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A proposito del nuovo post di Agamben sull'anarchia


Chicxulub2.0, Presidente del comitato “Salvate Bertozzi”
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Nuovo post di Agamben sul suo blog “Una voce”

Per chi non conosce il percorso della sua riflessione è incomprensibile come purtroppo gli capita spesso

Come filosofo è eccellente ma non si sa spiegare e se si guardano due delle sue conferenze disponibili su youtube si vedono le reazioni quantomeno perplesse degli interlocutori (l'intervista in francese col greco e la conferenza di Buenos Aires)

Sta parlando della “destituenza” e della sua idea che siamo alla fine del millenario paradigma occidentale del governo (che, ovviamente, è programmaticamente “istituenza”)

Un accenno in breve: nella comunità degli affetti e delle relazioni umane risiede “il senso” ma non è capace di sussistere/resistere, il suo esito inevitabile è il caos o, come diceva Hobbes, la guerra civile

Si cerca quindi una organizzazione, una “amministrazione”, che si fonderà sul “diritto” cioè l'organizzazione nasce per salvaguardare la comunità (la contrapposizione fra Gemeinschaft o comunità degli affetti vs Gesellschaft, la società amministrativa che ha come scopo principale garantire l'ordine degli scambi commerciali)

Constatiamo però che (almeno nel nostro paradigma) queste due polarità sono in conflitto dicotomico e la società amministrativa Gesellschaft finisce per imporsi come unica polarità egemone negando le ragioni umane della Gemeinschaft che in origine avrebbe dovuto tutelare

Restando nel paradigma non si può uscire da questa conflittualità dicotomica per via “politica” perché, come dicevano Schmitt e Benjamin, il diritto o ordine nasce da un atto di violenza quindi anche un atto di violenza rivoluzionaria non farebbe altro che porre un nuovo diritto restando interamente nella stessa dualità dicotomica del vecchio paradigma

Cioè per quanti sforzi “politici” possiamo fare, a un certo punto ci ritroveremo comunque di fronte al cortocircuito del sistema dovuto appunto alle irrisolvibili aporie su cui si fonda “l'ordine istituito” come lo pensiamo

A questo punto, soprattutto oggi che il conflitto appare definitivamente irrisolvibile, non ci resta che pensare la destituenza radicale

Non dobbiamo pensare in termini di “istituenza” ma di “destituenza” finché non apparirà -nelle stesse parole di Agamben- un terzo elemento che ponendosi fra i due (Gemeinschaft e Gesellschaft ossia diritto e legge, criterio generale del bene comunitario contro potere amministrativo che finisce per imporsi sulle istanze particolari che però sono il senso autentico del comunitario), terzo elemento che romperà la gabbia del vecchio paradigma ormai giunto a esaurimento e che rischia di cancellare il senso stesso dell'idea di “comunità”

Per illustrare la destituenza Agamben fa un interessante parallelo con l'arte dicendo (ma non spiegando, nonostante sia semplice) che la poesia nasce, o si attiva, dalla destituenza del linguaggio logico che usiamo per comunicare dei “concetti”

Non è difficile: “ghiaccio bollente sei tu” dice la canzone ma il ghiaccio bollente non può esistere, eppure o lo dici con l'ossimoro o se lo spieghi razionalmente hai perso la canzone e non interessa più a nessuno

Solo che Agamben non dice, non so perché, a cosa serva questa destituenza dell'arte (“dell'arte” e “nell'arte”)

L'intervistatore greco glielo chiede e lui risponde in maniera un po' strana:

”È una prassi…non è facile destituire [o disattivare] un dispositivo come il linguaggio…”

E quindi? Il greco gli aveva chiesto a cosa serve, non se è facile o difficile

Per cui anche questo post sembra un po' astratto ma in realtà lo è meno di quanto appaia

Ci sarebbe molto altro da dire ma mi limito ad aggiungere che la chiave per capire questo atteggiamento di Agamben è che lui pensa che non ci sia assolutamente più nulla da fare e ci salverà, forse, solo un crollo sistemico (cioè la destituenza massima), unica situazione in cui gli uomini potranno temporaneamente aprire gli occhi per rendersi conto che si può e si deve urgentemente uscire da questo paradigma e iniziare a pensare un “altro” senza precedenti nella storia

 

 


BrunoWald, 3CENT0 e danone hanno apprezzato
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danone
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Ora ho capito cosa significa per Agamben , credo, la destituenza del linguaggio, significa imparare o re-imparare a ragionare con pensiero laterale o divergente, e con destituenza dell'arte intende che bisogna usare diversamente la nostra creatività.

