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Replicanti e simiglianze varie


GioCo
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La similitudine.

Il mio demone vuole che vi parli di questo argomento particolarmente maligno. Nel senso che appare semplice, aggredibile, eppure basta girare l'angolo e approfondire anche poco per trovare voragini che si aprono all'improvviso sotto i nostri piedi e verso l'ignoto.

Per una tale impresa, cioè per iniziare a trattare un argometo di portata epica come questo che al solito mi tocca affrontare con la mia miserabile persona e la pochezza degli strumenti che ho a disposizione, "Blade Runner", il film di Ridley Scott del 1982 con le oniriche musiche dei Vangelis, tratto dal romanzo del 1968 "Il cacciatore di androidi" (in originale "Do Androids Dream of Electric Sheep?") di Philip K. Dick, penso sia un buon punto di partenza.

Almeno fornisce una immediata idea dell'argomento di riflessione e della sua portata, oggi più che mai attuale.

Le cose da dire sono troppe e tutte spaventosamente essenziali. Per ciò qualsiasi sunto che in questa sede è obbligatorio (non abbiamo a disposizione un enciclopedia, ma nemmeno lo spazio più modesto di un saggio) non potrà che sfruttare passaggi densi di significato ma proprio per questo facili da fraintendere.

Occhio.

Partiamo quindi dalla similitudine che è una figura retorica che confronta due identità e ne sottolinea parti comuni. Ma in questo modo "rimuove" (dall'attenzione) le differenze. Così al solito non è ciò che rimane evidente ad essere interessante, quanto quello che pur presente ed altrettanto evidente "non si vede", perché viene in automatico rimosso dal processo di acquisizione dell'informazione come fosse "un disturbo" rispetto il segnale. Filtriamo, senza averne coscienza.

Ora devo aggiungere qualcosa di leggermente distaccato che non viene quasi mai indicato come fondamentale, ma si deduce la sua fondamentale importanza tra le righe dei saggi che si occupano di comunicazione. Parliamo del "ruolo": cos'è? Quasi sempre viene trattato in modo sbrigativo e generico, ma in sostanza stiamo parlando della maschera (pensiamo a quella teatrale). Si tratta quindi di un "vestito", una "pelle" aggiuntiva, un "rivestimento" o una "rivelazione". A cosa serve?

E' un elemento essenziale per lla comunicazione che permette di stabilire la verticalità nella relazione e (più importante) con ciò "la realizza" nello specifico, la rende possibile. Siccome è un vestito può essere intercambiabile, non è fissato "sull'attore", cioè l'individuo. Per ciò la verticalità (socialmente attesa) non dipende dall'attore ma dal ruolo rivestito, dalla maschera. Per esempio vittima o carnefice. La verticalità della comunicazione, ce lo spiega bene Eric Berne, è data da due categorie di ruoli, due poli di un insieme di stati graduali dell'individuo che sono sottolineati e sostenuti dall'emozione. Quello basso è quello infantile e quello alto è quello dell'adulto. Non sono che riferimenti di posizioni che servono a dire che "l'alto domina sul più basso" sempre. La condizione ideale (emotivamente neutra) è quella di parità, ma è molto rara come esperienza nella nostra quotidianità. Tutti i ruoli si esprimono entro questa dualità e le sue posizioni intermede (come quella adolescente): infante ~ adulto.

Ora eliminiamo. Possiamo essere nel contesto senza ruolo? Si e capita più spesso di quanto non crediamo, diciamo per "convenienza" implicita. Ricordiamoci però che "essere nudi" è sempre qualcosa che dipende dal contesto come la maschera. Faccio un esempio per chiarire: se sul palco dove va in scena uno spettacolo, diciamo di magia ma può essere anche di commedia dell'arte, non importa, sale uno del pubblico, che ruolo ha? Nessuno. Non è contemplato, non ha una "maschera" con cui presentarsi, rimane una "generica persona del pubblico" quindi una "non maschera". Si sente fuori posto e fa percepire al pubblico di essere fuori posto e non sa come comportarsi: è nelle mani di chi una maschera invece ce l'ha.

