Immensamente Gerard
 
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Immensamente Gerard


Tao
 Tao
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Depardieu se ne frega di essere Depardieu e divora la vita con una grandeur sempre vicina alla tragedia. E’ eccessivo, straripante, terribilmente francese

Gérard Depardieu ha trascinato Vladimir Putin nella storia dell’arte, abbracciandolo, sfregando il suo corpaccione strabordante contro quello oliato e teso del presidente russo, l’antitesi muscolosa della nouvelle vague. Sembravano Obelix e Asterix che si incontrano, sembrava ci fosse una sceneggiatura e un motore, azione, gridato da qualcuno là dietro. Succede, da sessant’anni, a ogni gesto di Gérard Depardieu, questa impossibilità di vivere un giorno qualunque che si estende a chi gli sta accanto, con effetti nobilitanti, comici, romantici, grotteschi, scandalosi e tragici. Non ci sono possibilità di giudicarlo: taccagno, mascalzone, affarista, avventuriero, alcolizzato, sbruffone, mistico, seduttore, bugiardo, teppista. Il solo metro è la dismisura, l’unica categoria è l’enormità. Di un uomo capace di bere sei bottiglie di vino al giorno, cominciare le riprese di un film pesando novanta chili e finirle a centoventi, appiccicando i foglietti con le sue battute addosso a Catherine Deneuve, mentre recita con lei. Addormentarsi ubriaco in moto e finire contro un guard rail con costole, ginocchio e gambe rotte, un polmone perforato, e dopo tre settimane essere sul set, fresco come una rosa e tre mesi di prigione con la condizionale. Girare “Novecento” di Bernardo Bertolucci e fuggire dal set per andare a mangiare con dei contadini di Parma, dopo aver contrattato da solo sul cachet (“Voglio la stessa cifra dell’americano” disse, ancora giovinastro e non ancora del tutto Depardieu, era il 1976, e l’americano era Robert De Niro). Svegliarsi un pomeriggio e andare a Cuba a cercare petrolio, trattando direttamente con Fidel Castro. Considerare il Maggio francese, 1968, una “rivoluzione piccolo borghese”: “Mentre questi ragazzi istruiti e figli di borghesi si misuravano con la polizia io rubavo orologi nel quartiere dell’Odéon”. Girare cinque o sei o anche otto film all’anno, come un forsennato, centottanta in tutto. “E allora? Dov’è il problema? Serve energia, tutto qua. I film bisogna recitarli, ma anche montarli, produrli, mettere le persone in contatto fra loro, bisogna trafficare, trovare i soldi, è roba da delinquenti. E’ questo che mi piace!”, disse Depardieu in un’intervista durata tre mesi con un giornalista francese, Laurent Neumann, che l’ha guardato accendersi una Gitane dietro l’altra, sei all’ora, e durante le riprese di un film bere solo acqua, e poi tracannare litri di vino rosso, comprare gioielli come panini per le amiche, andare in clinica a trovare il figlio Guillaume (in seguito all’incidente in moto, per il quale gli amputarono una gamba dopo diciotto operazioni andate male) e tornare a casa devastato. Dalla preoccupazione, dagli insulti del figlio, dai sensi di colpa per tutti gli errori compiuti. “Mi lascio sfuggire chi amo” è la condanna di Gérard, che se ne frega di essere Depardieu, come ha detto qualcuno, e che adesso si lascia sfuggire la Francia e grida, con la bocca piena di caviale e consapevole della recita, il suo amore per la Russia, la sua natura, i suoi scrittori, la sua storia.

