TERRORE MULTIETNICO
 
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TERRORE MULTIETNICO


mystes
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La provocazione di un sociologo Usa di sinistra: l'immigrazione minaccia la solidarietà sociale. Che fare? Ecco la sua idea per l'integrazione: colloquio con Robert Putnam di Enrico Pedemonte (Espresso 6 settembre 2007)

C'è un luogo comune, usato dalla sinistra nel dibattito sull'immigrazione, secondo cui la diversità etnica rende la vita sociale più ricca e le città più solide.

Ma Robert Putnam, professore alla Harvard University, dice che nel breve termine è vero il contrario: l'immigrazione e la diversità etnica fanno crollare la solidarietà sociale e la fiducia negli altri e rendono le persone più egoiste e chiuse in sé stesse.

Putnam ha appena pubblicato una ricerca, frutto di 30 mila interviste in decine di città degli Stati Uniti, che sembra fatta apposta per confermare le peggiori paure della destra xenofoba e che sta suscitando clamore e polemiche.

Anche perchè Putnam, forse il più noto sociologo americano, è un intellettuale di sinistra.

Negli anni Novanta si impose all'attenzione internazionale per il bestseller "Bowling Alone", nel quale analizzava il calo nella partecipazione civile negli Stati Uniti, e sottolineava l'importanza del "capitale sociale", quella rete di relazioni che costituisce la ricchezza non solo della società civile, ma anche dello sviluppo economico di un paese.

Putnam ci riceve nella sua casa di campagna nel New Hampshire, che si affaccia su un laghetto immerso in un bosco di betulle nei pressi di Jaffrey.

E' un uomo alto e gioviale di 66 anni, che somiglia in modo impressionante ad Abram Lincoln.

Parla un ottimo italiano, avendo studiato, fin dalla fine degli anni Sessanta, il legame tra società e istituzioni politiche in Italia, un interesse da cui sono nati diversi libri.

Forse per questo una delle tre interviste a cui si è prestato, fra le centinaia di richieste ricevute, e stata con "L'espresso".

Come è nata questa ricerca?

"Nel 2000 un gruppo di amministratori pubblici venne a trovarci ad Harvard, per chiederci se potevamo misurare il "capitale sociale" delle loro città: Los Angeles, Boston, Detroit, Atlanta, ma anche cittadine nel West Virginia e nel Sud Dakota. Volevano lanciare iniziative sociali e vedere che cosa sarebbe cambiato negli anni. Ne è nato un sondaggio con 30 mila interviste».

Risultato?

«Analizzando i dati abbiamo subito notato che i luoghi dove la solidarietà sociale era più alta erano quelli più omogenei da un punto di vista razziale, paesi come Bismarck, nel North Dakota, o Lewiston, nel Maine. Mentre in fondo alla classifica stanno città come San Francisco, San Diego, Houston. Abbiamo impiegato cinque o sei anni per essere sicuri di non avere compiuto errori nell'analizzare il rapporto tra diversità etnica e solidarietà sociale. Sapevamo che si trattava di una scoperta controversa".

Che cosa l'ha sorpresa di più?

"A stupire è il fatto che l'arrivo di persone di diversa etnia fa diminuire non solo la fiducia tra bianchi, neri e ispanici, ma in generale la fiducia negli altri.

I bianchi si fidano meno dei bianchi. Le persone fanno come le tartarughe, si chiudono nella propria corazza».

È diverso altrove?

"Alcuni studi in paesi come Svezia, Gran Bretagna, Australia e Canada, mostrano le stesse reazioni. Non conosco studi di questo tipo sull'Italia, anche se scommetterei che pure gli italiani sono turbati dall' aumento della diversità etnica. Ma queste reazioni sono destinate a cambiare, perche nel lungo periodo i benefici dell'immigrazione sono assai più alti dei suoi costi nel breve periodo. Basta citare il fatto che un gran numero di premi Nobel sono immigrati.

Ma ci sono problemi a breve termine. Bisogna fare in modo di accelerare questo periodo difficile".

Cosa consiglierebbe al presidente degli Stati Uniti?

"Dovremmo dedicare più impegno nell'accogliere gli immigrati e aiutarli ad apprendere l'inglese nelle scuole. Dovremmo dare più sostegno di centri comunitari e ai gruppi sportivi locali.

