma di possessione, tanto nel desiderio dovuto alla mancanza di piacere quanto a quello del consumo. Quando parliamo di "consumo" parliamo sempre di piacere.

Pensiamo allo shopping, alla vacanza, allo sport, alla musica e al tempo libero, ma anche altre attività più "serie" come svolgere il proprio mestiere ed esserne orgogliosi. Sono tutti esempi intrisi da questi meccanismi emotivi smodati, fuori controllo, frutto dell'assenza di qualsivoglia equilibrio, per ciò "liberalizzati". Attenzione, non sto dicendo che ci sia nulla di male "nel fare", ad esempio una vancanza. Ci mancherebbe! Indico solo il principio e la sua applicazione pratica nel "pensare" quel fare.

Per ciò sono "liberalizzati" perché intesi come liberi, non perché sbagliati e con ciò si intende che la loro esagerazione è del tutto lecita. Questa "moralità" è l'Habitus (che descrive bene nel concetto Pierre Bourdieu) del nostro tempo, ciò che poi è riassunto nello stile di vita che è modellabile a piacere (appunto) perché modellato dal piacere. Cioè da un rapporto di possessione che meccanicamente è domesticazione: io possiedo il cavallo, non nel senso che l'ho comperato ma nel senso che fa quello che voglio. Ovviamete devo anche occuparmene e sono costretto a farlo per incensare quel rapporto. Per realizzarlo devo "volergli bene" al cavallo, non ho scelta, cioè pensare al suo "bisogno" che è tale esclusivamente perché costretto entro spazi ristretti, angusti, del mio pensiero. Cioè "può fare" (ripetitivamente) solo quello che noi giudichiamo sia "giusto" se no è selvaggio e non va bene, va ricondotto negli spazi angusti, va capito come "riportarlo a più miti consigli" perché se no potrebbe diventare anche pericoloso per noi averci a che fare e potremmo essere costretti poi a "rinchiuderlo" o persino abbatterlo.

Se vi stanno suonando centomila campaniellini in testa è perché iniziate a vedere il problema in tutta la sua estensione che non è esattamente minuscola ma oceanica. Tipo la conclusione ovvia che finché siamo nel corpo ne subiremo l'imposizione che è potentissima, tanto che non si può vincere e non lo dico per partito preso, ma perché chiunque si occupi della questione "spiritualmente" arriva a queste esatte conclusioni. Chiunque.

Per ciò di solito si parla di trascendere, non di vincere. Ma siccome non abbiamo esperienze che ci possono raccontare la trascendenza (a meno di rarissimi casi che non fanno comunque testo, non influiscono sul risultato finale dell'equazione) perché sono per pochi e del tutto fuori dal nostro controllo, la parola stessa "trascendenza" è riempita col piacere. Cioè diventa totalmente illusoria, senza scampo. Ad esempio, ci convertiamo a una religione esotica di qualche genere che ci promette facendo qualcosa di raggiungere la trascendenza, per esempio Yoga o meditazione tibetana, arriviamo a chiuderci in un monastero e a fare cose "estreme" del genere per ottenere quel risultato... Senza risultato. Non possiamo resistere senza illuderci di avere ottenuto qualcosa! Perché impariamo dal piacere e inseguiamo un ideale di piacere anche nel sacrificio. Ricordate? Il piacere è una puttana che va con tutti e non fa sconti a nessuno. Da qui le religioni. Se provo piacere nel fare Yoga sarò portato a ripetere e ripetere se no Yoga (banalmente) non lo faccio, mi pesa così tanto che alla fine lo abbandonerò giustificando in qualche modo l'abbandono.

Poi si attivano ovviamente tutte le altre "stronzate" a lato, tipo chi è preda di quel piacere che ci farà sentire in colpa perché a noi lo Yoga (fondamentalmente) fa schifo ma non ce la facciamo ad ammetterlo. Possiamo spalmare il principio in tutta la nostra esperienza, tanto vale sempre.

Ma non deragliamo troppo che se no si fa notte e non arriviamo alla conclusione che è l'esorcismo, l'atto che ci può liberare dalla possessione (emotiva)... O, no? No. Di nuovo un altro meccanismo che va capito nel principio.

Il piacere (abusato) è quindi abbiamo detto l'inferno. Non sto scherzando, l'abuso del piacere è esattamente l'inferno, quella porcheria oscena che di fatto è la "libertà" interiore, di essere asini e imbecilli (possiamo aggiungere). Cioè di sfoggiare ignoranza fondamentalmente.

Mia nonna paterna, con quel formidabile intuito che è proprio della saggezza dei vecchi, soleva ripetere "un tempo era troppo d'una parte, adesso è troppo dall'altra". Si riferiva al sesso, ma anche agli usi e i costumi, un tempo troppo morigerati e dopo troppo libertari (o libertini se preferite). Il passaggio è stato fatto in un lampo (è bastata la TV e un anno sabbatico, il 1969) e questo se ci si pensa è assurdo. Secoli, se non millenni di un idea precisa di morigeratezza e di equilibrio sociale, basato su rapporti rigidi tra generazioni (verticalmente) e nella società (orizzontalmente) che definivano etichette o comportamenti eticamente consentiti e condivisi tra i sessi e ruoli che potevano essere "giudicati nella performance" da chiunque tramite codici prestabiliti che si ereditavano da generazioni e per la fondamentale necessità di misurare la distanza sociale (se eri o meno una brava persona) spazzati via in un lampo.