Scrivi Chicxulub2.0

Non dobbiamo pensare in termini di “istituenza” ma di “destituenza” finché non apparirà -nelle stesse parole di Agamben- un terzo elemento che ponendosi fra i due (Gemeinschaft e Gesellschaft ossia diritto e legge, criterio generale del bene comunitario contro potere amministrativo che finisce per imporsi sulle istanze particolari che però sono il senso autentico del comunitario), terzo elemento che romperà la gabbia del vecchio paradigma ormai giunto a esaurimento e che rischia di cancellare il senso stesso dell'idea di “comunità”

 

la contrapposizione fra società amministrativa e comunità degli affetti si supera con un terzo elemento che non è politico ma tecnico-logico.

oggi la società amministrativa impone tutta la sua potenza sopra la comunità degli affetti, attraverso la finanza ed il monopolio della moneta neo-liberista fiat creata dal nulla, fornendo a pochi soggetti usurai un potere faraonico, che impedisce alla solidarietà naturale di diffondersi nella comunità, perchè le dinamiche economiche e di lavoro, imposte dalle regole attuali di emissione monetaria, producono un a dinamica predatoria di tutti contro tutti, che è impossibile eludere, pena la fuoriuscita dal sistema stesso e quindi la povertà e l'indigenza.

E' a causa di questo aspetto tecnico-amministrativo di creazione monetaria, che è uscito dal controllo democratico e dalla logica oggettiva, che nascono gli enormi rapporti di forza fra un piccola casta di banchieri-usurai e le popolazioni, che vengono predate e parassitate del plus-valore che se distribuito equamente, garantirebbe giustizia e solidarietà.

Per ripristinare l'equilibrio fra i due aspetti del convivere sociale, è necessario riformare la moneta stessa e le logiche arbitrarie e fraudolente della sua attuale creazione ed immissione nel sistema economico, affinchè la società amministrativa che è la finanza, si ridimensioni e ritorni ad essere in funzione del benessere della comunità e non il suo aguzzino.

Se ci immaginiamo in un sistema dove ognuno può auto-emettere la propria moneta dal proprio conto personale a costo zero, scambiandola all'interno di un sistema che registra la contabilità del dare/avere di ogni attivtà economica, in modo tale che i debiti si pareggino con certezza e regolarità, ci libereremo finalmente dagli usurai monopolisti della moneta, che stanno gestendo e corrompendo tutta la società amministrativa e politica, ed indebitando la comunità.

Avremo così un nuovo sistema che tecnicamente garantisce di data di mantenere l'equilibrio fra la sfera sociale e quella individuale, poichè scomparirebbe il potere della finanza attuale, che si basa sulla creazione di capitali dal nulla, indebitando tutti.

Ovviamente il mezzo di scambio auto-emesso non deve più essere considerato un valore convenzionale falso, quindi bisogna considerarlo alla stregua di una semplice unità di conto, ovviamente agganciata ad una misura del valore, che diventa un riferimento comune, e utilizzare le unità di conto come informazioni contabili, che registrano sui conti dei contraenti dello scambio, il passaggio di proprietà di un bene o di un servizio, di un valore corrispondente alle unità di conto necessarie per realizzare lo scambio stesso.

Ma credo che Agamben, come quasi tutti, non capirà la validità di questa proposta, peccato.

 

Questo post è stato modificato 1 anno fa 2 volte da danone

BrunoWald
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@danone

Il problema, penso, non sta nella validità della tua proposta, ma nel fatto che l'emissione di moneta è sempre stata associata alla sovranità per una ragione ben precisa: il valore della moneta stessa è garantito dalla spada. Ciò significa che senza la forza non è possibile alcuna emissione, a meno di non mettersi d'accordo in qualche comunità chiusa e separata dal resto del mondo, come Macondo di Gabriel García Márquez.

In termini concreti: se un numero sufficiente di persone adottasse la tua proposta e ne dimostrasse la validità, rendendo possibile una convivenza armoniosa ed equilibrata tra persone che collaborano al bene comune con mutuo vantaggio, non appena il loro esempio rischiasse di diventare un pericolo reale per gli usurai, ci cadrebbe addosso un battaglione di mercenari tipo Black Water a farci fare la fine dei catari. I bovini ruminanti apprenderebbero al tg che è stato appena sgominato un pericoloso gruppo terrorista e/o setta satanica che produceva droga, sequestrava bambini per lavare loro il cervello, ed eseguiva attentati e uccisioni in giro per il mondo.

