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Gardini: un romanzo che è un inno al latino


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http://www.gdp.ch/cultura/il-latino-un-atto-damore-la-liberta-id154594.html

Cultura
Il latino? Un atto d’amore per la libertà
Nicola Gardini, docente di Letteratura italiana ad Oxford, ha scritto un racconto appassionato in cui a far da protagonista è la bellezza senza tempo della lingua latina.

di Federica Alziati - 28 gennaio 2017

Se è concesso a chi scrive una recensione esordire con una confidenza in prima persona, devo innanzitutto ammettere che nell’agone delle lingue classiche ho sempre prediletto il greco. Forse per il fascino del linguaggio essenziale e immaginifico dei poemi omerici; forse per il tesoro di perfezione lessicale che ha permesso di tradurre in parole le grandi visioni filosofiche, da Talete a Platone e via discorrendo. Forse senza neppure una ragione particolare. Ma il libro che Nicola Gardini ha scritto come atto d’amore nei confronti del latino mi ha coinvolta e commossa profondamente, riuscendo a ravvivare la naturale familiarità con una lingua che ci è (seppur indirettamente) materna, troppo spesso data per scontata e lasciata inaridire nelle periferie della memoria.

Qual è il segreto di questo sorprendente bestseller dell’anno 2016 d.C., il duemilasettecentosessantanovesimo dalla fondazione di Roma? Non è una grammatica, né un compendio di storia della letteratura latina. E non si tratta neppure di un elogio delle virtù dei progenitori o di un lamento («O tempora, o mores!») ispirato dalla decadenza contemporanea. Quello di Gardini è più semplicemente un racconto, appassionato e ben condotto, delle bellezze del latino e di alcune delle storie che popolano la sua vicenda millenaria. Animato dall’idea che il codice di una lingua si comporrà pure di strutture grammaticali e regole sintattiche, ma la sua eredità rimane affidata all’ispirazione dei poeti, al genio dei pensatori, alla grandezza della civiltà che in essa ha trovato espressione.

Ai giovani studenti che si affannano a mandare a memoria le declinazioni e a chi ancora ricorda a distanza di decenni (con affetto, con terrore, magari con rimpianto) l’insegnante del Liceo l’autore rammenta che il latino non è una sequenza di casi o una successione di brani da tradurre, bensì il veicolo di trasmissione di «un’etica del pensiero e del linguaggio». Non so dire se davvero la lingua latina sia «il più vistoso monumento alla civiltà della parola umana e alla fede nelle possibilità del linguaggio». E non credo che quel che conti sia stilare classifiche di merito. Per decidere di lasciarsi guidare da Gardini nel suo viaggio nella latinità (letteraria e non solo) basta un filo di commozione per la fiducia che la nostra umanità ha riposto, allora come oggi, nel dono delle lingue, e un residuo di riconoscenza per il tesoro di saggezza e cultura che ne è derivato.

Una lingua, infinite voci

Dal futuro remoto del nostro terzo millennio nuovo di zecca, ricorriamo sbrigativamente alla definizione di “lingua morta”; all’alba del secondo millennio, gli uomini del medioevo usavano il termine “grammatica”: quand’ancora il latino risuonava (e lo avrebbe fatto per secoli, pur ridimensionato nelle forme e rimodellato nella pronuncia) nelle chiese e nelle Università di tutta Europa, in qualche modo già lo si concepiva come una lingua canonica, fissa nella sua immutabilità, contrapposta alla vivace mutevolezza della giovane nidiata dei linguaggi neolatini. Intonato alle atmosfere un po’ lugubri e polverose delle scuole di retorica, l’annuncio di morte fa tuttavia sorridere non appena ci si metta a riflettere sulla millenaria vicenda evolutiva del latino – uguale a se stesso come può esserlo, ahinoi, il linguaggio dei nostri articoli rispetto a quello dei versi di Dante – e sullo straordinario concento di voci che l’ha animata.

