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Burkini Bikini e vittorianesimo di ritorno


Stodler
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UAAR - Il velo sui valori in gioco

A: Se non sottintendesse questioni ben più pregnanti e complesse, che sembrano però passare in secondo piano, l’odierno e pompato dibattito sul burkini sì - burkini no starebbe benissimo nell’elenco dei classici tormentoni estivi. Dai consigli antiafa, alle diete lampo, ai bollini sulle autostrade.

R: È proprio il caso di dirlo, una classica lettura da spiaggia! Ho personalmente sentito persone intelligenti definire il dibattito sul burkini “un’arma di distrazione di massa”. Purtroppo non è così: è anzi il caso che sta portando alla luce molti temi che si era cercato di nascondere sotto il tappeto. Da questo punto di vista, è benvenuto.

A: A guardarlo così, il burkini a me personalmente fa lo stesso identico effetto dello scomodo, incongruo e fronzoluto bikini che vedo imporre alle bambine dai due anni in poi sulle nostre spiagge. Una sorta di maliziosa e ipocrita pudicizia che rivela una paradossale impudicizia di fondo e che guarda caso colpisce, quale che sia la latitudine, il cromosoma xx in quanto tale.

R: Un po’ come le pecette sui cartelloni dei film porno, negli anni ’70. C’è anche questo elemento, nel dibattito in corso. A me è particolarmente piaciuta la provocatoria proposta di Caroline Fourest di rispondere praticando il nudismo di massa. http://www.marianne.net/caroline-fourest-face-au-burkini-optons-nudisme-100245094.html Uomini e donne insieme, beninteso. Un altro aspetto che non viene evidenziato è il retroterra del burkini: un marchio commerciale proposto ormai non solo alle musulmane, ma a tutte le donne che vogliono “sentirsi alla moda”. Veicolando in tal modo un vittorianesimo di ritorno di cui non si sentiva la mancanza.

A: Retroterra recentissimo, infatti, così come modernissimi i materiali utilizzati.
http://www.askanews.it/esteri/burkini-la-stilista-che-l-ha-creato-non-e-simbolo-d-oppressione_711881422.htm
Lycra e integralismo modaiolo. Ed è proprio questa sorta di reflusso, una gigantesca ernia iatale reazionaria, che meriterebbe di essere analizzata più a fondo, non limitandosi alla facile comparazione delle foto delle spiagge di ieri e di oggi di molti paesi, compreso il nostro. In ogni caso non occulta i lineamenti di chi li indossa, a differenza del burka vero e proprio. Che “mostrare il volto sia dovere sociale” infatti, per usare le parole della Merkel, mi sembra onestamente scontato. http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/19/burqa-merkel-frena-lintegrazione-si-a-divieto-parziale/2982939/
Come non entrare con il passamontagna alle poste o con il casco in farmacia.

R: Ma il casco non è un simbolo religioso. Il fattore ‘R’ https://blog.uaar.it/2016/08/19/il-fattore-r/ consente alle religioni e ai suoi fedeli privilegi sconosciuti ad altri. In Italia le suore e le musulmane possono velarsi il capo sulla carta d’identità, ma è un privilegio riservato a chi lo giustifica con la fede. Sono i frutti avvelenati dell’accomodazionismo, nato per proteggere le minoranze ma che è finito per proteggere cristianesimo e islam.

A: Beh dai, in qualche paese europeo anche i pastafariani e i loro scolapasta. http://www.corriere.it/cronache/11_luglio_13/scolapasta-in-testa-burchia_bdcd2f64-ad24-11e0-83b2-951b61194bdf.shtml Che, con irridente goliardia ben evidenziano il raccolto di quei frutti avvelenati ai quali ti riferivi. In ogni caso, alle Olimpiadi il burkini continua a sembrarmi del tutto fuori luogo. E anche in netta contrapposizione con la miriade di norme che regolano il ferreo dress code di ogni disciplina e di tutta la competizione in generale. Puoi gareggiare in mutande ma non puoi salire sul podio se non hai i pantaloni lunghi, per dirne una. Alcuni costumi sono stati oggetto di polemiche perché pericolosi o al contrario troppo facilitanti ma, se è in gioco l’eccezione religiosa, poco importa che si facciano competere atlete con palandrane improbabili. E che, mi sembra evidente, oltre ogni possibile altro aspetto e considerazione, penalizzano e non di poco la performance sportiva. Mettete un burkini a Simon Biles e ne riparliamo.

