Sorvegliare i pensi...
 
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Sorvegliare i pensieri...


GioCo
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Tempo fa scrivevo: "cos'è il pensiero?"

In effetti è strano che di materie così centrali per la nostra Vita si sappia così poco. Siamo immersi nella "cultura del fare", nel senso che per noi spesso l'atto, l'agire, corrisponde poi alla cosa in sé.

Ad esempio, quando ero alle superiori durante una appassionante lezione di fisica, la nostra professoressa era riuscita dopo parecchi studi e ricerche personali a riproporci l'esatto percorso "mentale" che portava alla formula matematica della gravitazione universale.

Certo, un conto è scrivere una formula e limitarsi a dire "ecco, questa è la formula di Newton" e te la impari a memoria, come di solito accade. Ben altro è arrivare a ricostruire il percorso del pensiero fatto per concepire quella formula e quindi mostrare da dove viene. Tanto di cappello alla mia professoressa, certamente. Ma siccome il mio demone non mi da scampo il ditino l'ho sollevato lo stesso, pur sapendo cosa comportava quello che stavo per fare e quando mi è stata data la possibilità di fare la fatidica domanda ho "mollato la bomba" chiedendo: "...che cos'è la gravità?".

Ora, dovete figurarvi che sta poveraccia aveva compiuto uno sforzo non indifferente (non era certo una cima) per spiegare a una classe media di somari di un IPSIA, riempito da figli di papà dell'alta brianza più interessanti alla gangia che all'istruzione, qualcosa che di certo il programma scolastico non richiedeva e per ciò fatto per puro amore dell'insegnamento e dopo tanta pena la prima domanda "intelligente" che riesce a raccogliere la mette in serio imbarazzo. Lei non aveva alcuna colpa, lo stesso Einstein era perfettamente consapevole del limite enorme che la scienza affrontava: non poter conoscere la natura di ciò che fisicamente viene osservato, ma solo il comportamento. Qundi viene descritto quello e basta. Limite che certo a Newton importava ma che poteva ancora "sopportare", diversamente da Einstein, che infatti formula l'ipotesi del "tessuto spaziotemporale", una sorta di volume entro cui le masse si muovono che possiede caratteristiche proprie della materia, come l'elasticità.

Tuttavia questo era troppo per la mia docente, per il contesto e per l'epoca. Per ciò si è limitata a guardare la lavagna con aria stordita, come per rivolgesi in preghiera silenziosa alla testimonianza della riuscita di tutto il suo sforzo, aggiungendo: "...questa, l'ho appena scritto!". Poi si è anche inca%%azzata quando ho insistito sottolineando che la formula ci diceva solo cosa faceva la gravità, non cos'era.

Eppure tutto ciò era infinitamente più illuminante della conoscienza del fenomeno fisico. Era un tipico fenomeno umano che oltre ogni evidenza ci condiziona tutti, indifferentemente e si impone senza che ce ne accorgiamo governando i nostri "comportamenti". Proprio come la gravità, possiamo descriverli e così facendo illuderci di governarli, quando invece la differenza sta nel riconoscere la natura di quei comportamenti, perché a seconda della medesima, cambiano profondamente i significati dei fenomeni che diventano "coerenti" con l'accadere.

Qualcuno potrebbe dirmi che anche la formula della grativazione universale è coerente e che conoscere la natura fisica del fenomeno non cambierebbe la formula. No, non la cambierebbe, certamente. Tuttavia quella formula descrive un aspetto del fenomeno, non il complesso. Un po' come descrivere i piedi di un corpo e confonderli con il corpo. Einstein fa quello che fanno tutti i ricercatori e allarga l'osservazione per comprendere fenomeni che quella formula non è in grado di descrivere. Pur comprendendo che la stessa rimane un tassello essenziale di cui non si può fare a meno, però per lui può essere al più un punto di partenza, non "la gravità" in quanto tale.

