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Giulietto Chiesa -Come difendersi dal declino che ci aspetta


Tao
 Tao
Illustrious Member
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A sinistra l’ideologia della crescita, con tutti i suoi corollari, è entrata come il burro, trasmigrando dalla crescita socialista dei piani quinquennali alla crescita infinita del capitalismo totale. Non vedono la necessità di fare i conti con i “limiti allo sviluppo”. Cambiare i consumi, senza ridurli, diventerà presto praticamente impossibile. O si dimostra che questa affermazione è errata, oppure si deve affrontare la questione della decrescita. Non è soltanto una economia in crescita geometrica ad essere insostenibile, comunque la si voglia presentare. Anche un’economia stazionaria, a crescita zero, è comunque insostenibile alla lunga. Anch’essa porta, sebbene più lentamente, al confine con i limiti. Puntare a un’economia stazionaria equivale a condannare a morte il capitalismo come lo conosciamo oggi. Infatti non c’è capitalismo che non cresce e un capitalismo a crescita zero è una contraddizione in termini. Eppure nemmeno essa sarà sufficiente a evitare una catastrofe strategica.

Credo che il compito principale che abbiamo oggi – compito pratico, compito politico – è individuare tutte le soluzioni che ci permettono di ( http://www.libreidee.org/2012/10/giulietto-chiesa-come-difendersi-dal-declino-che-ci-aspetta/giulietto-chiesa-70/ ) “rallentare il disastro in corso”, cioè di guadagnare tempo per impostare e avviare la transizione. Una volta definiti i limiti, dobbiamo sapere che, stanti le cose come sono, il pianeta è destinato a registrare una progressiva riduzione del Pil mondiale. Che infatti è in decrescita da più di trent’anni. Stanti così le cose questa riduzione si trasforma in una gigantesca riduzione  dell’occupazione. Oggi primariamente nei paesi sviluppati, domani dappertutto, inclusa Cina, India, paesi del Bric, etc. L’inizio della primavera araba è, a mio avviso, un segnale delle forme e delle dimensioni che questo problema è destinato ad avviare su scala planetaria. L’Italia ne è parte. E’ una questione politica , senza risolvere la quale saremo tutti travolti dalla furia di popolazioni che non hanno di che vivere. Non c’è esito democratico e civile possibile se non si risolve questo problema.

A me appare ovvio che si dovrà passare attraverso tappe intermedie, poiché è letteralmente inimmaginabile una trasformazione di breve periodo. Anche perché ciò che noi vediamo è tale da richiedere comunque un radicale rivolgimento della scala dei valori umani in cui le popolazioni vivono e che conoscono come l’unico possibile. E questo rivolgimento può avvenire in due mondi principali: pacifico, se riusciremo a farlo avvenire come un “ripensamento consapevole, partecipato, democratico“. Oppure violento, traumatico, obbligato, cioè in forme politicamente autoritarie. Nel primo caso, che è il migliore, avverrà comunque “con il passo dell’uomo”, poiché l’uomo, come parte della Natura, è organizzazione conservatrice e dunque non tollera violenza sui suoi ritmi, a cominciare dalle sue abitudini, consuetudini, cultura. Non c’è altra scelta, dunque, che evitare passaggi traumatici troppo repentini e dolorosi per grandi masse di individui. Dunque l’unico modo sarà quello di avviare una enorme riconversione ( http://www.libreidee.org/2012/10/giulietto-chiesa-come-difendersi-dal-declino-che-ci-aspetta/disoccupazione/ ) industriale e di una altrettanto grande riconversione dell’organizzazione sociale.