R: Vale quanto sopra. È probabile che le atlete egiziani fossero comunque poco performanti, ma in tal modo si sdoganano valori che con lo sport non hanno niente a che fare. Il problema è del resto istituzionale: alle Olimpiadi è addirittura all’opera un comitato interfedi, https://cruxnow.com/global-church/2016/08/15/brazils-african-faiths-beat-back-attempt-exclude-olympics/ ovviamente inventato a Torino.

A: Sarà che sono refrattaria alla logica del meno peggio, ma la contro argomentazione semplicisticamente feliciotta dell’“Almeno adesso possono... che bello!” ha il suono di un insulto. Quote rosa (di pelle scoperta).

R: La presidente dei giovani musulmani ha infatti risposto in questo modo, denunciando la negazione di un diritto. Come se vietare la poligamia (altra rivendicazione di questi giorni) significasse negare a una donna maggiori possibilità di trovare un marito. Remona Aly, sul Guardian, https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/aug/15/five-reasons-wear-burkini-annoy-french-cannes-mayor-muslim ha addirittura invitato a indossare il burkini per “celebrare una liberazione”. Curioso che le donne musulmane non abbiano invece mai molto da dire sulla sottomissione di genere vigente nell’islam. Del resto, islam significa “sottomissione”: in qualche modo sono coerenti.

A: L'immagine che a non pochi maître à penser della nostra cosiddetta sinistra ha messo tanta allegria, “tanti colori e tante culture” (tra il folklore e il pittoresco, insomma) delle giocatrici di beach volley, due in bikini due modello spedizione polare, a me continua a sembrare una violazione quantomeno termica dei diritti umani.

R: È uno dei due corni del delirio comunitarista. È la posizione di chi vorrebbe che gli africani girino per sempre seminudi, perché così anche i suoi figli potranno in futuro mostrare agli amici foto esotiche. Il ghetto valorizzato come attrazione turistica. Come il caso-Capalbio, fa tutto molto gauche-caviar.

A: Non che a destra vada meglio; un altro po’ e le vorrebbero tutte nude per principio, se islamiche. http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2016/08/17/burkini-mozione-lega-per-vietarlo_78ecb242-7418-4c8b-be4f-5b350a26cc2b.html
Perché non si impongono simboli religiosi. Che non siano crocifissi o presepi, ovviamente.

R: La destra, per giustificare i privilegi che concede alla propria religione, deve necessariamente applicare due pesi e due misure. In questa contrapposizione viene sempre meno preso sul serio l’universalismo: sia nel senso di uguaglianza di tutti davanti alla legge, sia nel senso di diritti condivisi che dovrebbero costituire il minimo comun denominatore del vivere insieme.

A: Eppure il cortocircuito c’è o quantomeno è pericolosamente vicino e latente. Illiberale vietare il burkini, a mio avviso, così come è illiberale per contro vietare il topless, checché ne pensino le donne di Comunione e Liberazione, favorevoli al primo ma non al secondo (strano).
http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/08/21/burkini-piu-sensato-del-topless-le-donne-del-meeting-di-cl-contro-i-divieti/553844/ E ancor più nel complesso è illiberale e condannabile il restringere, sulla base poi dell’ordine pubblico, concetto pericolosissimamente elastico e strumentalizzabile, l’ambito dell’autodeterminazione dell'individuo sul proprio corpo, in generale. L’ambito dell’abito, nello specifico.

R: Un’altra delle favole che gira è che le ordinanze francesi siano basate sul principio di laicità, anziché su quello di sicurezza come invece è in realtà. Al contrario, la laicità è basata su altri principi: l’autodeterminazione, appunto. Ma anche l’uguaglianza. L
e religioni – pressoché tutte, anche se con modalità diverse – discriminano le donne. È un problema che le istituzioni perseverano cocciutamente a non voler vedere: vogliono sembrare laiche e, nello stesso tempo, favorire le religioni. Una quadratura del cerchio di cui la vicenda-burkini sta palesando l’insensatezza.

A: Esattamente il punto cruciale di tutta la questione. Illiberale vietare, ma quanta dose di autodeterminazione e libertà c’è, al contrario, nello scegliere il velo, il burka, il burkini? C’è tout court libertà di scegliere? Quanto è labile e tagliente il confine tra il volere e l’essere costretta a volere? Non parlo dei paesi islamici, parlo delle spiagge vip dal divieto facile del nostro occidente. Quanti e quali diritti ha una donna musulmana, oltre a quello di essere, per l'appunto, musulmana?