E per noi? Ecco, qui arrivano le note dolenti. Per noi "umani" in generale le cose non stanno proprio così... Come è accaduto in questo episodio, tendiamo a confondere spesso e volentieri la natura dei fenomeni con ciò che accade. Dovremmo accorgerci "dell'errore"? Si, ma a imperdirlo intervengono meccanismi che "usano" la nostra capacità di intendere e di volere "contro di noi". Ci costringono a contorcimenti che somigliano più a quelli osservabili in un nido di serpenti o di vermi. Non violano i principi di causa e di effetto ma tendono ad abusare della verità.

Cioé concepiscono il "verosimile", un ragionamento mediamente accettabile che ci fa riflettere poco e male, cioé "rapidamente". Tutto dipende quindi dalla velocità con cui procede il pensiero. Rallentando un qualsiasi "ragionamento" posso accorgermi se è verosimile e quindi se l'ho "incorporato" nel mio sistema timico come "credenza" e con ciò, con questa operazione, l'ho assunto "inavvertitamente" come "verità".

Il nostro pensiero non è "lento". Tutt'altro. Ma per funzionare il suo rapporto rimane inverso rispetto il tempo e quindi deve procedere per una via inversa rispetto la velocità. Più rallentiamo, più "il pensiero" (per paradosso) ci permette di "riflettere". Al punto che se fermiamo il pensiero, "tutto" diviene più chiaro, tutto appare evidente. Poi di certo rimane la difficoltà di "tradurre" tale chiarezza a livello verbale. Perché si tratta di una chiarezza paraverbale e preverbale che prescinde la parola e "arriva tutta insieme". Tuttavia non è una sensazione e non è "intuizione". Non è in altre parole "illusoria" perché possiamo sempre averne riscontro pratico poi in concreto, nel nostro quotidiano. Semplicemente accediamo a un altro livello di conoscienza, diciamo "un database cosmico" posto a un livello che (in un certo senso) appare illimitato. Facciamo l'etteralmente un "tuffo" nell'oceano della sapienza.

Bene, tutto ciò per arrivare a dire quello che (al solito) il mio demone mi comanda e che è riassunto nel titolo. Per arrivare a capire l'importanza di "sorvegliare i pensieri", non ci basta la "formula" che li descrive. Siamo in un certo senso "obbligati" a includere la loro natura.

Certo, teorica, ma coerente. Nella teoria dovremo cioè tenere conto del "comportamento" del fenomeno e cioè osservare come rallentare il pensiero comporti un automatico quanto deciso miglioramento del funzionamento generale del processo, cioè della qualità del nostro "riflettere". Un ipotesi che possiamo quindi fare è che il pensiero non ci appartiene. Sia più simile a un disturbo, una intromissione indebita, come nelle trasmissioni radio può essere un interferenza.

Se noi non riteniamo che tale interferenza possa esistere mentre agisce, il risultato sarà che essa nell'agire si confonderà con il normale funzionamento del sistema. A questo punto l'interferenza può "suggerire" qualsiasi puttanata, inserendosi nel processo cognitivo come ne facesse naturalmente parte e per fini e scopi che ovviamente non hanno niente a che vedere con l'interesse del soggetto. Parliamo in altri termini di "possesione tecnica".

Immaginate di essere un pilota di aereo e di dover impostare la rotta. Avete tutti gli strumenti a bordo necessari, compresa la cartina e la cognizione di dove vi trovate in quel dato momento. Ma a un certo punto la radio inizia a dare indicazioni a caso mettendovi il dubbio che la lettura degli strumenti non sia corretta. Il risultato è scontato: andate fuori rotta e vi perdete. La confusione, cioè il non sapere più dove vi trovate, sarà una "conquista" inevitabile. Ipotiziamo che qualsiasi "cosa" vi ha dato quelle istruzioni via radio avesse esattamente quelle intenzioni. Cioè di portarvi verso la confusione. Adesso che fate? La logica vorrebbe che si torni indietro. Ma la radio di nuovo interviene e vi dice che non avete carburante sufficiente, che non avete seguito bene le istruzioni fornite per il vostro bene e che fidarsi degli strumenti a bordo quando la vostra prospettiva è così limitata non va bene. Dovete avere fiducia in chi vi può guidare perché vi vede in un contesto molto più ampio e quindi ha possibilità di trarvi di impiccio molto maggiori delle vostre. La Mente.

