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Euro e banche nella crisi - Fine delle politiche espansive


radisol
Illustrious Member
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Euro e banche annaspano nella crisi
Fine delle politiche fiscali espansive di molti Paesi

26 mag 2010

In questi giorni stiamo assistendo ad una nuova metamorfosi della crisi finanziaria, iniziata nell’estate del 2007 con lo scoppio della bolla del mercato immobiliare americano. In estrema sintesi si può dire che la crisi della Grecia e le difficoltà dell’euro segnano la fine delle politiche fiscali espansive varate da molti Paesi per evitare che il dissesto del sistema bancario internazionale sfociasse in una depressione economica. La svolta delle politiche governative non riguarda unicamente l’Europa, ma anche alcuni Paesi emergenti, come la Cina, che stanno attuando politiche restrittive per evitare il rialzo dell’inflazione e il formarsi di una bolla nel mercato immobiliare. Pure la politica monetaria fortemente espansiva delle banche centrali mostra la corda. I motivi sono semplici. Innanzitutto non vi è più l’effetto espansivo dato dalla riduzione del costo del denaro (i tassi sono di poco superiori allo zero e non possono essere ulteriormente ridotti). In secondo luogo, il continuare a stampare moneta (come hanno ampiamente fatto Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone) rischia di deprimere il tasso di cambio e di diventare estremamente pericoloso per i Paesi che non hanno un risparmio interno sufficiente e hanno perciò bisogno dei capitali stranieri. Dunque in pochi giorni, grazie anche alla crisi della Grecia e alle grandi difficoltà dell’euro, è diventato palese che non è più sostenibile la politica del denaro facile gettato a destra e a manca per coprire i buchi delle banche e per aiutare l’economia reale.
E dato che, come abbiamo sempre sostenuto, i deboli segnali di risveglio delle economie occidentali erano unicamente dovuti agli stimoli monetari e fiscali varati da governi e banche centrali, ora si scopre che senza queste grandi dosi di droga l’economia europea e anche quella americana sono destinate a ripiombare in recessione. E’ quanto segnalano chiaramente i forti ribassi delle borse, che non sembrano essere il preludio di una normale correzione dei mercati azionari, ma l’inizio di un nuovo bear market, ossia di una prolungata fase ribassista.
La prossima recessione è destinata ad acuire la crisi dell’euro e del sistema bancario europeo, che sono due facce della stessa medaglia. Infatti le misure di austerità deprimeranno ulteriormente l’economia e faranno diminuire il gettito fiscale spingendo alcuni Paesi europei in una trappola da cui non è possibile uscire, se non ristrutturando il proprio debito (ossia attraverso la cancellazione di una quota parte di tale debito). Ma questa strada, come ha dimostrato il caso della Grecia, non è percorribile, poiché comporterebbe il collasso del sistema bancario europeo. Gli istituti di credito europei non sono infatti solo alle prese con un aumento delle sofferenze (ossia dei crediti inesigibili), non continuano solo a nascondere nelle pieghe dei loro bilanci una grande quantità di titoli tossici, ma detengono centinaia di miliardi di euro di obbligazioni statali. La cancellazione di una parte di questi debiti provocherebbe pertanto il fallimento immediato di molte banche, la cui situazione è comunque a tal punto critica che diversi istituti non riescono a sopportare le rettifiche di valore dovute al calo del corso delle obbligazioni statali greche e di altri Paesi europei in difficoltà. Per evitare il pericolo di un immediato ritorno nelle cifre rosse, si è già varata un’altra operazione di cosmesi contabile: le banche possono continuare a contabilizzare al prezzo di acquisto non solo i titoli tossici, ma ora anche le obbligazioni statali. In parole povere, i conti delle banche sono sempre meno credibili.
Che la crisi dell’euro e quella delle banche siano un tutt’uno lo conferma l’ultimo motivo del calo della moneta unica europea e dei ribassi delle borse: il salvataggio la scorsa fine settimana da parte della Banca centrale spagnola della CajaSur, una piccola cassa di risparmio che faceva capo alla Chiesa cattolica, fallita poiché fortemente esposta nei confronti di un mercato immobiliare in piena crisi. Questo caso, seppur di scarsa rilevanza considerate le cifre in gioco, ha rinnovato il timore che gli interventi che il Governo di Madrid dovrà attuare per salvare il sistema bancario facciano esplodere il debito pubblico del Paese iberico (pari al 53,2% nel 2009 e che attualmente si aggira attorno al 70% del PIL).
Insomma i tentativi di governi e banche centrali di cercare di non far crollare la montagna di debiti privati e pubblici che grava sulle economie occidentali (e il cui effetto distruttivo è stato moltiplicato dalla diffusione degli strumenti della nuova ingegneria finanziaria) appaiono sempre più disperati a causa dell’incombente frenata dell’economia mondiale. E’ quanto indicano anche i mercati finanziari, che anzi, attraverso i ribassi delle materie prime, segnalano pure che la ricaduta dell’economia occidentale in recessione e il rallentamento della crescita dei Paesi emergenti potrebbero sfociare in una pericolosa deflazione.

ALFONSO TUOR

www.cdt.ch


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