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2001 Odissea nello Spazio - Siamo sempre le scimmie di una volta


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Film unico che nonostante siano passati quasi cinquant'anni resta il science fiction più bello con gli effetti speciali più suggestivi e coinvolgenti.
L'unico film della storia del cinema che mette in scena il momento cruciale per l'umanità, quel preciso istante in cui un uomo si mise a "pensare".

Volevo ricordare un passaggio abbastanza nascosto fra i più significativi che rappresenta icasticamente la nostra profonda impossibilità di evolverci come esseri dotati di raziocinio.
Dove il raziocinio nel film è un'arma a doppio taglio perché l'unica nostra salvezza non sarà nella tecnologia (il computer Hal andrà smontato pezzo per pezzo con un semplice cacciavite per permettere all'astronauta - metafora dell'umanità intera - di completare il suo viaggio) ma nel nostro coraggio di antichi animali.

All'inizio, nella savana africana, nella ferocia senza freni della lotta per la sopravvivenza, due tribú rivali di scimmioni si fronteggiano per il possesso di una pozzanghera rotonda che è l'unica sorgente di acqua, l'unico "punto di bevuta (rotondo)".
Violenza, sopraffazione, brutalità, nient'altro.
Poi in un lampo c'è l'evoluzione e si arriva al culmine della civiltà cioè ai giorni nostri.
Non abbiamo più i peli, ci vestiamo, abbiamo una tecnologia quasi onnipotente e ci comportiamo con moderazione, eleganza, rispettando (apparentemente) il nostro prossimo.
Eppure nella base spaziale ancora una volta si fronteggeranno due tribú rivali di fronte a un punto di bevuta rotondo.
Quando gli americani si mettono a sedere coi russi bevendo insieme appunto a un "tavolo rotondo" ossia, nelle intenzioni del regista: "Siamo ancora quelli di una volta", non riusciamo a concepire la società se non come un luogo dove i conflitti esterni si "formalizzano" intensi come prima, non dove si pacificano.

2001 Odissea nello Spazio rappresenta la decadenza dell'uomo che si affida alla razionalità scientifica e si castra nelle propria principale spinta vitale che è il coraggio di rapportarsi all'ignoto, a ciò che è intrinsecamente "altro", il monolite nero incomprensibile e pauroso (che "fa" paura).
Ciò contro cui non ha più senso pensare di usare la violenza e la sopraffazione, che può essere solo conosciuto toccandolo, vincendo il timore, con curiosità e trepidazione, andando oltre le finalità puramente di sopravvivenza fine a sé stessa.

La tecnologia, secondo Kubrick, è solo il momento in cui la violenza primordiale si evolve perfezionandosi e giustificandosi ideologicamente, costringendoci prima o poi a rinnegare il "coraggio" e il "superare sé stessi" con tutti i nostri egoismi.

Ecco, noi ci troviamo ancora alla fase dei "punti di bevuta rotondi" in cui abbiamo formalizzato e reso quasi "estetica" quella lotta bestiale per la sopravvivenza che ci illudevamo di aver superato con lo strumento fallace della scienza.
I globalisti portano una loro violenza, i nazionalisti la loro, i religiosi anche o si limitano a cercare di mediare fra le animalità opposte e fra poco ci troveremo di fronte al fallimento di tutte queste opzioni, fallimento che ci lascerà soli e abbandonati di fronte alla regressione collettiva.

Come nel finale del film, quando l'astronauta ormai vecchissimo - come siamo vecchissimi noi - dopo milioni di anni si ritrova nuovamente di fronte al monolite e come il suo antenato scimmiesco alza la mano per toccarlo compiendo quel gesto di inaudito coraggio che immediatamente genererà il nuovo fanciullo spaziale; cosí noi ci salveremo, se ci salveremo, solo con un atto di coraggio che riesca a portarci oltre quella concezione preistorica che l'unica cosa che conta è la sopravvivenza a costo di imporre al mondo un sistema di dominio e di sfruttamento.

Ci siamo arrivati nel 2017 a quel preciso momento e fra poco lo vedremo diventare un'incombenza drammatica.
Nel film il regista è tutto sommato ottimista. Nella realtà non è detto che questo atto di coraggio si compia né sappiamo a quali conflitti e di quale entità andremo incontro prima di concepire l'idea di doverlo realizzare.


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