Ogni contesto ha le sue "non maschere", cioè elementi ridotti a "cose" che non hanno per ciò titolo per dire la propria. Scuole, un generico studente, ospedali, un generico paziente e carceri, un generico detenuto sono tutti buoni esempi. L'assenza di ruolo è per ciò un modo per negare spazio di replica e dovremmo parlare per capirci di "silenziati" anche se tanto per fare confusione di solito indichiamo questi soggetti come "fragili".

Al solito non so se è vero, ricordo ai distratti e a quanti mi leggono per la prima volta che non scrivo seguendo un principio di verità: non la voglio, non la cerco e non la spaccio. Seguo un principio di coerenza che non ci dice nulla circa la verità ma invita sempre a riflettere cercando punti di vista differenti. Però orienta, come la bussola. Non ci dice nulla sulla destinazione che è la verità ma fornisce strumentalmente delle coordinate per stabilire una rotta con cui ognuno può farci quello che vuole.

Bene, riprendiamo. Avendo messo a posto questo aspetto possiamo adesso comprendere meglio le dinamiche osservate nell'effetto lucifero da Philip Zimbardo. Nel contesto da lui osservato, un carcere simulato con attori in partenza tutti uguali che impersonavano dei ruoli, si attivano dimaniche di oppressione crescenti, dove i carcerieri diventano carnefici consapevoli e "adulti" e i carcerati vittime altrettanto consapevoli "fragili" e ogniuno calava se stesso nel ruolo, nella parte, fino in fondo, cioè anche fino alla repressione fisica e psicologica più violenta. Era una recita? Si, nelle intenzioni apertamente dichiarate, ma con la caratteristica di "sfondare" la quarta parete per diventare realtà nella Mente dei partecipanti.

Tanto che non erano più in grado di uscirne senza aiuto esterno.

Ora tutto ciò ha bisogno di un altro elemento che complica il quadro notevolmente. Noi in quest'era non viviamo una realtà separata dalla similitudine, ma una similitudine che è di fatto realtà. Tant'è che si parla nel web di "matrix" e di glich in via abbastanza sciolta, secondo la teoria che postula la nostra realtà come nient'altro che una simulazione virtuale, forse fatta dagli alieni, forse da una civiltà umana scomparsa o chissà quali altri pifferai magici millanta mila anni fa nel non tempo e non luogo propri del mito. Una realtà virtuale certamente incredibilmente complessa ma non perfetta e dagli "errori" che compie può essere "vista" da quanti stanno attenti. A questo punto domina la fede fondata su affermazioni che rimandano a se stesse. Non è la disamina attenta dell'accaduto che tiene conto della complessità, ma un cortocircuito della Mente, un suo limite: cosa credi quando pensi di vedere un glich del Mondo virtuale? Darai (implicitamente) fede alla tecnologia e al Dio relativo (il tecnoragno) che determina per te l'esito del tuo destino. Semplice? Non tanto. 😖 

La similitudine quindi in tanti modi differenti ha tracimato dentro nella realtà e ora dilaga il caos, la confusione della "tempesta imperfetta". Con sempre maggiore difficoltà cerchiamo di tenere separati scampoli di realtà "passata" dalla similitudine invasiva che con l'I.A. (per esempio Alexa) entra nella nostra intimità, per tornare all'epoca dove non era contemplato proprio un posto nel costesto, eravamo solo spettatori, entità esterne che subivano passivamente lo spettacolo fatto da altri.

Niente internet, niente "influencer".

Se da una parte questo rendeva impossibile interagire con gli attori e la recita o "padroni del discorso", diventando parte dello spettacolo, parte del club degli esclusivi, dall'altra però rassicurava, perché il pubblico non aveva responsabilità, rimaneva innocente. Accadeva quello che gli attori e le varie altre figure che ruotavano attorno allo spettacolo avevano progettato di eseguire, tutti gli altri subivano. Con una postilla: gli eclesiastici sedevano sugli scranni degli insegnanti "per tutti", tenendo così ognuno al suo posto. Come nei banchi scolastici odierni, DAD permettendo.

Per ciò al pubblico era demandato un solo compito importante alla fine dello spettacolo: esprimere o meno un gradimento che poi era la misura della distanza che si voleva porre tra la rappresentazione e la realtà, il Re e il suo popolo (realtà d'altronde dall'etimo...).