Le lingue «crescono e cambiano e si evolvono a certi livelli di raffinatezza solo grazie all’intelligenza e alle passioni dei singoli», suggerisce Gardini. E davvero l’idea di un latino puro e uniforme si rivela una delle tante astrazioni teoriche che troppo spesso dispensano dal confronto con la realtà: la tradizione vivente della storia, della cultura, della letteratura ci dimostra che non esiste un solo latino e ci invita piuttosto a dialogare con il latino di Cesare, di Cicerone, di Seneca... e perché no, se siamo bravi persino con quello di Tacito.

Lo stesso fa Gardini, inanellando una serie di capitoli che evocano sulla scena – affrancati da criteri cronologici e gerarchie di valore – i protagonisti della latinità e l’esperienza di vita e pensiero di cui si sono fatti portavoce. Bastano pochi tratti e minimi affondi nel tessuto linguistico delle loro opere per far risaltare lo stile inconfondibile di ciascuno. C’è la formularità arcaica e ancora un po’ ingenua del trattato De agri cultura, l’unico testo sopravvissuto del mitico Catone il Censore. O l’immediata modernità dei carmi amorosi di Catullo: «da mi basia mille», che nemmeno toccherà rendere in italiano. A dar corpo all’ideale di classicità linguistica inseguito per secoli interviene quindi la perfetta architettura sintattica di Cicerone: «oratio [...] lumen adhibere rebus debet», «la lingua deve portare luce alle cose», cita e traduce Gardini dal De oratore, per esemplificare un modello imperituro di eleganza retorica che consiste nel «portare a esaurimento tutto il potenziale del tema», nel «distendere il pensiero fino ai limiti concessi dalla ragionevolezza». E dalle raffinatezze ciceroniane si trapassa poi alla «presunta facilità di Cesare», alla minuziosa costruzione del De bello gallico, celebrazione delle accorte strategie di una campagna di conquista e al contempo «avventura di una lingua che ricrea il mondo aritmeticamente e geometricamente, e organizza le frasi secondo rapporti esatti di causa e di effetto».

Il coraggio di Lucrezio si misura invece nel suo corpo a corpo con il lessico, nello scavo all’origine della potenzialità di significato dei dettagli che serve per provare ad avanzare nello sforzo vertiginoso di dare una fisionomia alla natura delle cose, De rerum natura. Mentre la grandezza di Virgilio ci si fa incontro con il fluire dei suoi versi, percorsi da un’energia che ravviva la pregnanza delle parole e la meraviglia che scaturisce dal loro accostamento. L’opera monumentale di Tito Livio, «storico della nostalgia», ripercorreva a ritroso nei suoi centoquarantadue libri originari l’avventura di Roma fino alla fondazione della città, Ab urbe condita, facendosi racconto di racconti, proliferazione di discorsi indiretti. Ma ecco ben presto imporre il suo fascino la concisione estrema, efficacissima e un po’ misteriosa di Tacito, in cui Gardini individua uno dei maggiori motivi di vanto del latino.

Si potrebbe continuare a lungo, invocando insieme all’autore la prosa sapiente e serena di Seneca come la cangiante poetica di Ovidio, il realismo satirico di Giovenale e l’ispirazione senza tempo di Orazio, fino a contemplare l’immaginario rinnovato di Sant’Agostino che segna l’inizio di una nuova era.

Bellezza inutile?

Si potrebbe, ma ci fermiamo qui. Il catalogo degli autori e delle opere lascia spazio nel saggio di Gardini a un congedo che risolve senza ulteriori indugi l’annosa questione della vitalità del latino e dell’utilità della sua conoscenza. O meglio la liquida, denunciando l’assurdità di far valere il criterio dell’utile quando in gioco c’è un’eredità di bellezza e sapienza in cui affonda le radici tanta parte della nostra civiltà. Con parole misurate ma spietatamente chiare sono a buon diritto messe alla berlina la miopia di quanti credono che l’istruzione debba coincidere con la «traduzione immediata del sapere in qualche servizio pratico» e le ridicole buone intenzioni dei pochi che ancora raccomandano ai giovani lo studio del latino per tenere in esercizio la memoria e sviluppare l’intelligenza matematica, come se al Louvre si andasse «per acuire la vista, o alla Scala per tener vivo l’udito». E noi? Da che parte staremo?