R: Il New York Times ha accusato le autorità francesi di paternalismo, http://www.nytimes.com/2016/08/19/opinion/frances-burkini-bigotry.html perché vorrebbero dire alle donne come si dovrebbero o non dovrebbero vestire. Ma non ha speso una parola per denunciare i tanti padri che battono le loro figlie perché si rifiutano di indossare il velo. La libertà, per essere tale, deve essere liberamente esprimibile: se sono d’accordo sul fatto che, andando in spiaggia, le donne musulmane potrebbero avere qualche chance in più di entrare in contatto con idee diverse, resta il fatto che ciò è precluso (talvolta duramente) all’interno della famiglia. Nelle comunità musulmano si passa per radicali quando ci si toglie il velo, non quando (nel caso degli uomini) ci si fa crescere la barba e si comincia a chattare con qualche jihadista.

A: Senza voler entrare nel difficile dibattito su identità e fede, quanto uno stato che si dice laico può o deve incidere? Quanto l'integrazione tanto nominata, sempre che sia necessaria e necessitata, si costruisce su divieti che giocoforza irrigidiscono tutte le posizioni in gioco, o al contrario su permissività di facciata, su diritti speciali e contingentati, che finiscono per quando non creare quantomeno spesso proteggere ghetti etnico-religiosi sempre più serrati? L’immagine dei poliziotti francesi che obbligano una donna a spogliarsi (levarsi strati di tessuto, ma l'effetto resta quello) è integrazione, imposizione di civiltà o sopraffazione?

R: Non è integrazione passare dal velo al topless, ma non lo è neanche lasciare che alla porta accanto si violino diritti umani – basta che tengano il volume abbassato. Se si “crede” realmente che i valori proclamati dalle Costituzioni europee siano da tradurre in pratica senza soluzione di continuità. Se si vuole realmente formare individui consapevoli, si deve allora dire senza troppi giri di parole che – per esempio – i veli sono simboli di sottomissione della donna, che le religioni trattano diversamente donne e uomini. A cominciare dalle scuole per proseguire sui mezzi di informazione. Capita invece che ogni critica all’islam sia tacciata (anche autorevolmente) di “islamofobia”. Non si dà spazio alle donne musulmane che si tolgono il velo, o che addirittura abbandonano la fede, né si parla dei rischi a cui vanno incontro. Però siamo ormai a un bivio. Negli anni ’70 la maggioranza delle musulmane andava a capo scoperto, mentre gay e lesbiche dovevano nascondere il loro orientamento sessuale. Oggi c’è il matrimonio omosessuale (anche se non da noi) e non si sono mai viste così tante donne velate. È un confronto a puro titolo di esempio, ma non possiamo far finta che non vi siano pezzi di società che prendono direzioni opposte e persino antagoniste. Soprattutto, non possono non tenerne conto i musulmani. Pena la legalizzazione dei ghetti e la ghettizzazione delle leggi. E non è solo un gioco di parole.

Raffaele Carcano e Adele Orioli

(26 agosto 2016)

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/08/26/uaar/


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MarioG
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Oh noooo. Stodler e'ancora nel CDA (Congregazione per la Dottrina dell'Ateismo)!
Ma dopo tutto questo battere un colpo al cerchio e uno alla botta, qual e' la conclusione dell'articolo?
Via il burkini e via i mariti delle burkinate?


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e il burkinafaso lo facciamo entrare lo stesso in discussione? 8)


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GiovanniMayer
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Il burkini non è un vero problema, personalmente sono anche d'accordo sui motivi di fondo che ne rendono così popolare l'uso, così come il velo e un certo tipo di abbigliamento...per così dire: poco sexy.
Il problema grosso, anzi, enorme, è il fatto che i vari burkini, veli e quant'altro, rappresentano una cultura diversa. Cultura che, finché resta molto discreta, può essere accettata o sopportata dalla cultura dominante di una Nazione, ma quando esce dalla sua discrezione e prende troppo campo, o comunque la cultura dominante ne ha questa percezione, diventa un problema e la cultura dominante indigena, sentendosi minacciata nel suo monopolio, comincia ad osteggiarla.
Il burkini é un pretesto, sarebbe un problema di pari entità anche qualsiasi altra usanza diversa da quelle della cultura dominante che prendesse troppo piede.
Giusto? Sbagliato? Non so.
La mia opinione è che una cultura ospite dovrebbe autolimitarsi, se non altro, per rispetto della cultura ospitante, in caso contrario sarebbero auspicabili limitazioni a norma di legge (anche ad hoc) di tutte quelle manifestazioni di diversitá che prendessero troppo campo.
Tutto questo, tenendo conto che ormai è quasi impossibile limitare gli ingressi a cifre non da invasione, sarebbe una forma sacrosanta di protezione culturale che non lederebbe alcun diritto umano di base degli ospitati, invitati o auto-invitati che siano.
Edit:
C'è da dire che il burkini finora non è un problema che ha preso troppo piede, lo stanno facendo diventare tale i mass media cosiddetti mainstream.
Ma il discorso precedente, che non è riferito solo all'immigrazione, ma anche, per esempio, alla cultura diversa cosiddetta LGBT, non cambia. Anzi...