Ciò richiederà una riconsiderazione del ruolo dello Stato. Direi che occorre pensare a uno “Stato della transizione”. Il cui compito sarà quello di “creare gradualmente le condizioni per la decrescita meno dolorosa possibile”. Il che, a sua volta, potrà (io credo dovrà) prevedere una crescita temporanea, selezionata, programmata dei settori da dove partirà la riconversione, che si accompagnerà ad una decrescita dei settori che dovranno progressivamente essere abbandonati. Ciò, a sua volta, richiederà una radicale modificazione dei meccanismi finanziari, essendo gli attuali assolutamente antagonistici a qualsivoglia idea di transizione alla decrescita. Qui l’innovazione dal basso, attraverso una finanza <http> locale, nazionale, dovrà combinarsi con la modificazione della finanza internazionale.

Chiunque capisce – anche da queste sommarie notazioni – che decrescita, transizione, occupazione ben difficilmente potranno essere risolte “in un paese solo”. Occorreranno strategie di solidarietà regionale, alleanze, misure concordate che non hanno nulla a che fare con l’attuale globalizzazione. L’intera architettura mondiale dovrà essere modificata. Io credo che il problema del lavoro assumerà in questo quadro la valenza in assoluto più grande. Il tema centrale è, già oggi, come creare nuova occupazione qui, in Italia. Mi trovo d’accordo con chi pensa che queste modificazioni richiederanno un forte e decisivo ruolo dello Stato. Senza politica <http> , senza rappresentanza, non se ne potrà uscire. Un programma di governo, ancora da formulare in tutti i suoi passaggi, dovrà individuare tutti i settori dove questa occupazione sarà creabile, a cominciare dall’agricoltura, da tutte le varianti di risparmio energetico, dal riciclo e recupero dei materiali e delle materie prime, dalla creazione di energia <http> da ( http://www.libreidee.org/2012/10/giulietto-chiesa-come-difendersi-dal-declino-che-ci-aspetta/no-tav-29/ ) fonti rinnovabili. Tutto ciò non sarà possibile senza una coerente strategia di investimenti indirizzati là dove è necessario.

Ma proprio la complessità dei compiti richiede una nuova partecipazione. Questo Stato attuale non è lo Stato della transizione: è il suo contrario. Dunque si tratterà di agire per “difendere i territori” e per moltiplicare i centri di partecipazione e di controllo. Anche da qui potranno sorgere miriadi di nuovi posti di lavoro, costruiti e finanziati dalla partecipazione popolare: nella lunghissima serie di servizi integrativi di tipo mutualistico, di solidarietà, di consumo responsabile, di km zero, di monete locali alternative, dovunque le comunità si organizzino per fare fronte alla carenza di welfare <http> pubblico che in molte situazioni esploderà, nella transizione, per mancanza di mezzi. Io credo che il problema del lavoro e dell’occupazione debba essere collocato in un contesto del genere. Che è anche quello dove si ricupera tutta la grande questione del governo dei beni comuni e di quelli pubblici. Un governo che dev’essere dal basso.

Il criterio unificante dovrebbe essere uno: ogni nuovo posto di lavoro sarà una conquista collettiva e una vittoria collettiva. La decrescita reale in atto, determinata dall’inceppamento e dall’impazzimento dell’attuale sistema, fornirà un impulso possente per questi mutamenti. Con una postilla: il fattore tempo. Si tratterà di vedere se prendono il sopravvento i processi virtuosi o quelli viziosi. Nel primo caso avremo la pace; nel secondo caso avremo una serie di guerre catastrofiche. Saremo di fronte a processi immani, ciascuno dei quali sarà conseguenza delle storie e tradizioni di popoli diversi da noi, verso i quali dovremo mostrare rispetto e comprensione. A noi spetterà imparare la lezione più difficile, che è quella, appunto di saper “camminare con il passo dell’uomo”.

(Giulietto Chiesa, estratti dall’intervento “Saper camminare con il passo dell’uomo”, pubblicato da “Megachip http://www.megachip.info/rubriche/34-giulietto-chiesa-cronache-marxziane/9041-saper-camminare-con-il-passo-delluomo.html ” il 6 ottobre 2012).

Fonte: www.libreidee.org
Link: http://www.libreidee.org/2012/10/giulietto-chiesa-come-difendersi-dal-declino-che-ci-aspetta/
8.10.2012


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