Dal lacerto di un affresco di Pompei una giovane dai capelli ricci si sfiora le labbra con uno stilo e, con la forza del suo sguardo assorto nella meditazione, ci invita a riflettere sul potere discriminante del pensiero, sul privilegio che ha contraddistinto l’esistenza degli uomini di ogni tempo e che ci rende in qualche modo contemporanei di ogni epoca. E dagli archivi della Biblioteca Ambrosiana di Milano un manoscritto di valore insestimabile appartenuto a Francesco Petrarca e miniato da Simone Martini ci consegna un commento a Virgilio e un monito ancor più prezioso per la nostra modernità, per la nostra vecchia Europa che si crede nata ieri e si dimentica di se stessa, della propria identità e dei propri debiti con il passato.

Ci lascia intedere delicatamente, tra le righe, quel che nessuno dei grandi della modernità (da Petrarca alle ultime propaggini del Novecento) ha mai perso di vista: che la cultura è educazione al confronto, e dunque al dialogo con le epoche, le civiltà, le storie collettive e individuali, le lingue e le voci che ci hanno preceduto. Che questa capacità dialettica è una palestra irrinunciabile per la nostra libertà personale, perché – Gardini sembra quasi volerlo gridare – ci educa ad interpretare e ci insegna a discernere, tra le infinite proposte che ci raggiungono da ogni parte, quel che è vero e buono in ogni tempo dalle fallaci lusinghe delle mode passeggere. Quel che resiste nel tempo, come il latino. Siamo abbastanza coraggiosi da ammettere di avere ancora bisogno di imparare?


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Il latino è una lingua morta e sepolta a mio avviso.


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Boh...che ha detto?
Che significherebbe il "minuzioso corpo a corpo con il lessico" di Lucrezio?
Aria fritta pura.
Lucrezio non sa scrivere, ripete i vocaboli in continuazione ma ha la caratteristica che si gasa, quando i toni si scaldano improvvisamente va in estasi e ti dà l'impressione di evocare un universo intero in cui dal primo all'ultimo atomo tutto ha una "sua" vita, un "suo" desiderio e tutti insieme si armonizzano senza nemmeno rendersene conto spinti insieme come (parole di Lucrezio) gli armenti che chiamati da Amore attraversano a mandrie i fiumi...o anche quando parla della vera conoscenza che consiste nell'oltrepassare senza paura i minacciosi e "fiammeggianti bastioni del mondo", i "flammantia moenia mundi" oltre i quali la nave dell'intelletto può viaggiare liberamente senza altra meta e senza altro scopo che non sia quello che si prefigge lei stessa.

Catullo poi ha scritto cose che vanno molto al di là del semplice carme d'amore con una aristocratica e ostentatamente irrisoria padronanza della lingua, in una consapevolezza (o pre-consapevolezza vista l'epoca) politica senza precedenti come senza precedenti prima e dopo di lui in epoca classica è la rappresentazione di stati d'animo sovrapposti, momento inconcepibile in qualsiasi altro scrittore dell'antichità come nel celeberrimo "Odi et amo, quare id facias nescio.." ma anche in altri con diversi tipi di complesse "sovrapposizioni" come in "Multas per gentes" o "Etsi me assiduo confectum".
Nel pezzo si cita il "Da mi basia mille" senza accorgersi che la esibita enumerazione di cose immateriali o tipicamente innumerabili è una precipua e ricercata caratteristica del poeta, segno della paradossale progressiva decadenza dell'umanità dall'affettivo e intuitivo alla "organizzazione e violenza" imperiali (vedi "Furi et Aureli comites Catulli" con la lunga introduzione sugli immaginari viaggi nelle più lontane province imperiali e il finale in cui lo stesso poeta si rappresenta come un fiore al limite del campo arato ossia in bilico su quella metafora umana e politica che per lui è il fronteggiarsi di "Roma imperiale" e "lontane province").