“Amo molto il modo di essere russo, la violenza dei sentimenti, la dismisura delle emozioni”. Ha detto perfino: “Mio padre era un comunista, ai suoi tempi, e ascoltava Radio Mosca. Anche questo fa parte della mia cultura”. Il padre vendeva L’Humanité strillando nelle strade del suo paese, ma non lo sapeva leggere. In onore della memoria del padre Depardieu ha finanziato a lungo il Partito comunista francese, per una specie di riflesso della dismisura che gli ha sempre fatto credere di potere risolvere i conflitti amorosi facendo regali, comprando ristoranti se aveva voglia di pesce, infilando soldi nelle tasche, aiutando materialmente gli amici e gli sconosciuti a realizzare i loro sogni e i loro capricci, facendo recitare suo figlio con lui, cercando di riempire i buchi che il peso della sua enormità ha creato dappertutto. Fu quando era ancora molto piccolo, poverissimo e figlio di genitori analfabeti che a Natale potevano regalargli al massimo un’arancia: lui cominciò a darsi da fare per cercare di riempire i buchi, ma per tutti quelli che chiudeva se ne aprivano altri, più grossi. Erano i desideri, era ed è la voglia di mangiarsi il mondo. A sette anni ha fatto nascere, in casa, sua sorella Catherine, perché il padre era troppo ubriaco per essere d’aiuto. Verso i dodici anni si è messo a fare affari con i soldati americani della base militare del suo paese, con cui usciva anche la notte: pesava già settanta chili, comprava whisky, sigarette, jeans e t-shirt, le rivendeva all’hotel le Faisan al doppio e al triplo del prezzo. Alla base americana rubava anche taniche di benzina, guadagnava in una settimana quello che suo padre, il Dedè, portava a casa (e beveva) in un mese. Infilava banconote di nascosto nel barattolo dei soldi della madre. Faceva il pugile, dormiva da due prostitute molto più grandi di lui che gli fecero dei tatuaggi sulle braccia, e lui le aiutava, se qualche cliente era troppo invadente Depardieu arrivava e tirava pugni, capelli color stoppa e mani smisurate. Loro chiamavano: “Gérard”, anzi “Pétard”. Pétard è il suo soprannome da quando ha tre anni: “Ho sempre scorreggiato tantissimo”.
L’eccesso è tutto, in lui. E non è la vita che imita l’arte, o viceversa, nel suo caso di francese per niente parigino, non è l’eterno dilemma degli intellettuali e degli artisti, o l’affettazione di chi cerca tutto il tempo di costruirsi un’immagine e di perfezionarla. L’essere di Depardieu ha ingrossato il suo ventre e divorato ogni cosa, tranne la sua arte, ha aggiunto vita al suo mestiere ma ha insinuato in tutti, anche in chi lo doveva disperatamente amare, il sospetto che fosse una recita continua. Un’opera buffa, a volte, una commedia umana, sempre: un uomo incapace di fermarsi, o anche solo di rallentare. Un attore trasparente, che invece di immedesimarsi con grande concentrazione nei personaggi, trovava più facile metterci dentro dei pezzi di sé. Così nel 1986, quando interpretò “Lui portava i tacchi a spillo”, infilandoci le sue notti parigine al bar dei travestiti con il suo amico Paulette vestito di leopardo, la Francia intera si convinse che Depardieu fosse del tutto omosessuale, poi che avesse una storia pazzesca con Catherine Deneuve, poi con François Truffaut.“Molto sinceramente, della mia immagine me ne sbatto”.

