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La giustizia italiana fatta a pezzi da un film capolavoro su Amanda Knox


Davide
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E il reciproco amore tra i giornalisti e i magistrati diventa un labirinto senza uscita, una via senza meta, il solito di quasi tutte le tresche clandestine e adultere, che hanno il nulla come ultimo scopo: abissi senza sfogo. “La gente adora i mostri. Quando ne ha la possibilità, vuole vederli”, dice a un certo punto Amanda Knox, imperscrutabile e inintelligibile, vittima o carnefice, in questo documentario kolossal americano in onda su Netflix, questo romanzo sospeso tra Kafka e Dostoevskij, girato con una sapienza narrativa tanto prodigiosa quanto elusiva, un racconto in cui tutto, dai protagonisti ai comprimari, sembra giocare per rendere ogni parola, e persino la verità giudiziaria, ammesso che esista, ancora meglio revocabile, ritrattabile, smentibile, a suscitare dunque altri ingarbugliamenti, più fiere sospettosità, vaste nubi di nuovo gas che quasi offuscano lei, Amanda, lei che dà il titolo a questo film stilisticamente perfetto dei registi Brian McGinn e Rod Blackhurst, girato lungo cinque anni di lavoro, e che alla fine ha in realtà per protagonisti la giustizia italiana, machiavellica e grossolana, e un giornalismo corrivo alle più ardue dissennatezze della morbosità, pronto a maneggiare il fango e la monnezza proveniente dai corridoi delle procure, a distribuirli a piene mani sulle colonne dei quotidiani.

Magistrati e giornalisti, dunque, selvaggiamente avvinghiati come figure del valzer, il pubblico ministero di Perugia Giuliano Mignini – la probità affettata, le preghiere inginocchiato in chiesa, le citazioni evangeliche, l’accademismo letterario, e una vena di narcisistico bigottismo – inscalfibile nel perseguire sin dai primi giorni successivi all’omicidio di Meredith Kercher, la tesi dell’assassina sessuomane, a suggerirla ai media, sempre col gelato sorriso di chi ha dalla sua parte una logica inoppugnabile, se non addirittura la verità. E poi il cronista del Daily Mail, Nick Pisa, capelli al gel, cravattone, abito blu iridato, cui non interessa la complessità, ma il gioco a spese della complessità: si abbeverava di dettagli morbosetti, e talvolta persino fasulli, provenienti dagli ambienti giudiziari, tutto quel genere di informazioni pseudo erotiche, utili a rafforzare la tesi dell’accusa, che in quei mesi crescevano, s’ingigantivano, scavalcavano il senso delle proporzioni: “Certo, diverse notizie non si sono rivelate vere”, confessa a un certo punto, “ma siamo giornalisti e riportiamo quel che ci viene detto. Se avessi perso tempo a verificare avrei dato un vantaggio alla concorrenza”.

Ecco dunque i due “anti eroi” di questo film, secondo un classico schema da sceneggiatura cinematografica, ecco Pisa e Mignini, il cronista britannico e il magistrato italiano, che raccontando l’omicidio e le sue implicazioni, e raccontando diffusamente anche se stessi (“il mio modello è Sherlock Holmes”, si abbandona a dire a un certo punto il pm mentre tiene in bocca una pipa spenta), fanno pian piano emergere uno strapotente cortocircuito, quell’imprendibile intreccio di vanità, sensazionalismo, pressione pubblica, rapporti contorti tra media e pm, quel velenoso pasticcio che in Italia ben conosciamo e che il giornalista anglosassone, con singolare compiacimento racconta così: “Il nome in prima pagina su uno scoop mondiale è come fare sesso”.