Così, prima in un modo e poi in un altro.

Certo, c'è stata tutta una "preparazione" all'evento, ma è bastata una generazione per effettuare concretamente il passaggio. Come, perché? Quali meccanismi hanno operato sotto?

Solo le emozioni sono in grado di fare un "miracolo" del genere, perché ne hanno il potere e la potenza sufficente e bisogna conoscerle bene se si vuole "addestrare" il comportamento di chicchessia perché sia indotto a cooptare stili di vita diversi dai precedenti secondo un agenda prestabilita. Tipo quanto fatto dal prezzemolino Aldous Huxley, che oltre ad essere un ottimo scrittore molto intelligente era anche un frequentatore assiduo di circoli esoterici, messianici e culturali "libertini". Non un caso!

Ripartiamo dal piacere.

In breve (perché se no si fa notte): il piacere della "prima volta" è sempre il più intenso. Poi ricercheremo quel piacere e lo faremo rivivendo l'esperienza emotiva ad esso associata, ciò che gli da significato, ma qualsiasi tentativo sarà inutile, proveremo sempre un poco meno piacere. Per ciò aumeterà sia l'intensità che la durata dell'esperienza nel tentativo inutile di provare il piacere della prima volta e nasce in questo modo "la passione". Sia quella moralmente accettata che quella rigettata (da noi come dalla società). Cioè sia quella entro stili di vita vigenti (=educazione) sia quella di nuovi stili. Il meccanismo è ferreo, non si sfugge. La passione ci vincola alla ripetizione anche senza più piacere ed è sempre, sempre, sempre un Habitus e da ciò otteniamo la dipendenza, il bisongo di rimanere nel recinto (del pensiero ripetitivo) per stare tranquilli. Possiamo anche rovesciarlo e intendere la sicurezza come il recinto del pensiero meramente cooptato o ripetitivo. Come la preghiera ad esempio. Invito comunque a riflettere sul principio, nient'altro e su come "scurezza" intenda sempre "recinto ideale o confine da difendere".

Occhio che ogni sunto è gravito di malintesi!!! Sto omettendo un sacco di "fronzoli" anche importanti per tenere il punto. Perciò riflettete bene sul principio descritto, cercate di sondarne bene l'entità.

Ora introduciamo un altro principio fondamentale: lo specchio. Ogni "emotus" (stato dell'essere) che raggiunga un picco heriziale (vada fuori scala, cioé sia "esagerato" nell'intensità provata) associato al piacere, si lega tanto all'esperienza emotiva ad esso correlata quanto al suo opposto. Se infatti il fondamento è il corpo, l'ideale proiettato, cioè l'identificazione che poi ci riporta all'esperienza materiale e ci permette di vivere l'esperienza come materiale e di definirla con quel significato, è l'immagine che avremo del corpo. Sempre. Ad esempio la sua "capacità" superiore di comunicare. L'ideale corporeo non è il corpo (di solito) ma la sua estensione proiettata, la sua ombra potremmo dire, anche se è più propriamente il modo in cui immaginiamo debba essere il corpo. Tendenzialmente quindi la nostra immagine allo specchio.

Poi va fatto un altro passaggio: va scambiata l'immagine con la corporeità. Un conto è il corpo fisico in quanto tale e una altro è l'idea che ne abbiamo, ma noi non possiamo vivere il corpo, viviamo solo la sua proiezione. Pensiamo per capirci agli occhi: non possiamo guardare i nostri occhi, possiamo solo vederli allo specchio e pensare che quella cosa lì, quella specifica esperienza che facciamo allo specchio "siano i nostri occhi". L'associazione è automatica e inesorabile, perché non esiste un confronto, non abbiamo "un esperienza dei nostri occhi" altrettanto forte da opporre e quindi associeremo per forza la proiezione alla fisicità. Occorre approfondire per evitare facili confusioni. Se noi non abbiamo esperienza dello specchio, dov'è la proiezione? Non c'è e con una straordinaria iperbole paradossale ciò ci mette in grado di "osservare". Per questo il mito ci dice che il cieco è più saggio, perché dipende per forza meno dalle proiezioni e più dall'esperienza diretta "fisica" (fondamentalmente il tatto o le esperienze di pressione come quella acustica). Non ha "bisogno" di avere un idea di sé proiettata visivamente, vive semplicemente senza.

In conclusione, non abbiamo necessità di proiezioni per vivere nel corpo, ma esse sono necessariamente la prima cosa che ci coopta come esseri umani, basta dire che gran parte del cerebro elabora immagini, per ciò è il primo e più importante "passaggio evolutivo". Veniamo al Mondo e questa sarà la prima forma di possessione che subiremo. La prima intensa emozione che vivremo è quindi la proiezione speculare di noi stessi: il nostro corpo allo specchio. Essendo per ciò la prima e più "antica" esperienza che facciamo nel corpo è anche quella che ci possiede "meglio", con l'intensità maggiore. Banale, o no?