E' quello che si fece cent'anni fa per coinvolgere i figli degli immigrati.

Ne ho parlato con Obama Barack, che è ben consapevole di quanto siano importanti le organizzazioni comunitarie per superare le barriere etniche».

Quali sono stati gli errori compiuti in Europa?

"Molti governi europei non capiscono che l'immigrazione è un processo inevitabile.

Hanno pensato per molto tempo che la soluzione fosse di tenere separati i gruppi etnici. Per gli olandesi multiculturalismo ha significato per molto tempo marocchini da una parte e olandesi dall'altra. È un errore. Bisogna creare dei ponti per collegare i diversi capitali sociali. Ma ancora oggi i governi europei pensano che l'obiettivo sia rendere gli immigrati come noi.

È sbagliato.

L'esperienza americana insegna che bisogna creare un nuovo "noi".

Prendiamo il caso di Woody Allen. Il suo è un umorismo che discende dalia tradizione del teatro ebraico che va indietro fino al XIX secolo. Per questo cent'anni fa si parlava di umorismo ebraico. Ma oggi quello è umorismo americano, perché una parte della cultura ebraica è stara incorporata nella nostra società. Non per questo Woody Allen ha smesso di essere ebreo. Se fossimo riusciti a togliere l'umorismo agli ebrei per renderli come noi che venivamo dal Nord Europa, questa sarebbe una società assai più povera"

Cosa dovrebbe fare l'Europa?

"Recentemente ho parlato con Gordon Brown, e lui insiste su quella che lui chiama "Britishness", l'identità britannica. La sua idea è di mettere più enfasi sui valori condivisi. Io sono d'accordo con lui. Bisogna enfatizzare i valori comuni. Vorrei far notare che la nostra venerazione per la bandiera, vista dall'Europa sembra quasi fascista.

Ma la cosa sorprendente è che il giuramento sulla bandiera fu introdotto un secolo fa dai socialisti, in occasione dell'ultima grande ondata di immigrati.

Era un modo per dire agli immigrati: "Non importa da dove arrivate, la cosa importante è che voi crediate nei nostri stessi valori"».

Nicholas Sarkozy ha creato un ministero dell'Immigrazione e dell'identità nazionale. È la strada giusta?

«Potrebbe esserlo. Ma potrebbe anche avere un senso punitivo verso gli immigrati, perché rischia di assumere un significato particolare in Francia. Se Sarkozy intende far diventare gli immigrati identici ai francesi, beh, non sono d'accordo. Ripeto: una società dell'immigrazione evolve in modo positivo se crea un nuovo senso del "noi". Che nel caso francese, ovviamente, deve avere le proprie radici nella lingua e nella cultura francesi».

Lei enfatizza il ruolo giocato dalle chiese nel facilitare l'inserimento degli immigrati...

"E stato così anche cent'anni fa. Allora la Chiesa cattolica era la prima istituzione a cui si rivolgevano gli immigrati italiani, irlandesi, polacchi. La stessa cosa stanno facendo oggi i milioni di cattolici che arrivano dall'America Latina. È la Chiesa la prima istituzione a cui si collegano. Un terzo delle persone che vanno a messa la domenica negli USA sono di origine latina".

Se è vero che la diversità etnica crea egoismo, questo mette a rischio il welfare in Europa?

«Fu Friedrich Engels il primo a dire che è più difficile costruire lo Stato sociale in una società di immigrati. La diversità etnica rende più difficile conservare il welfare perché la gente fa fatica a pensare che "quei" bambini sono suoi figli. Ma non c'è alternativa. È possibile immaginare che il welfare italiano continui a esistere senza immigrazione? No.

Con il tasso di natalità attuale, chi pagherà per le pensioni? Chi si prenderà cura dei baby boomers italiani da vecchi? L'Italia non ha scelta: il welfare state sarà in ogni caso sotto pressione. È necessario che arrivino giovani da altri paesi e che vengano accolti nella società italiana. Questo significa costruire una cultura cosmopolita con un senso più ampio del "noi"».

Può fare qualche esempio?