Ok, suona corretto. Sembra "vero". Ma anche no. In effetti non sappiamo quali siano le intenzioni di chi è intervenuto tramite radio. Il casino però diventa ingestibile se riteniamo tale intromissione "affidabile" e indistinta dalla strumentazione di bordo. Anzi, più efficace perché "più potente".

Anche se non sappiamo se tale potere condivide i nostri interessi, lo diamo per scontato perché non lo separiamo da noi. Ora, risparmiatemi la lezioncina sul fatto che tutto il cosmo è parte di ciò che siamo, qualsiasi tigre affamata è parte del cosmo tanto quanto me, ma questo non la obbliga ad essere necessariamente amichevole nei miei confronti se la incontro, tant'è che è bene non incontrarla affatto. Tuttavia da qui a considerare ogni tigre l'equivalente di una bestia "amichevole" preoccupata di aiutarmi nel bisogno... Ne passa.

Certo, alla tigre farebbe comodo. Lei non è contenta di doversi procurare con fatica il cibo. Come non lo siamo noi, tant'è che il cibo lo abbiamo domesticato "per farsi mangiare". Lo alleviamo e poi ce lo mangiamo.

Inoltre di essere aiutato nel bisogno fa comodo uguale anche alla "preda" e crea legami di interdipendenza anche molto forti "tra specie". Questo lo sappiamo noi quando alleviamo le bestie, tant'è che possiamo scegliere se poi mangiarcele o giocarci e forse lo sa chi ha interesse ad allevare noi tramite il pensiero. Non so se è "vero" e non mi interessa, come sempre mi interesso di coerenza, non di verità. Per ciò invito a riflettere sugli argomenti che propongo, criticandoli e cercando di metterli in dubbio con "intelligenza", non a prenderli per "veri" e crederci, come atto di fede. Invito a "usarli", come fossero attrezzi da lavoro, per osservare cosa ne ricaviamo.

Ora, concludo. Cos'è il pensiero? Rimaniamo sulla domanda e iniziamo ad accettare profondamente che non lo sappiamo e forse non avremo modo di saperlo in questa vita. Tuttavia se fosse frutto di un "disturbo" tenderebbe a portare confusione ed è guardacaso proprio ciò che osserviamo in pratica. Più pensiero = più confusione. Questo non ci dice molto sul rapporto o meno amichevole che il pensiero può instaurare con noi. Non possiamo infatti dire che non ci è mai amichevole. Ma da qui a concludere che sia "nostro" e che produca "il nostro bene", rimane un oceano di possibilità ignorate nel mezzo, tutte più o meno variamente inquietanti.

Il fatto che lo siano (inquietanti) non dovrebbe invitarci a fare finta di nulla ma al contrario ci impone di fare più attenzione.

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sarah
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Non riesco ad inquadrare bene, perdoni se parto da così lontano non volendo affatto banalizzare, cosa intenda esattamente con "pensiero". La cosiddetta "attività cerebrale superiore", cioè non dedita alla mera percezione o al controllo degli organi del corpo oppure solo una parte specifica di essa? Una linea di demarcazione potrebbe essere tra l'attività intellettiva nel suo complesso ( e che comprende quindi la parte percettiva e motoria ) e quella che mi sento di chiamare "verbale", cioè il pensiero che utilizza le parole. Tradizionalmente la psicologia ( Piaget ) riconosce all'aspetto cosiddetto sensomotorio un ruolo fondamentale, specialmente nella prima infanzia, nello sviluppo delle fasi successive più complesse che includono l'acquisizione di procedimenti operativi via via più complessi fino alla piena capacità di astrazione che aprirebbe le porte alle funzioni più elaborate dell'intelletto. Secondo Vygostkij, poi, non ci sarebbe pensiero senza linguaggio, le due manifestazioni sarebbero collegate ed imprescindibili l'una per l'altra. Ecco perché mi sembra coerente immaginare che lei intenda con "pensiero" la parte verbale, il nostro "discorso interiore". Mi potrà correggere se sbaglio. Solo così però sono in grado di seguire la sua riflessione in cui intuisco che lei veda una sorta di "interferenza" del pensiero che io chiamo verbale su quello più ampio che comprende l'aspetto sensoriale. E su questo mi trova d'accordo. Immagino che la sua insegnante di fisica, quando cercò di ricreare il processo di ragionamento che conduce alla legge di Newton, abbia fatto in parte ricorso ai cosiddetti nuclei fondanti dell'argomento, cioè quegli elementi che possono essere condivisi da più persone possibile grazie all'essenzialità dei contenuti. La presentazione dei nuclei fondanti di un argomento riduce al minimo il ricorso al pensiero complesso e, secondo la mia esperienza personale di insegnamento, tende anche a limitare il ricorso al pensiero "verbale" per lasciare spazio a quello più primitivo, se mi consente il termine, quello cioè che coinvolge l'aspetto sensoriale. Se questo però mi permette di comprendere o di far comprendere la manifestazione di un fenomeno ( anche naturale come nel caso che cita lei ), non mi consente invece di cogliere la vera natura o essenza del fenomeno ( Che cos'è la gravità? - non certo una formula scritta con il gesso su una lavagna ). E così si ripropone, ogni volta sotto i nostri occhi, l'evidente differenza interpretativa tra la psicologia che attribuisce alle percezioni l'origine del pensiero e quella che invece lo vede pienamente compiuto solo nel suo legame indissolubile con il linguaggio. Sarebbe abbastanza eretico, per lo meno in una disquisizione formale, sottovalutare il ruolo espressivo ed organizzativo della lingua sull'intelletto umano però io stessa spesso mi pongo questa domanda: veramente la lingua espande il pensiero oppure a volte lo imprigiona e lo ingabbia in categorie prestabilite non sempre utili alla comprensione della realtà? Il nostro "discorso interiore" ci può distrarre da un'esperienza piena di contatto con l'ambiente? Beh, credo di sì, in una certa misura. Ho avuto anch'io questa esperienza: escludendo il pensiero verbale, mi accorgo di raggiungere più facilmente una sorta di equilibrio che, almeno apparentemente, non mi allontana dalla comprensione e non mi fa retrocedere ad uno stato infantile ma, anzi, sembra il mezzo più veloce per riuscire ad apprezzare il bello, rifuggire dall'emotività improduttiva e questo senza ricorrere alla via tortuosa del ragionamento a parole che inevitabilmente passa attraverso categorie prestabilite che cercano solo di riassumere alla meglio concetti e verità che sono condivise dai più ma non necessariamente sono utili a comprendere ciò che in un preciso istante stiamo vivendo. Naturalmente la riflessione si può sviluppare su più piani, questa è una mia lettura. 


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GioCo
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Pubblicato da: @sarah

Non riesco ad inquadrare bene, perdoni se parto da così lontano non volendo affatto banalizzare, cosa intenda esattamente con "pensiero". La cosiddetta "attività cerebrale superiore", [...]

Lettura affatto banale e giustissima critica implicita.

Non ho voluto approfondire sia per amore della sintesi, sia perché gli aspetti "tecnici" (corporei) paradossalmente ripropongono lo stesso problema: ci si concentra sul funzionamento per "non fare attenzione" alla fonte che permette tale funzionamento.