Tramite di essa per sua concessione quindi ne discende il corollario che ogni possesione emotiva che subiremo successivamente sarà proiettata nel suo opposto e quindi "aprirà" alla possesione rovesciata di segno, nella misura esatta in cui avremo cooptato quella proiezione "più antica". Un esempio per tutti: prima eravamo fumatori accaniti poi abbiamo smesso e adesso siamo accaniti "antitabagisti". Non succede a tutti ma si osserva spesso il fenomeno. Prima e dopo governa "il piacere", prima di fumare e poi di perseguire chi fuma.

Durante gli ultimi due anni abbiamo visto questi meccanismi all'opera in un raro passaggio storico in grado di metterli bene in risalto. Così abbiamo osservato come persone convinte sostenitrici dei lockdown fossero le stesse magari "saltate dall'altra parte della barricata" ma dopo un passaggio anche traumatico, per esempio dopo aver subito effetti avversi dati dalle somministrazione di farmaci inadeguati o avere visto gli effetti spiacevoli che tali "cure" hanno avuto su legami affettivi. Se prima perseguivano parenti e amici perché si conformassero a un dogma assurdo, ora gridano con cartelloni e striscioni per riavere i loro diritti calpestati e si dicono "pentiti".

Chiunque ha subito quel passaggio, da un prima a un dopo, come nei movimenti studenteschi del 1969 che liberalizzavano i costumi dell'epoca, ha subito un esorcismo. L'esorcismo è il rovesciamento, l'epifania che ci fa cambiare di segno la possessione. Prima era una possessione "cattiva" e poi è buona. Ma attenzione che "buono" e "cattivo" non hanno il senso che gli diamo. Significa solo piacevole "di segno opposto". Per ciò vale anche il passaggio "morale" contrario, pensiamo ad esempio alla chiesa di satana di Howard Stanton Levey che ha avuto il pregio di creare i recinti rovesciati della dissoluzione ove prima esistevano solo quelli della morigeratezza: dal non devi fare atti sconci se non vuoi sporcarti l'anima nemmeno in privato a ogni atto sconcio è un dovere per l'anima, basta che sia fatto in privato e nel rispetto della volontà del prossimo che come abbiamo visto dipende solo dal tipo di possesione emotiva che ci abita. Il recinto che ci contiene non fa altro che contenere il pensiero lecito ai nostri occhi. A rimanere per ciò è il recinto, poi quel che succede lì dentro è qualsivoglia cosa "ripetibile" all'infinito.

Si può uscire da quest'incubo? Si, no. Nel senso che non ha senso "volerne uscire". Ci siamo dentro e ci rimaniamo finché saremo in vita, staremo su sto cavallo pazzo senza scampo. Ma questo non vuol dire che saremo costretti per forza a subire la volontà selaggia, la sua follia e con essa la forza che è insita nella biologia del corpo. Vuol dire solo che se dipendiamo dalle esagerazioni, comanderà per forza la possessione, il lato Malvagio del comportamento. Quindi l'equilibrio è la risposta e la saggezza è "la salvezza". Non a caso la saggezza è la prima ed unica vittima della possessione che ci costringe ad una vita scioccia e sciatta, greve e sovraccarica di grezzitudine che poi è sempre "piacere" che non va mai condannato, se non nell'eccesso o (al contrario) nel difetto che modella lo stile di vita opposto, la rigidità dei costumi (e dei pensieri).

Raggiunto tale equilibrio andrà poi difeso con le unghie e i denti perché troverà sulla sua strada solo una pletora infinita di belve fameliche, un vero esercito di anime in pena pronte a "sbranare" equilibrio e così "metterlo alla prova". Ciò avrà se vogliamo l'effetto positivo di dimostrare o meno la nostra resistenza nel mantenere quell'autonomia emotiva residua minima che è il nemico giurato del Male: la capacità di gestire e gestirsi senza possedere. Come? Semplice, moderando "il desiderio" (la cooptazione a ripetere) nell'intensità anche allungandone i tempi consapevolmente. L'esercizio e il buon senso farà il resto.

P.S.

Ci tengo come sempre a sottolineare allo sfinimento che non cerco verità, non la voglio e non la spaccio. Queste che lascio sono più da inquadrare come provocazioni, strumenti ultili a riflettere e niente altro. Sono esercizi per cercare la coerenza dove è rimasta orfana e quindi è isolata in sacche relegate all'oblio. Fuori dalla rete più allargata di connessioni, la coerenza è come un fardello, un inutile bagaglio che ci trasciniamo dietro, come spazzatura, come un vecchio ricordo mai del tutto sopito legato a noi affettivamente abbastanza da non riuscire ad abbandonarlo del tutto. Il compito che mi sono dato è di recuperare quelle briciole di senso compiuto dimenticate e ricomporre un mosaico di senso più allargato che le tenga insieme.
 
Tutto qui.
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