"Le voglio raccontare un aneddoto. Un paio di anni fa ero a Londra e la regina, che aveva sentito parlare delle mie teorie sul capitale sociale, mi inviò a Buckingham Palace. Lì i suoi consiglieri anziani mi chiesero: "Professor Putnam, quale dovrebbe essere la strategia di capitale sociale della famiglia reale"?

Risposi: ''Beh, credo che il problema della Gran Bretagna sia quello di costruire una società integrata, e io so che storicamente le famiglie reali usano il matrimonio come un modo per costruire alleanze. Dovreste trovare una graziosa ragazza del Bangladesh per uno dei principi".

Cadde un silenzio di tomba. Forse non era la risposta che si aspettavano. Intendevo dire che bisogna trovare modi simbolici per dimostrare che puoi essere britannico anche se questo non è definito dal tuo sangue. La stessa cosa è vera per l'Italia. Io amo l'Italia, ho passato lì una parte della mia vita. Ma quando abitavo li esisteva ancora il ministero degli Emigranti, mentre ora c'è bisogno di un ministero per gli immigrati. E cambiato tutto e c'è bisogno di un radicale cambiamento di mentalità.

Gli italiani devono costruire reti sociali nuove, che non esistono in una società di persone che vivono lì da centinaia di anni.

E inevitabile, a meno di non creare una barriera di portaerei nel Mediterraneo.

L'Italia tra vent'anni sarà diversa di oggi.

Bisogna solo capire se saprà adattarsi al cambiamento"

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/la-diversita-non-e-la-nostra-forza?fbclid=IwAR1wFKKgRd-Ua7vWoXsSmSANkhZZsVxI2QayW5hdwDttO-xeoR1w-cdgG-4

 


Citazione
oriundo2006
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Viene data per CERTA E SCONTATA la commistione dei popoli attraverso l’ immigrazione del sud verso il nord del mondo: ovvero viene data come dimostrata la condizione che ‘fissa’ le basi del suo discorso.

Ognuno dei presupposti dell’articolo sono passibili di fallacia e denotano un ragionamento ‘politico’, orientato a realizzare un certo obiettivo considerato come ‘giusto’ e dunque ‘necessario’, con altra catena di fallacie, che denotano quanto fu già uno dei limiti del pensiero marxiano: passare dalle previsioni da verificare a predizioni immutabili ed inverificabili. 

Mi soffermo solo di un un assunto: l’ immigrazione verso il nord, dovuta ( presumibilmente ) a fattori economici. Questi peraltro cambiano anche nel breve periodo e da studi in materia sappiamo che questo vantaggio differenziale goduto dell’Europa nei secoli scorsi si sta rapidamente esaurendo proprio perchè il c.d. ‘terzo mondo’ sta progredendo rapidissimamente adottando standard ‘europei’ in svariati settori. Dunque emigrano masse dal Sud verso Paesi in decadenza, cosa assai bizzarra secondo la teoria economica: emigrano per riempire vuoti che si stanno rapidamente ..svuotando, senza alcuna garanzia ‘razionale’ per il domani, quando però sappiamo che così non è: emigrano per il welfare a vita, per essere assistiti a vita da noi. Il contrario di quello che fa capire questo signore.

Continuando, sulla ‘spontaneità di chi paga diverse migliaia di dollari per venire assistito a vita da noi sorvoliamo. Sul fatto che questo signore sia di ‘sinistra’, qualsiasi cosa voglia significare oggi, anche qui non adentriamoci nella psicopatologia delle scelte politiche, specie quando queste fruttano ben retribuiti scranni universitari e legittimano l’adesione a circoli elitari con corteggio mediatico assicurato.

Ma l’ immigrazione verso Nord, in presenza di sistemi educativi e professionali ancora lontani, come può essere economicamente vantaggiosa per i paesi di accoglienza se non riducendoli a serbatoi di mano d’opera poco qualificata, con paghe da fame, incapaci di perseguire la concorrenza internazionale, che vede primeggiare invece Paesi che non immigrano ma fanno emigrare, come la Cina ? O l’ India in grande risalita ? Quanti emigrano verso Paesi come la Corea od il Giappone ipertecnologizzati ?

Un Paese in decadenza economica non può preoccuparsi di chi pagherà le pensioni ma di come risalire la china. 