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PietroGE
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Articolo quanto meno confuso e inconcludente :

-La prima violazione dei diritti umani è l'immigrazione che non è stata approvata da nessun popolo europeo, ma anzi, che è stata imposta con la forza. Chi dissentiva è stato sempre criminalizzato.

-La classe politica, in gran parte di sinistra, che ha favorito questo disastro, non sa più a che santo votarsi e ora fa finta di accettare il burkini come moda (mentre è un simbolo religioso) oppure impone una laicità che non ha senso e che va contro le identità di tutti, autoctoni e immigrati.

-Ancora più disastroso è il tentativo di immischiarsi negli affari interni di una religione, cercando di imporre la lingua nella quale i sermoni devono essere pronunciati, il loro contenuto oppure le scuole di formazione degli iman. Come se qualcuno pensasse di andare a dire al prete, o al rabbino che cosa deve dire durante l'omelia.

-Quello che la classe politico-intellettuale-mediatica non vuole ammettere è che L'INTEGRAZIONE È FALLITA, e, con essa è fallita la società multiculturale. Ed è fallita non solo in Europa ma in tutto il mondo cosiddetto occidentale.
Il problema è che non si vuole o non si può prendere atto di questo fatto perchè le conseguenze sono troppo brutte da contemplare. Notare come queste problematiche non sono mai discusse nei media, ci si limita a parlare a favore o contro il burkini proprio perchè si deve tacere sul retroterra.

-L'accenno alla destra che favorirebbe il cristianesimo contro l'islam è veramente ridicolo. I nostri eroi di Micromega dovrebbero ricordare che questo Paese non è un albergo, come loro vorrebbero che sia. E non ci diventerà, come i musulmani hanno fatto capire ormai più che chiaramente.


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olmo
 olmo
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Riflessioni di due servi che discutono su come convivere con due padroni che menano e scegliere chi lo fa meglio.


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Stodler
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Forse non si è ben capito che questo dialogo è solo un modo per far emergere i problemi dietro un argomento come i burkini.

In ogni caso vorrei ricordare che l'UAAR è contro il multiculturalismo. Per ovvie ragioni.


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olmo
 olmo
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Forse non si è ben capito che questo dialogo è solo un modo per far emergere i problemi dietro un argomento come i burkini.

In ogni caso vorrei ricordare che l'UAAR è contro il multiculturalismo. Per ovvie ragioni.

La questione è molto semplice: c'è una cultura "ospitante" ( che in realtà è stata costretta per paura e per conformismo ad un èlite di mentecatti ad "ospitare" ) e gli "ospiti" che invece di levarsi di torno se l'ambiente non li aggrada approfittano dello spappolamento culturale generale per ergersi a vittime e scroccare diritti!
Se si chiedesse DA DOMANI alle persone "ospitanti" di decidere ( l'odiato popolo! ) le cose sarebbero più semplici.


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GiovanniMayer
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gli "ospiti" che invece di levarsi di torno se l'ambiente non li aggrada approfittano dello spappolamento culturale generale per ergersi a vittime e scroccare diritti!

Questa è bella.
Me la segno 😀


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Jor-el
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cut

-La prima violazione dei diritti umani è l'immigrazione che non è stata approvata da nessun popolo europeo, ma anzi, che è stata imposta con la forza. Chi dissentiva è stato sempre criminalizzato.

cut

Esatto. Inoltre le leggi che regolamentano l'immigrazione - che nessuno ha mai abrogato - sono ogni giorno ignorate in nome di una stato di necessità totalmente inventato.
Attenzione, però, quelli che promuovono l'immigrazionismo non sono nè stupidi nè imbelli, e sanno benissimo che pesci pigliare. