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Atene, Teheran e le paure dell'Occidente


Tao
 Tao
Illustrious Member
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Talal Salman, veterano del giornalismo arabo, editore e Direttore di uno dei principali quotidiani storici libanesi, As Safir, ci spiega bene il Medio Oriente, ma ha un punto di vista ben informato anche sulla possibile collaborazione tra Grecia e Russia, i cui rispettivi leader Alexis Tsipras e Putin si sono incontrati per trovare un modo di collaborare. Il governo greco ha pronto il piano che include cooperazioni nei settori dell'energia, degli investimenti, del commercio, del turismo e dell'agricoltura. Anche se sappiamo bene, in questi giorni che precedono il referendum greco, dove si sono impantanate per Atene le trattative con l'Unione europea in vista dello sblocco della nuova tranche di aiuti da 7,2 miliardi. Leggendo il caso greco all'interno di un brulicare di nuove collaborazioni multipolari, Salman ci fa sollevare lo sguardo in chiave geopolitica.

Salman ci illustra in particolare gli scenari internazionali che vedono coinvolti i rapporti tra gli Stati Uniti, gli altri paesi occidentali e la Repubblica Islamica dell'Iran. Quest'ultima, nonostante le pesanti sanzioni economiche, sta diventando una superpotenza regionale. Non solo, sembra possibile un avvicinamento politico ed economico alla Russia. Ovunque, da Atene a Teheran, aleggiano i timori occidentali rispetto alle possibili alleanze che fanno perno sul nuovo ruolo di Mosca. Fra tutte le ipotesi, la più temuta è una saldatura Russia-Iran-Cina, che potrebbe rafforzarsi se si risolvessero le altre crisi.

Nel frattempo Israele assiste. Come? Dopo la guerra del 2006 non sembra più la potenza che decide guerra e pace nella regione mediorientale. Il Ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius in conferenza stampa a Gerusalemme, ospite del premier Benjamin Netanyahu si è espresso con queste parole: «se ci saranno accordi con l'Iran, dovranno essere verificati».
Adnan al Haj, uno dei massimi esperti dei rapporti economici tra gli Stati nell'area, ci spiega che l'Iran in un prossimo futuro spera di diventare il secondo produttore di gas al mondo e lavora per aumentare la produzione di gas del 71% entro il 2025. Hamid Reza Araqi, AD della Società nazionale del gas iraniana ha rivelato che si punta ad un miliardo di metri cubi (bcm) al giorno. Il gas iraniano ha un grande peso per l'economia della Turchia, dell'Iraq e l'Afghanistan. Con sistemi distributivi più vasti può crescere il peso anche per l'economia europea e in aree più grandi dell'Asia. Basta guardare la cartina, per vedere che dall'Iran alla Grecia si attraversa appena un paese, la Turchia, e comprendere così che le complicate manovre geopolitiche che oggi si sviluppano ad Atene e a Teheran hanno nessi insospettabilmente ravvicinati, perfino senza scomodare la Storia antica dei Greci e dei Persiani.

Lo chiamano il "gasdotto della pace", ne parlano dal 1989 ed è un progetto temerario che dovrebbe rifornire il Pakistan di gas iraniano, un collegamento di 2.100 chilometri tra Teheran e Karachi, la più importante città industriale pakistana, bagnata dal Mar Arabico. Cooperazione tra i due paesi destinata ad aumentare in futuro, perché il Pakistan è in perenne carenza di energia ed è territorio utile per i transiti.
È in fase di studio un interessante progetto per la costruzione di un oleodotto che colleghi la capitale iraniana con la moderna Islamabad. E la Cina? È interessata al programma, visto che sta puntando a tante nuove Vie della Seta.

Su pressione della Guida Suprema iraniana Ayatollah Seyed Ali Khamenei, lo scorso 21 giugno, il Parlamento iraniano ha approvato un disegno di legge che impedisce l'ispezione dei siti militari da parte di organismi internazionali, in particolare quello di Parchin, a pochi chilometri dalla capitale. Khamenei ha ribadito che la maggioranza delle sanzioni dovranno essere cancellate prima che Teheran smantelli le infrastrutture. Davvero delicato, l'incarico per il Ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, nel negoziare l'intesa sul nucleare. Auspica di trovare un accordo per sviluppare un programma nucleare a scopo civile, in cambio della revoca delle sanzioni che da anni recano danno all'economia iraniana.
Il Presidente Hassan Rouhani - che ha conservato anche nella sua alta carica attuale le caratteristiche di diplomatico sperimentato che conosce bene la politica estera e le doti necessarie a un negoziatore - potrà agevolare, forse, i rapporti con i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Uno dei punti forti della sua politica sembra essere la moderazione. Promette trasparenza e riallaccia i rapporti con gli Stati Uniti di America, particolarmente difficili durante gli anni di Mahmoud Ahmadinejad.