Mandare al diavolo il governo francese e le sue tasse, con un’arringa sentimentale in cui rimprovera ai giudici francesi anche l’accanimento, per una storia di droga, verso il suo povero figlio Guillaume (morto nel 2008 per una polmonite e da lui paragonato, nell’orazione funebre, al Piccolo principe) fa parte di questa immensa recita in cui svelare altre parti di sé, è un nuovo film per cui non serve mettersi in fila alla biglietteria, è come guardare Cyrano di Bergerac, col naso di gomma, che dice: “Quando avanzo tra le accolte ed i grassoni le mie verità risonar fo come speroni”. Depardieu si è così tanto immedesimato in questo personaggio, nel 1990, quando rischiò di vincere un Oscar, da diventare un Cyrano ciccione, rumoroso, trafficone e “in realtà, mi dico, forse sono un alcolizzato”. Completamente trasparente, privo di vergogna, fiero di arrivare dai bassifondi e di non essere un eroe borghese. Quando arrestarono per tre grammi di eroina suo figlio, la sua disperazione e il suo buco nero, il suo specchio sfortunato, e lo condannarono a tre anni di carcere, Depardieu incontrò su un Concorde per New York François Mitterrand e gli disse: “Presidente, terrò una conferenza stampa, strapperò il mio passaporto e me ne andrò per sempre da questo paese. Mio figlio è estremamente fragile, non si può lasciarlo per tre anni in prigione”. Mitterrand gli consigliò di non farlo e di parlare con il prim
o ministro, che davvero accettò di cambiare giudice a Guillaume. Uscì di prigione dopo diciotto mesi, ancora più disperato e distruttivo. Depardieu vuole vendicarsi della Francia altezzosa almeno da allora, da quando misero in prigione quel figlio che aveva scritto dentro gli occhi un destino terribile, e che provava a correre i rischi del padre, senza avere la forza e la fortuna di uscirne sempre, come il padre, malconcio ma vivo, al massimo ubriaco. Guillaume ebbe il suo incidente in moto perché l’auto in corsa davanti a lui perse una valigia che lo prese in pieno, e poi le operazioni, l’infezione, la morfina che non basta mai, l’amputazione, la polmonite virale in Romania, con una figlia di sei anni che ha detto: “Papà stava troppo male per vivere”. Al suo funerale il padre citò Saint-Exupéry: “Non posso portare appresso il mio corpo. E’ troppo pesante. Ti sembrerò morto, ma non sarà vero”, poi uscì, solo, dal retro della chiesa gremita e silenziosa, perché con la madre di Guillaume non parla più da troppo: un divorzio faticoso e le colpe di una vita, e lo strazio di averla lasciata per la maggior parte del tempo da sola a fronteggiare i demoni del figlio, che una volta si era buttato dal terzo piano per provare a morire, o a sopravvivere. Guillaume è stato divorato dalla vita, suo padre ancora la divora. Ha mandato al diavolo Hollande, chiamandolo “porcelet”, ha mandato al diavolo il primo ministro: “Chi siete voi per giudicarmi così, glielo chiedo, vi chiedo chi siete voi?”, e gli amici gli hanno fatto un cerchio intorno, Brigitte Bardot, altra dismisurata di Francia, ha detto che quasi quasi lo raggiunge, se quei due elefanti malati verranno assassinati.