E' meccanico, come vedere la destra o la sinistra: con due paia di occhi frontali non riesco a vedere i due lati dell'orizzonte contemporaneamente. Devo per forza vedere un pezzetto e poi "unirlo" agli altri per avere una panoramica generale.

Questo implica che l'elemento centrale dell'osservazione è sempre l'immaginazione. Però l'immaginazione è un poco più semplice da definire rispetto il pensiero, perché qualche aggancio poi "tecnico" (sempre corporeo) ce lo abbiamo. Sopra la pinneale saprà meglio di me (credo) esistono dei fotoricettori, simili a quelli che abbiamo nell'occhio. La prima domanda che viene spontanea è cosa dimanie ci fanno lì... In una zona del corpo che difficilmente verrà raggiunta da fotoni, dal momento che è una delle più buie. Ma forse è esattamente per quello che si trovano in quel punto, perché è una delle zone più buie.

Se infatti voglio "ricreare" un immagine, come in una camera oscura di un fotografo, non ho bisogno di una interferenza esterna ma di "filtrare" la luce che mi serve in una situazione di generale assenza.

Questo modo di procedere della natura, diciamo "in negativo", è proprio "l'agire" umano e si somma alla necessità di un rapporto tra le parti, un equilibrio che veda sempre contrappesi non equivalenti. Ad esempio nella teoria che divide il cervello in due emisferi la lateralità funzionale non ha una distribuzione omogenea e se tutto va come deve andare un emisfero è bene prevalga sull'altro perché nella elaborazione del pensiero (per esempio per decidere cosa fare in una determinata situazione) questo riduce la possibilità di "blocco" (=non sapere cosa fare). Diciamo che tendenzialmente prendere una decisione anche sbagliata su cosa fare è meglio che rimanere in situazione di stallo. Questo perché procedere anche a casaccio permette poi di correggere il comportamento (oltre che di trovare strategie alternative a cui "non avevamo pensato") e noi tendiamo a funzionare esattamente in questo modo, cioè "procedendo per errori", dal momento che la natura considera l'errore una risorsa e non un problema da eliminare.

Tutto sta a ridurre l'azione "a casaccio" al minimo. Perché l'abuso porta confusione.

Ovviamente questo discorso prescinde poi dalla necessità tipica della natura di "non buttare via niente" e quindi nemmeno lo stallo che infatti può essere utile in tanti frangenti e quindi "provocato apposta". Un esempio classico è l'animale che in situazione di pericolo "si congela" e fa finta di essere morto.

Tutta questa lunga premessa era per dire che quando parliamo di "pensiero" parliamo di una materia che non è affatto banale o scontato inquadrare, nonostante tendiamo a trattarla come se invece ne avessimo compiuta consapevolezza. Ma voglio approfondire perché la citazione sia di Piaget che di Vygostkij in un certo senso mi costringe. Putroppo più si approfondiscono certe tematiche, a prescindere dalla disciplina e qui includo ovviamente anche la matematica in quanto quella più rappresentativa a livello simbolico, più ci si scontra con l'impellente necessità di precisione che viene puntualmente disattesa dalla necessità di comunicare: o comunichi o sei preciso. Un po' come il gatto di schrödinger insomma o il paradosso dell'eletrone che una volta stabilita la posizione non se ne può determinare con precisione il tempo o viceversa, stabilito un tempo non si riesce a capire dove sia e ciò induce il fisico a descrivere l'orbitale di un atomo come una "nube elettronica" come se l'elettrone fosse sovrapponibile allo stesso orbitale.