Mah...farebbero prima a buttare tutto e lasciare perdere...chi fra questi professorini sfaccendati senza fantasia saprebbe mai veramente parlare del Satyricon...ci sarebbe il rischio che gli studenti si interessino davvero...

Vabbe', vi riporto un passo meno noto dal Satyricon e giudicare voi se si tratta solo di rievocazione di una nostalgica, pallosissima e innocua bellezza da borghesucci un po' seghe.
Uno dei protagonisti, Encolpio, si trova in una città lontana che si finge uno schiavo.
Subito una bellissima patrizia locale se ne invaghisce e gli manda la sua giovane e affascinante schiava Criside a portargli l'ambasciata:

"Criside a Encolpio che si cela sotto il nome di Polieno"

"Siccome lo sai di essere irresistibile, sei pieno di te e i tuoi abbracci li vendi, invece di farne dono. A cosa ti servono tutti quei bei riccioli, quella faccia ritoccata dai cosmetici, quel tuo sguardo birichino, quel tuo sculettare ad arte, con passettini studiati apposta senza che nemmeno un piede inceda fuori posto, se non per pubblicizzare le tue qualità per poi metterle in vendita?

Stammi bene a sentire: io non sono una di quelle che sanno tutto di oroscopi e stanno a sentire gli astrologi...
[cioè quelle fonti che all'epoca volevano dire conoscenza oggettiva...]...
ma mi basta guardare in faccia le persone per capire che tipi sono, e se poi li vedo anche fare due passi sono capace di dirti pure quello che pensano.

Bando alle ciance: sia che tu venda quello che cerco (e il compratore qui già bello e pronto), sia - e sarebbe anche più carino da parte tua - che lo regali, datti da fare perché io ti sia grata.
Se poi vai a raccontare in giro di essere uno schiavo e un morto di fame, guarda che accendi una ch'è già abbastanza in calore.

Perché ci sono delle tipe che si eccitano solo con la feccia: gli basta vedere un servo o uno stalliere con la veste tirata un po' su, e si infiammano subito. Altre, invece, le manda in fregola il circo, o un mulattiere impiastricciato di polvere, o ancora un attorucolo che si sia fatto un nome calcando le scene.

La mia padrona è una di queste: lei salta oltre le quattordici file dei posti riservati nell'orchestra, per andarsi a prendere in mezzo alla gentaglia qualcuno che la faccia andare su di giri."

Ringalluzzito da tutte quelle lusinghe, io le dissi:

"Ma dimmi un po',saresti tu quella che spasima per me?"

Ma la ragazza scoppiò a ridere a quella ingenuità e replicò:

"Vacci piano con le arie.
Finora, a letto conun servo non ci sono mai andata, e prego gli dei di evitarmi rapporti intimi con gente destinata alla croce.
Con tipi come quelli se la vedano un po' le signore per bene, che i segni delle frustate se li baciano pure.
Quanto a me, con tutto che sono solo una serva, se non sono almeno degli equites, non mi ci metto".

Io rimasi a bocca aperta di fronte a una simile differenza di gusti, e non riuscivo a darmi pace che un'ancella avesse la superbia di una signora, e una signora la bassezza di un'ancella..................

PS: se andate a cercare in Tacito c'è un breve passo in cui lo storico descrive Petronio e nonostante la sua scorza notoriamente molto ruvida quasi si commuove (quasi) nel ricordare la sublime eleganza e amabilità di questo patrizio abituato a stare come a casa sua alla corte imperiale allo stesso modo che nelle suburre descritte nel suo romanzo, pigro e indolente ma perfetto proconsole di Bitinia, rilassato e conviviale fin nel suicidio davanti agli amici quando interessato da certi argomenti chiedeva allo schiavo di chiudergli le vene aperte per avere il tempo di replicare.