Questo signore è uno pseudointellettuale in male fade ‘alla Schlein’. Alla raccolta dei pomodori subito. Così potrà verificare i benefici dell’ immigrazione ‘in corpore vili’: per tutti.

 


Espatriato, BrunoWald e sarah hanno apprezzato
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mystes
Noble Member
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Si, i pomodori sono buoni per l'insalata, col produmo del basilico, ma l'Italia non è solo il paese dei pomodori, almeno non era!...


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sarah
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Registrato: 2 anni fa
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Non condivido le opinioni di questo sociologo alto e gioviale e che parla benissimo l'italiano. Innanzi tutto egli muove da presupposti decisamente scontati che poi portano inevitabilmente alle conclusioni, altrettanto scontate, che siamo già abituati a sentire. Non avrei voluto intervenire ma mi chiedo semplicemente se non siamo almeno un po' stanchi di apprendere "lezioni di vita" da oltreoceano. Almeno adesso di fronte all'evidente collasso in corso di quel sistema. Certo, l'esimio studioso evita di ricordare come il modello di acquisizione ( o naturalizzazione ) americano abbia molto spesso semplicemente cannibalizzato le culture diverse al proprio interno in un processo di integrazione che ha imposto in tutto e per tutto l'accettazione dello schema pragmatico protestante e bianco. Ora che si fa pubblica ammenda per tutto ciò, con tanto di pensiero unico e distruzione nichilista annessi, e si lascia largo spazio a quei settori della società a lungo marginalizzati, pare crollare il castello di carte. Che sarà mai successo? Tutti gli aneddoti e le storielle che questo professore utilizza per rafforzare la sua tesi ( che non ha proprio nulla di nuovo ) si basano inoltre sul presupposto di un'impalcatura sociale che è essa stessa, oggi, in discussione e minacciata alle sue stesse basi. Sento parlare di welfare state proprio mentre questo diventa sempre più una chimera per un numero crescente di persone. Oppure mentre questo continua ad esistere de jure ma non de facto. Ma stiamo tranquilli, saranno "loro" a pagare le future pensioni e le cure mediche a noi odiosi conservatori autoctoni. Magari quando queste non esisteranno più e mancheranno persino i medici per garantire la cosiddetta "sanità pubblica". Siamo senza dubbio più ricchi. Risulta inutile anche il riferimento ( che il sociologo ritiene illuminante ) al caso dell'attore Woody Allen e del contributo della sua cultura ebraica al consesso americano: è inutile citare questi esempi in Italia o in Europa semplicemente perché qui queste cose sono già accadute. Secoli prima della fondazione della loro unione di coloni ben poco uniti. Ciò che accade ora con l'istituzione della cosiddetta "eurafrica" e l'abbattimento delle frontiere marittime del Mediterraneo non è il naturale proseguimento di quel processo ma un atto ben deliberato ( duole dirlo, al di là di ogni dietrologia ) per disarticolare a forza una struttura sociale solida, l'unica al mondo che era riuscita nell'intento di creare quell'organizzazione che è stata anche importata negli Stati Uniti. Intere masse umane che a volte vengono mosse contro la loro volontà, tradotte nel deserto da sedicenti ong "umanitarie" e abbandonate appena più a nord. Prima erano manodopera a basso costo, ora che anche la forza lavoro si trasforma in un inutile onere vengono fatti oggetto di assurde narrazioni sui diritti umani, quelli tanto cari all'agenda progressista che ce li propala a suon di pandemie, crisi climatiche, guerre per procura. Vorrei che fossimo in grado di guardare agli insegnamenti americani con occhi più disincantati, prima che sia troppo tardi. O condivideremo con molti immigrati non già l'emancipazione holliwoodiana che piace a questo autore, ma le forme di controllo e di povertà che governeranno la società del futuro. Ha notato dove vive il nostro intellettuale pauperista e radical chic? In una bella casa di campagna che si affaccia su un bosco e un laghetto. Che idillio! Mica in un bilocale di 60 metri quadrati in un palazzo assediato dal degrado. Lì ci vivono quelli che aspettano di arricchirsi. Un dì, forse...


oriundo2006 e BrunoWald hanno apprezzato
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