Ora la questione di lana caprina è se ciò sia una questione fisica o se invece dipenda dal pensiero. Come se "pensare" porti in sé confusione o come se (riproponendo la questione dell'abuso) ne stiamo facendo forse un credo di questo "pensiero", una specie di ente divino indistinto (e quindi mitico oltre che mistico) verso cui concedere potenzialità che non possiede, ma in parte eredita a causa di una inevitabile proiezione. Allora abbiamo un Piaget che giustamente osservando il bambino tende a dare alla dimensione sensomotoria un ruolo centrale, scordando (tra le altre cose) che nel bambino è la gioia che guida non il corpo. Oppure abbiamo un Vygostkij dove, sempre giustamente e sempre dal suo punto di vista, non può esserci un pensiero senza il linguaggio, non vedendo come tutta l'espressione comunicativa che lo circonda ha basi che non corrispondono "esattamente" alle regole di un linguaggio ma a quelle "straordinariamente" più articolate dell'emozione. Il Mondo non funziona in base a linguaggi, come il computer (oltre ogni evidenza evidente) con tutta la sua intelligenza non riesce ad "adattarsi" all'ambiente e alla mutevolezza dei contesti "parlando", rimane rigidino. Quello è un pezzetto del complesso, certamente importante e da studiare come stiamo facendo, ma solo una parte, nemmeno centrale.

Tutto qui.

Nel concludere, lascio una ennesima provocazione: secondo lei "pensiamo" col cervello o con tutto il corpo?

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sarah
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Sembra che la disomogeneità della lateralità funzionale e l'aumento del numero delle fibre non crociate rispetto a quelle crociate seguano il grado di "evoluzione" del cervello: queste caratteristiche sarebbero nette e spiccate nei vertebrati "inferiori" come pesci e anfibi e sempre meno riconoscibili nei mammiferi. Ciò sembra anche collegato ad un aumento dello sviluppo della neocorteccia e dunque suggerirebbe che questa tendenza corrisponda alla capacità di esercitare un'attività cerebrale "più complessa". Non mi addentro ulteriormente nei dettagli propri delle neuroscienze perché corro il rischio di riportare inesattezze fuorvianti. Sembrano però molto chiari i limiti di questa teoria che ha indagato, io direi superficialmente, il fenomeno senza come al solito comprenderne l'essenza. Dando un minimo di credito alle teorie evoluzionistiche, essa ci suggerirebbe che tale riduzione ( di lateralità e di fibre crociate ) rappresenti un qualche vantaggio adattativo e che quindi anche il rischio di "blocco decisionale" non sia poi uno svantaggio in sé ma probabilmente solo un segno di maggiori capacità di elaborazione. 

Mi allontano però dalle "solite" conoscenze teoriche altrimenti non riesco nemmeno a tentare di uscire dall'ingessatura di ragionamento che la nostra riflessione vorrebbe un po' superare. Noi attribuiamo allora forse al pensiero un ruolo che non ha e che non può avere, facendolo assurgere ad una dimensione "mistica"? Se esso finisce per partorire cose come il Principio di Indeterminazione di Heisenberg in cui descrizione del fenomeno e precisione non possono coesistere, cosa è successo? Non è affatto semplice rispondere ma posso procedere da alcuni "punti fermi": a partire dall'Illuminismo tutto ciò che si occupa di descrizione di fatti e fenomeni è andato via via a costituirsi nel famoso "pensiero scientifico", prima del Settecento non esisteva una Scienza o uno scienziato ma piuttosto una Filosofia ( nel senso letterale del termine, amore per la conoscenza ) e dei filosofi. Solo successivamente la scienza diventa disciplina autonoma ed elegge il Metodo Sperimentale come principio guida unico e irrinunciabile. Solo che così il metodo scientifico sperimentale è diventato irrimediabilmente dipendente dalle categorie, esso è un ragionamento categoriale. Noi tutti siamo stati formati secondo un metodo basato sulle categorie e non c'è "divergenza" che tenga, nemmeno nelle istituzioni più prestigiose, se si cerca di sfuggire al loro uso. Troppo complesso dilungarsi sul fondamento epistemologico del ragionamento categoriale e sulla sua validità ma, a mio modestissimo avviso, uno dei limiti è proprio rappresentato dalle categorie stesse che sono rimaste abbastanza immutate dal momento in cui si è concepito il metodo scientifico stesso. Individuare una nuova specie o descrivere su un rivista prestigiosa un tipo di fulmine rilevato in alta atmosfera non significa né modificare, né innovare le categorie poiché esse sono sempre generate da uno schema preesistente. Ecco perché, quando si arriva ad indagare l'infinitamente piccolo ( Heisenberg ) o altri campi complessi si finisce per dover parlare di "indeterminazione" o "singolarità" per dare un nome a ciò che un nome non ha, forzato com'è all'interno delle categorie intoccabili. Nel mio piccolo a volte mi domando se il precedente metodo "filosofico" non sia stato stracciato troppo in fretta, se non ci sia stato anche solo un suo elemento che magari avrebbe fornito strumenti e chiavi di lettura ormai impossibili, se non "eretiche".