Tanto più lo spettacolo era gradito, tanto più ciò che veniva rappresentato (a prescindere dalla fantasia di ciò che veniva rappresentato) diventava "realtà". Fiaba inclusa. L'esempio plastico atto a suggerire che il meccanismo agisce benone ancora oggi è lo stesso film "Matrix", tratto da un fumetto e realizzato da una coppia di registi poi diventati trans non a caso, simbolicamente parlando. Perché il trans è un altro tipo di non-maschera "fatta apposta", qualcosa con cui non puoi interloquire. Come dire "vi è piaciuto?", bene, punto e a capo, non c'è da riflettere sul tema.

Invece c'è un OCEANO di cose che dovremmo obbligatoriamente considerare. Lo stiamo facendo? No, ma questo è il problema secondario rispetto l'altro: non ci rendiamo proprio conto di quel che sta accadendo. Balbettiamo cose a caso e annaspiamo sui vetri in via abbastanza ridicola, come insetti in trappola, ma il bandolo della matassa, il cuore della questione che poi rimanda sempre lì al tecnoragno e al suo nido, non è mai limpido. Rimane offuscato dientro rivelazioni continue. Che poi sono i veli con cui il tecnoragno velocemente ricopre la vittima per "rimetterla a posto" nel suo sacco di seta non appena da segni di vitalità.

Allora abbiamo replicanti che sono nient'altro che robot che però sono "più umani dell'umano" e allora avendo perduto completamente il segno e il senno rispetto ciò che è umano, il robot diventa umano e l'umano un robot. Così si accende la passione, la volontà di diventare "più umano", senza ca%%o sapere o aver davvero riflettuto di quali ciance sproloquiamo, ma che fa fico è bello come IronMan proiettato nell'iperboreo Cosmico Multiverso di un fumetto. La Vita ridotta a un fumetto perché "è più umano dell'umano", qualsiasi cosa questa fetenzia voglia dire fuori dagli slogan.

Alla fine che rimane? Che nella rete siamo obbligati ad indossare maschere per interagire e siamo per ciò obbligati a stabilire un ruolo. Se rimaniamo nel non-ruolo saremo semplice carne da macello per qualcun altro, qualche bit nell'Oceano del regno digitale. Questo ovviamente significa ballare alla musica del tecnoragno nella sua discoteca che stabilirà tempi e scenografie, regia e luci. A noi rimane solo la scelta se ballare o meno perché da protagonisti nella sua casa saremo rivelati e "unti dal Dio", tanto quanto basta per rendere impotente ogni offesa capace di svelare ciò che nasconde la sua fede.

Come per ogni buona altra religione d'altronde.

La sua volontà è la nostra dipendenza dalla rete, ca%%ate matrixiane a parte. L'unico vero comandamento, l'unico vero voto, l'unica vera sfida a cui non si dovrebbe corrispondere altro se non l'infinita compassione per le miserie umane. Per quanto invece riguarda le macchine, tali rimangono anche simulando ogni aspetto dell'umano ed è per questo che si prefigurano già chiaramente come vere e proprie prigioni future.

Perché questo sono. Parafrasando Matrix: "prigioni per la nostra Mente".

Questa argomento è stata modificata 2 settimane fa 16 volte da GioCo

Citazione
LuxIgnis
Reputable Member
Registrato: 9 mesi fa
Post: 372
 

Nel romanzo originale di Dick, gli androidi sono sempre cattivi. Anche la protagonista Rachel non è per niente quella che appare nel film.

Dick gli androidi li dipingeva come macchine crudeli prive di sentimento.

Il film li edulcora decisamente, con un lieto fine che non c'è nel libro.


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GioCo
Noble Member
Registrato: 9 mesi fa
Post: 1904
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Pubblicato da: @luxignis

Nel romanzo originale di Dick, gli androidi sono sempre cattivi. Anche la protagonista Rachel non è per niente quella che appare nel film.

Dick gli androidi li dipingeva come macchine crudeli prive di sentimento.

Il film li edulcora decisamente, con un lieto fine che non c'è nel libro.

Già!

 


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