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Adriano Pilotto
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Il ritorno del romanticismo linguistico non può che avvenire con la maschera del sentimentalismo più degenerato.
Qualcuno ricorda che l'élite romana parlava greco prima ancora che in latino?
Svetonio raccontando che Cesare morì sotto i colpi di ventitré pugnalate, avvolgendosi compostamente la tunica addosso ed "emettendo un solo gemito al primo colpo, senza una parola", aggiunge: "alcuni però hanno raccontato che, a Bruto che gli si avventava contro, egli disse: «καὶ σύ, τέκνον;»" (kai sü, teknon? = "anche tu, figlio!"). Cassio Dione, che scrive in greco, riporta le stesse parole. Da qui poi nasce la traduzione più poetica (ma anche la più conosciuta): Tu quoque, Brute, fili mi! ("Anche tu Bruto, figlio mio!").


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Il ritorno del romanticismo linguistico non può che avvenire con la maschera del sentimentalismo più degenerato.
Qualcuno ricorda che l'élite romana parlava greco prima ancora che in latino?
Svetonio raccontando che Cesare morì sotto i colpi di ventitré pugnalate, avvolgendosi compostamente la tunica addosso ed "emettendo un solo gemito al primo colpo, senza una parola", aggiunge: "alcuni però hanno raccontato che, a Bruto che gli si avventava contro, egli disse: «καὶ σύ, τέκνον;»" (kai sü, teknon? = "anche tu, figlio!"). Cassio Dione, che scrive in greco, riporta le stesse parole. Da qui poi nasce la traduzione più poetica (ma anche la più conosciuta): Tu quoque, Brute, fili mi! ("Anche tu Bruto, figlio mio!").

Anche in Petronio

Trimalchio: "Nam Sibyllam quidem Cumis ego ipse oculis meis vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent: Σίβυλλα τί θέλεις; respondebat illa: ἀποθανεῖν θέλω."

Ripreso da Eliot in "The waste land".


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cedric
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Effettivamente la bionda dottoranda Federica Alziati (che vive a Lugano ma che ha studiato sempre in Italia) si è fatta prendere un pò troppo la mano, forse l'editor del libro la paga a parola.

Non entro nel merito dello stile dei vari scrittori, quello lo lascio a chi è bravo, mi limito a qualche considerazione tecnica (e quelli bravi perdonino le mie inesattezze). Il latino è una gran bella lingua, pressochè perfetta nella costruzione delle frasi (soggetto, predicato, e complementi vari) e delle relazioni fra le frasi. I tre periodici ipotetici e la consecutio temporum sono un capolavoro di ingegneria: è del tutto impossibile che ci fossero incomprensioni fra chi si parlava e si scriveva correttamente in latino. Una disputa fra chi padroneggiava il latino e chi lo parlava soltanto era come un duello fra un uomo col fucile ed uno con la pistola. E' una lingua pressochè perfetta per scrivere leggi, stendere relazioni e mettere a tacere gli ignoranti. Non è un caso che il latino fu la lingua usata dagli scienziati e degli studiosi fino al 1700. Newton, Galileo e Gauss (ma anche molti altri) scrivevano in latino i propri trattati matematici perchè era una lingua intrinsecamente precisa. http://www.lnf.infn.it/~gianotti/LatinoInScienza.pdf

A che serve oggi il latino? Serve a saper essere lineari, precisi e coerenti quando si parla e si scrive, soprattutto in ambito tecnico (legale, scientifico, medico, ecc). Un tizio diceva che l'operaio conosce cento parole ed il padrone ne conosce mille, io aggiungo che chi ha l'imprinting del latino (anche se ormai non lo sa più tradurre), sarà sempre uno o due passi avanti agli altri. E non per banale cultura ma per metodo nell'affrontare le cose.


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vic
 vic
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La lingua influisce sul pensiero, e' indubbio.
Piu' difficile dire quanto lo faccia una lingua studiata a scuola, e pure non abbastanza, perche' per leggere certi autori latini e capirne le finezze, la scuola non basta.