E fu lui, infatti, a pubblicare sul tabloid per il quale allora lavorava il diario intimo che Amanda aveva scritto in prigione, in uno stato di fragilità e di prostrazione, quando a un certo punto, al solo scopo di destabilizzarla psicologicamente e spingerla a confessare, le fu raccontato dalle autorità italiane – sembra incredibile – che era ammalata di Aids. Ebbene, in quel diario Amanda si confessava, elencava nel dettaglio tutte le persone con le quali aveva avuto rapporti sessuali nel corso della sua giovane vita, le persone dalle quali dunque avrebbe potuto aver contratto la malattia. Quell’elenco fu pubblicato dal Daily Mail, qualcuno lo aveva passato al giornalista – “Chi mi ha dato il diario che Amanda scrive in carcere? Un giornalista non rivela mai le propri fonti” – e una volta reso pubblico, ebbe l’effetto di confermare e rafforzare in maniera determinante la tesi della procura (confermata in Appello ma poi smontata in Cassazione), dunque la tesi di Mignini, che descriveva Amanda come una malata di sesso, una figura dominante, una mangiatrice di uomini capace di manipolare il suo ragazzo, e coimputato, Raffele Sollecito.

Scrisse il Guardian dopo l’assoluzione definitiva: “Gli inquirenti si sono resi colpevoli di grottesca incompetenza, panico da pressione mediatica e misoginia”. Col risultato che di tutta la vicenda, alla fine, non si è capito nulla, se non il fatto che, forse, giustizia non è stata fatta. In carcere resta solo Rudy Guede per “concorso in omicidio”. Concorso con chi? E anche nel film, Brian McGinn e Rod Blackhurst lasciano che i dubbi, i retropensieri, le favole torbide formino un insieme stordente, capace d’incarnare ogni suppurazione e insensatezza d’una giustizia degradata a spettacolo.

Salvatore Merlo
Fonte: www.ilfoglio.it
20.10.2016


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Se fosse possibile m'intristisco sempre più ogni volta che leggo qualcosa sulla magistratura, al peggio non c'è mai fine. :s


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fengtofu
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si però ci credo pochino che quei due puzzoni siano innocenti, e invece per colpa di qualcuno più lo zampino Clintonm, ora sono sistemati a vita, e bene...


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adestil
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No,questo sputtamento della giustizia italiana(per una volta che ha agito bene!)è stato meditato a tavolino e serviva a distruggere l'immagine del pubblico ministero di Perugia Giuliano Mignini ,da cui il ribaltamento della sentenza di secondo grado,gli hanno fatto fare la figura del peracottaro ,inaffidabile e poco professionale(come dice Franceschetti nel suo blog)
Conta solo collateralmente che fosse americana..
Mignini si occupa di processi ancora aperti su importanti esponenti delle alte sfere coinvolte a vario titolo in processi legati collateralmente agli omicidi del mostro di Firenze come quello dell'uccisione del farmacista di Perugia ,Calamandrei,nella cui casa a San Casciano furono ritrovati seni e pezzi di pube sotto spirito asportati alle vittime...prima che potesse parlare fu eliminato e gli assassini chiaramente coinvolti negli omicidi del mostro di firenze sono ancora in giro... http://www.fattodiritto.it/gli-inquietanti-collegamenti-con-il-mostro-di-firenze/

la Nox che è stata usata su malgrado per questo...ora ci mette il carico e vorrei vedere..
che non c'entrino nulla ,io personalmente non ci credo..anche perchè Guedè è rimasto ancora dentro come unico colpevole sebbene tutte le sentenze affermano che Guedè non uccise da solo ma con complici....
e chi se non loro?

Ora Mignini come pm di quei processi vale meno di zero.
ah,forse non lo sapere,ma Pacciani fu assolto dagli omicidi,in secondo grado,ma poi mori' e divenne per tutti il mostro di Firenze..
idem per Lotti e Vanni.
Al massimo questi 2 fecero i pali o diedero informazioni su dove fossero le coppiette ammesso che lo fecero veramente...


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fuffolo
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No,questo sputtamento della giustizia italiana(per una volta che ha agito bene!)è stato meditato a tavolino e serviva a

Ora Mignini come pm di quei processi vale meno di zero."

I legittimi giudizi sulla reale funzione, efficienza ed indipendenza della magistratura requirente (e non solo) dipendono anche dalla professionalità
del singolo ma dovrebbero considerare la reale organizzazione della "macchina" in questione.
Sarebbe importante conoscere e valutare anche quello che materialmente hanno fatto e fanno gli "inquirenti" (polizia giudiziaria) perchè essendo gli occhi, le orecchie, le mani (e a volte cervello) del pubblico ministero, ipoteticamente ne potrebbero anche condizionare l'operato (a sua insaputa).


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