Questo vale anche per gli aspetti psicologici di cui abbiamo parlato: io ho citato i pedanti Piaget e Vygostkij per dare un primo inquadramento al problema ma infatti è proprio da queste premesse che, anche nel campo della psicologia, saltano fuori diversi "principi di indeterminazione". Quando lei dice che non è l'aspetto senso-motorio ma molto di più quello emotivo che guida lo sviluppo psichico del soggetto dice una cosa assolutamente vera. L'aspetto senso-motorio non è certo privo di importanza ma quello può bastare anche per programmare una macchina ( come i famosi robot con tanto di AI che ti stupiscono con le loro doti di automi ). E così, non potendo negare l'importanza delle emozioni ma non sapendo bene dove collocarle nelle eleganti teorie, ci si limita ad affermare "l'enorme importanza dell'aspetto emotivo nello sviluppo e nell'apprendimento". Ma così si è detto ben poco. Ma perché, ad esempio, lo sviluppo deve avere per forza delle "fasi" con dei confini ferrei e perché deve essere per forza un "processo" del tutto simile all'algoritmo di una macchina? Questo è utile per la descrizione ma credo che tolga indebitamente una parte rilevante di complessità al fenomeno. Forse noi ( occidentali in primis ) abbiamo inventato un metodo d'uso dell'intelletto che limita il pensiero stesso? Oppure esso è limitato per sua natura? Non conosco se non molto superficialmente le filosofie orientali che forse, a tal proposito, avrebbero da offrire qualche spunto di riflessione. 

Pensiamo con tutto il corpo? Io dico di sì, l'identità fisica e la percezione del corpo stesso si integrano con il pensiero e gli danno forma, carattere. I ricordi stessi sono il risultato di esperienze vissute con il proprio corpo e i propri sensi, io sono abbastanza convinta che tutto il nostro insieme concorra a formare il pensiero. Anche questa conversazione a distanza che stiamo tenendo ne è un po' un esempio: ci limitiamo a leggere messaggi scritti senza poterci vedere in faccia, percepire le nostre espressioni, cogliere il tono della nostra voce, la nostra età, l'eventuale accento regionale ( se lei dice di aver studiato nell'alta Brianza non siamo poi così lontani ) eppure anche tutto quello che abbiamo prodotto qui viene prima essenzialmente dal nostro corpo. Qualcosa di noi traspare dalle nostre parole che non pronunciamo a voce alta ma sono il frutto del nostro pensiero. E non credo sia vero, come alcuni affermano, che la coscienza o il vissuto di una persona sia tutta contenuta nel cervello e potrebbe addirittura essere "trasferita" su un supporto di altra natura purché dotato di sufficiente potenza di calcolo. Chi è credente ma anche chi non lo è può rammentare il punto di vista religioso come esempio che a tal proposito afferma che la vera risurrezione è rappresentata dal ricongiungimento finale dell'anima con il corpo affinché l'essere ritorni ad una sua piena dimensione di compimento. Sono stata lunga ma la conversazione e l'argomento sono piacevoli.

 


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