Morale della favola, a mio modesto avviso: tranne forse in qualche isolata valle alpina o foresta tropicale, nessun nuovo paradigma sociale sarà praticabile prima di aver sterminato fino all'ultimo usuraio, insieme ai loro servi e cani da guardia. E poiché quest'ultima eventualità è meno realistica di un sogno ad occhi aperti, la vedo obiettivamente dura.


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danone
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Bruno bisogna pensare laterale :-))

quello che hai scritto è possibile, ma se lo dai per scontato non farai mai niente.

Ogni nuovo organismo sociale, come gli organismi biologici, nasce piccolo e fragile, poi si nutre e cresce, fino a quando diventa grande e grosso e se la può giocare con tutti.

Tieni presente che la forza degli usurai non è nel loro numero e neanche nella convenienza del modello che impongono, essendo un modello schiavistico e predatorio.

La vera difficoltà del cambio di paradigma è riuscire a portare avanti le cose nel periodo iniziale, in cui si è in pochi e sgarrupati, ma se il nuovo modello, a differenza del vecchio che deve ingannare strutturalmente, poggia su basi di oggettiva giustizia e verità, e se porta vera convenienza, allora è possibile che cresca, gestito e difeso da tutti coloro che lo usano e lo partecipano. 

Che poi da che mondo è mondo è così che si crea comunità, attraverso l'auto-gestione e la difesa collettiva di un bene comune

Questo post è stato modificato 1 anno fa da danone

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LuxIgnis
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@Brunowald

Non c'entra molto direttamente con la moneta ma con quello che dici in generale. Pochi conoscono la fantastica storia dell'"Isola delle rose":

https://www.rivieraromagnola.net/rimini/isola-delle-rose/

C'è anche un film che ne parla raccontando la storia: non un filmone ma gradevole.

È una storia incredibile. In poche parole un tizio negli anni '60 costruisce una piattaforma al largo della costa adriatica, fuori dalle acque territoriali italiane e ne fa uno stato indipendente, con tanto di moneta, francobolli, istituzioni.
Fu certamente una goliardia, senza neanche grandi pretese. La piattaforma ospitava 3 persone ed era grande sui 400 metri quadrati. Eppure lo stato italiano si mosse in fretta e in pochi giorni la occupò militarmente e dopo poco la distrusse con l'esplosivo.

Pensate come si muoverebbe lo stato se ci fosse un qualcosa con pretese più serie e con molte più persone. Se lo stato lo ritiene pericoloso non esiterà un attimo a fare in modo che sparisca dalla circolazione. Le comunità vengono tollerate (ce ne sono in giro) finché non sono pericolose e rimangono comunque nei confini istituzionali dell'ordinamento statale.


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BrunoWald
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@danone

Gli organismi nascono piccoli e fragili, e sopravvivono perché protetti dai genitori. Un orfano sperduto nel paese degli orchi non farebbe molta strada: che è più o meno una metafora della nostra situazione. Immagina, per fare un esempio a caso, una comunità che implementasse un circuito economico virtuoso nel territorio controllato da una cosca: dopo i primi campi o magazzini incendiati, e qualche sfigato sciolto nell'acido, si rientrerebbe nei ranghi con la coda fra le gambe. Con lo stato - e gli usurai - vale esattamente lo stesso principio.

Non è che dia per scontate queste cose: è che chi detiene il potere se ne fotte delle basi di oggettiva giustizia e verita, e impone semplicemente la sua legge.

A quanto ci è dato sapere dall'archeologia, nel neolitico fiorirono ovunque comunità sempre più prospere e popolose, e non dubito che molte di queste, all'inizio, si ispirassero a principi simili a quelli che proponi anche tu. Ma la natura umana ha finito per prevalere, si impose una dinamica in cui i gruppi più grandi e forti schiacciarono ed espropriarono quelli più piccoli. Alla fine, coloro che ebbero più successo come assassini e schiavisti crearono i primi stati.

Vale sempre la pena di provare nuovi cammini, se uno se la sente, anche se a ben vedere non c'è nulla di nuovo sotto il sole. Ma sono d'accordo con Agamben sul fatto che probabilmente non ci sia nulla da fare, in assenza di un crollo sistemico. In definitiva, sento una certa invidia per i cacciatori del paleolitico superiore e le loro culture sciamaniche: probabilmente è stato l'unico periodo in cui l'umanità ha conosciuto qualcosa di simile alla felicità.


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