Jacques Attali, economista, consigliere di Mitterrand, scrittore, ha detto: “Gérard Depardieu è mio amico. Da oltre venticinque anni. E lo sarà sempre. In tutto ciò che dice. In tutto ciò che fa. (…) La questione della cittadinanza non ha senso: è, ovviamente, francese, più di ogni altro, e molto più di quanto lo sarà mai la maggior parte dei suoi detrattori. E lo resterà, che poi è ciò che vuole, anche se cerca di fuggire da se stesso. Anche se si prende un altro passaporto provvisorio, belga, russo, dell’Azerbaigian e del Venezuela. Perché non sta a lui decidere: è un attore francese. Porta con sé la musica della lingua francese. E non sarebbe nulla senza il cinema francese, quindi senza i contribuenti francesi, che in gran parte lo finanziano. Lui è anche un contadino, un imprenditore, un commerciante francese”. Hanno detto che è come il formaggio Camembert, francese anche suo malgrado, francese indispensabile alla Francia. Ma Attali deve essere suo amico intimo e conoscerne i tormenti, perché ha aggiunto: “Gérard Depardieu è molto di più di se stesso. E’ il nome dato oggi al malessere francese. E anche a quello più ampio della condizione umana: è il nome che possiamo dare alla tragedia dell’essere umano, incapace di sfuggire alla sua carnalità”. Dicono tutti che sia, soprattutto, un uomo buono, che ha voglia di fidarsi della gente, che gode nel comprare un terreno e metterci una vigna perché per lui il denaro ha valore soltanto quando si materializza in qualcosa di concreto, solido, sopra cui sedersi: terra, mattoni, alberi, vino non troppo raffinato con cui ubriacarsi o innaffiare le bistecche da Obelix punk. Come nel film in cui interpretò il rivoluzionario Danton, amato dalla gente, che l’ultima notte bevve fino a svenire, accanto a Robespierre, che non toccò cibo e poi lo fece ghigliottinare. (Ma prima Danton zittì i giudici dicendo: “Non ci sarebbe stata alcuna Rivoluzione senza di me”). Attali dice che non potendo vivere mille vite una dopo l’altra, Depardieu ha scelto di viverle tutte contemporaneamente, con il diabete ai massimi livelli e famelica curiosità per il mondo: quando arrivò la prima volta a Roma, per “Novecento”, disse che profumava di sesso. E quando arrivò per la prima volta a Parigi, diciassettenne, e si intrufolò alle lezioni di recitazione fingendo di essere iscritto, solo con la sua faccia tosta, non capiva nemmeno il significato delle parole. Aveva i capelli lunghi, una faccia da beatnik, grossi stivali di pelliccia, non si lavava quasi mai. “Non assomigliavo a niente”, ha detto (e non leggeva niente. Quando a teatro gli dissero: “Tu farai Pirro”, pensava che si trattasse di un cane), non sapeva parlare e aveva un difetto all’udito, cioè sentiva troppo, troppi suoni che gli inibivano le parole. Una specie di ragazzo selvaggio, che Jean Gabin decise di proteggere e che il mondo decise di amare. Chili in più come zavorre che ogni tanto scomparivano, mani enormi, piacere di tirare cazzotti per quel narcisismo al contrario che gli faceva odiare la sua faccia. Ma quando doveva prendere a schiaffi Fanny Ardant nella “Signora della porta accanto”, era disperato, non voleva, diceva a Truffaut: “Ma non vedi come sono grandi le mie mani, non posso farlo”. E lei: “Forza su, colpiscimi”. Nessuno può dimenticare quel film, nessuno può togliersi dalla testa “L’ultimo metrò”, e nemmeno la scena in cui, in pieno femminismo, Depardieu si evira con un coltello elettrico davanti a Ornella Muti (era “L’ultima donna” di Marco Ferreri, del 1976).

A questo corpaccione immenso pieno di bypass e di cicatrici deve per forza corrispondere un ego smisurato, ma sempre trasparente, ingenuo, come l’abbraccio a Putin, come la risata di fronte all’idea di un bell’appartamento in Mordovia. Quando il suo intervistatore gli disse che qualcuno ha scritto che Depardieu è Shakespeare per la dismisura e la violenza delle passioni; Balzac per il segreto, il denaro, gli affari, la provincia, i legami di amicizia e Henry Miller per le donne, l’alcol, i viaggi e le avventure, Depardieu sembrò prenderlo sul serio e notò che in effetti il collage era incompleto. “Forse manca l’aspetto mistico di Dostoevskij. Nei ‘Fratelli Karamazov’ ci sono Aliosha, Ivan e Dimitri, Io sono un po’ tutti e tre insieme”. E’ un altro tipo di grandeur, questa di Gérard Depardieu: sempre vicina alla tragedia, sempre attirata dagli ultimi, dal buio, da quelli che stanno ai margini, e anche quando sembra che ce l’abbiano fatta e si siano ripuliti, sbagliano qualcosa: un rutto, un pétard, una pacca sul sedere alla padrona di casa. “Ho cercato di tenermi lontano dalla stupidità, ma sono stato spesso il più stupido di tutti”. E il più sincero, anche mentre mentiva, anche mentre recitava e scappava via dal figlio, dalle donne, dalla Costarica proprio il giorno in cui gli nasceva un’altra figlia, dalla Francia proprio quando poteva riposare e fare il simbolo. Che non sia soltanto una questione di denaro, l’hanno capito anche le pietre. Sono le mille vite che fremono, sono le morti degli altri che lo perseguitano. “Io non do colpe a quelli con il colesterolo alto, l’ipertensione, il diabete, quelli con troppo alcol dentro o quelli che si addormentano sullo scooter. Io sono uno di loro”. Uno con troppa carne viva, dentro e fuori di sé.

Annalena Benini
www.ilfoglio.it
14.01.2013


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