Trovo un po' peccato che a scuola non si leggano gli scritti latini di Galileo, Newton e tanti altri. Eppure e' un latino piuttosto facile, quello.

Ad essere sincero, nel mondo d'oggi il latino farebbe fatica comunque, credo.
Non e' lingua da epoca elettronica. Ogni epoca ha la sua lingua, scritta e parlata.

La quale evidentemente riflette anche il modo di pensare in generale di una civilta'. Il latino sopravvive sempre nelle lingue nostre neolatine, e a modo suo nei dialetti, le lingue del volgo.
Il fatto che ci siano differenze di vedute fra nazioni diverse sulla stessa questione, e' probabilmente dovuta anche alla lingua. Non alla lingua in se', ma al modo di ragionare che la lingua induce. Per esempio come mai e' proprio l'Ungheria a prendere posizioni nette contro certe decisioni UE? Non e' douto cio' forse anche dal fatto che il magiaro sia lingua molto diversa da quella degli altri "europei" e percio' ragionano secondo altri schemi mentali?

Non per niente ogni professione ha la sua lingua, un suo gergo.
Perfino gli spazzacamini avevano un loro gergo, incomprensibile agli altri.
La musica e' un esempio chiarissimo. Ma pure la matematica, che guarda un po', fa sempre un grande uso dell'alfabeto greco.
Che la lingua influenzi il modo di pensare, o perlomeno di definire un problema, e poi di affrontarlo, lo si nota in modo evidente nel campo dei computer. Certti problemi si lasciano descriver e risolvere benissimo in un linguaggio, ma diventano maledettamente complicati se si fa uso d'un altro linguaggio, che in teoria sarebbe equivalente in linea di principio al primo.

Cio' vale anche se si contrappone la lingua scritta/parlata al disegno e all'immagine. Un'immagine vale mille parole, si dice spesso. Pero' nel mondo d'oggi un'immagine di solito non vale un tubo. Vale per il suo potere d'attrarre l'attenzione, non per quel che esprime in se'. Nel mondo del marketing l'immagine e' pressoche' regolarmente fasulla. Che c'entra il mulino bianco con la modalita' di produzione dei biscotti? Pressoche' niente. Stessa cosa vale per quasi tutto il cibo industriale.

Tornando al latino, e' curioso il fatto che l'unica radio in Europa che trasmettesse in latino, fino a qualche anno fa, stava in Finlandia. Il finlandese manco e' una lingua indoeuropea. Percio' dovevano trovarci un quid d'interessante nel latino, i finlandesi. Mentre noi ce ne sbarazzavamo, loro lo trasmettevano per radio!

Forse la cosa viene dall'era della guerra fredda. Diverse volte ho sentito dire che un modo per intendersi coi russi era di parlare latino. Decenni fa.


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Non è tanto importante la lingua latina quanto la letteratura.
È un modo di pensare diverso sia in termini strettamente liguistici che poetici e sociali.
Ai ragazzi non interessa perché non sanno spiegargliela ma non potrebbero nemmeno perché occorre una certa spregiudicatezza che non si osa mettere di fronte ai giovanissimi.
Oltretutto ci sono cosí tanti riferimenti a una sessualità fuori dalle norme accettate comunemente che si capisce l'imbarazzo dei professori a rivelare che le uniche vere poesie di amore Catullo le ha scritte per uomini, cosí come per gli amori di Tibullo, che Petronio racconta per ridere di cose decisamente turpi come quando con i suoi compari si diverte a far fare sesso al suo ragazzino di sedici anni con una bambina di sette (per non parlare del racconto del fanciullo di Pergamo).
Obiettivamente non si può a scuola però stupisce che nemmeno i commentatori nei libri non solo scolastici riescano ad andare oltre una fruizione vuotamente estetizzante.
Giusto nei saggi universitari delle riviste specializzate a volte si trova qualcosa.


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