Curiosa, la storia del nucleare iraniano. Il percorso si inaugura nel 1957 con il Presidente USA Dwight Eisenhower che dona un piccolo reattore nucleare allo Scià Reza Pahlavi per sviluppare energia nucleare civile. L'Iran era una potenza mondiale in ascesa, una forza della Regione cui non poteva mancare - come simbolo di potere e progresso - un programma nucleare. Lo Scià prova ad entrare nel gruppo degli Stati moderni con idee di predominio regionale, firmando il Trattato di non proliferazione, e - nel 1974 - gli Accordi di salvaguardia con l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea).
Tutto cambia con la rivoluzione islamica del 1979.
Le preoccupazioni sul programma del nucleare iraniano ruotano intorno alla lavorazione di uno dei minerali con cui si può costruire la bomba: l'uranio. L'arricchimento è un processo che prevede varie fasi e per capire i dettagli dello sviluppo è utile chiarire che "arricchimento" è un termine fuorviante, perché all'uranio non si aggiunge nulla, ma si separano le particelle inutili da quelle preziose. Dalle miniere esce uranio che viene trasformato in un gas, l'esafluoruro di uranio (UF6), il quale contiene due tipi di isotopi U-238 (quello "inutile", e l'U235 (quello "utile").
Per ottenere energia o bombe si deve lavorare sull'U235 che rappresenta solo lo 0,7% del gas, 7 ogni 1000 atomi di uranio. Per fare una bomba serve produrre uranio "arricchito", costruire una testata, disporla su un vettore testato e affidabile, replicare questo processo per tanti missili nucleari, perché è un arsenale, non una sola bomba, a cambiare le equazioni strategiche, senza mai dimenticare, però, gli effetti devastanti di quel 6 agosto 1945 a Hiroshima.
Perché dunque l'Iran vuole il nucleare?

Probabilmente perché ha bisogno di energia: pur essendo produttore ed esportatore di petrolio, non ha capacità di raffinazione sufficienti per soddisfare il suo fabbisogno energetico. Per diversificare la bilancia energetica e per contare sul panorama mediorientale, rivendicando iniziative strategiche regionali e commerciali dalle quali il paese è escluso.

I siti principali del programma nucleare iraniano si trovano a Natanz, principale centro di arricchimento dell'uranio. La tecnologia che usa può arricchire l'uranio ben al di sopra del 20%. Fordow, centro di arricchimento costruito all'interno di una montagna per proteggerlo da eventuali attacchi aerei, è vicino alla città santa sciita di Qom. Poi c'è Bushehr, un sito che risale al 1974: in questa località la Russia ha completato l'impianto nel 2010, il reattore è in funzione. Altri luoghi chiave: Gachin, una miniera di uranio; Isfanhan, che ospita quattro piccoli reattori di fornitura cinese e dove sembra sia stato costruito un impianto di conversione dell'uranio in combustibile. L'AIEA sospetta un duplice utilizzo di questo impianto in quanto sembrerebbe in grado di produrre anche uranio in forma metallica, impiegato nel nocciolo delle bombe nucleari. Infine, Parchin è uno dei principali depositi di armi, mentre Arak, è un reattore ad acqua pesante, usato per controllare le fasi della produzione di plutonio.

L'uranio dovrebbe servire per produrre energia e per soli scopi medici.
Le implicazioni militari dirette sono escluse. Ma
il nucleare gioca comunque un ruolo, in modi insieme diversi e simili a quelli dei tempi di Eisenhower, per disegnare lo status della potenza, in raccordo a tutte le strategie energetiche.

Talal Khrais e Paola Angelini.
Fonte: http://megachip.globalist.it
1.07.2015


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bstrnt
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Forse sarebbe da conoscere che oggi è possibile la costruzione di ordigni nucleari senza massa critica e senza uranio ad elevata concentrazione di U235 (i così detti ordigni nucleari a potenza variabile o forse sarebbe meglio definirla potenza modulabile), di conseguenza l'isterismo per la possibile bomba atomica iraniana sembra essere totalmente strumentale.
Questa tipologia di ordigni è già stata utilizzata a Bassora il giorno prima della fine del "Desert Storm" e a Khiam nel libano il 13° giorno della guerra del 2006, dopo aver democraticamente eliminato gli scomodi osservatori dell'ONU in zona.
Basta uranio debolmente arricchito e caricato con deuterio con un rapporto 1/1.
Con effetto Bridgman si provoca l'avvicinamento dei nuclei di deuterio fino a che l'interazione forte ha la meglio su la repulsione coulombiana, poi l'energia di fusione atomica provoca la fissione degli atomi di uranio; chiaramente quelli utili sono quelli U235.
ingegnerizzando bene il processo, gestendo la percentuale di U235, è possibile far divenire ordigno nucleare anche un semplice proiettile di fucile che potrebbe avere potenze di una ventina di kg di tritolo (cosa sconsigliabile perché, a brevi distanze, le radiazioni colpirebbero anche chi spara).


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