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Le grandi aziende sono già partite alla conquista delle concessioni balneari


dana74
Illustrious Member
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Grazie alla direttiva europea Bolkestein che impone la liberalizzazione del settore balneare e anche all’inerzia del governo Meloni, le grandi aziende stanno cominciando a impossessarsi delle spiagge della penisola a discapito dei concessionari uscenti, avendo a disposizione una leva finanziaria di gran lunga superiore rispetto alle piccole imprese familiari che finora hanno gestito gli arenili italiani, determinando così una ulteriore concentrazione di beni e di capitali in poche mani. È quanto successo recentemente a Jesolo dove il proprietario di Geox, Mario Moretti Polegato, ha vinto il bando per l’assegnazione di un lotto di tre concessioni, in precedenza riferite agli stabilimenti Augustus, Bafile e Casa Bianca, insieme ad Alessandro Berton, presidente dell’associazione di categoria Unionmare Veneto e gestore di altri stabilimenti balneari nel territorio veneto: su un’estensione in grado di ospitare circa duemila ombrelloni, la loro neo società, la CBC S.r.l., avrebbe presentato un progetto del valore di circa sette milioni di euro. Ad uscire sconfitto è stato il concessionario uscente che ha fatto sapere di voler presentare ricorso.
 
La situazione di squilibrio finanziario nei bandi di gara è aggravata in questo caso dal fatto che della società vincitrice del bando fa parte il presidente di un’associazione di categoria che, almeno in linea teorica, dovrebbe tutelare gli interessi dei piccoli gestori locali: Unionmare Veneto presieduta da Berton fa parte, infatti, del Sindacato italiano balneari (Sib) di Confcommercio, il cui presidente Antonio Capacchione ha diramato un comunicato molto duro circa la vicenda di Jesolo: «Sbagliata e azzardata è la messa a gara di concessioni demaniali in assenza di una regolamentazione nazionale […] e sconcertante è il coinvolgimento del presidente di Unionmare Veneto e nostro rappresentante territoriale, Alessandro Berton, che non solo non l’ha contrastata come avrebbe dovuto, ma l’ha addirittura favorita. In stridente e netto contrasto con la linea del Sib nazionale che, come è noto, si batte persino in sede giudiziaria contro la messa a gara delle concessioni demaniali vigenti in assenza di una legge nazionale che applichi correttamente la direttiva europea». Secondo Capacchione, la credibilità del sindacato è stata «gravemente lesa». Non è comunque la prima volta che una grande azienda riesce ad aggiudicarsi un tratto di litorale: già nel 2022, infatti, la multinazionale delle bibite RedBull aveva sborsato nove milioni di euro per ottenere 120.000 metri quadri di litorale nel golfo di Trieste, inaugurando la prima di quella che potrebbe essere una lunga serie di operazioni simili incoraggiata dalle direttive europee e permessa dalla complicità dei governi italiani.
 
Ad essere responsabile dell’assenza di una regolamentazione nazionale sui bandi di gara per le concessioni balneari e quindi della mancata tutela dei piccoli imprenditori è anche e soprattutto l’inazione del governo Meloni: il partito della premier, Fratelli d’Italia, precedentemente avverso alla cosiddetta direttiva Bolkestein – approvata nel 2006 e recepita da Roma nel 2010 mediante decreto legislativo – aveva eliminato attraverso un emendamento al decreto Milleproroghe il termine del 31 dicembre 2023 per la liberalizzazione del settore balneare, ma l’emendamento è decaduto dopo solo 24 ore, segnando una retromarcia istituzionale dell’esecutivo che ha peraltro lasciato una sorta di vuoto normativo sulla riassegnazione delle concessioni. Di conseguenza i comuni stanno procedendo in autonomia con la riassegnazione degli stabilimenti balneari, rischiando di incorrere in evidenti disparità come accaduto a Jesolo: l’amministrazione comunale della località veneta ha infatti disciplinato il bando di gara sulla base della legge regionale 33, che prevede nuovi affidamenti ventennali sulla base della presentazione di un piano di investimenti, in un contesto in cui è facile che a prevalere siano società con grandi capitali economici a danno delle piccole imprese familiari che da sempre gestiscono gli stabilimenti italiani e che spesso vivono solo di questa attività.
 
Le conseguenze di questa situazione le ha ben sintetizzate il sindaco di Rimini Jamil Sadegholvaad: «Se le gare vedono prevalere, come mi pare di capire dagli articoli di stampa, soggetti che hanno grandi capacità finanziarie e di investimento, il rischio più generale è che si perdano quella tipicità e quel tratto umano nel rapporto col cliente che è stato il punto di forza, per esempio, delle spiagge romagnole», ha affermato. Non ha mancato poi di sottolineare le responsabilità legate all’immobilismo del governo di Roma che ha determinato la libera iniziativa degli enti locali con «situazioni agli antipodi tra una regione e l’altra». I partiti, una volta “sovranisti”, del governo Meloni, infatti, non solo hanno accettato passivamente le direttive imposte da Bruxelles, ma non hanno nemmeno tentato di limitare i danni attraverso una normativa nazionale che ponga condizioni di tutela nei bandi per i piccoli imprenditori, finendo così per favorire più o meno indirettamente i grandi poteri economici e quindi il modello liberista promosso dalle istituzioni comunitarie.
 
 

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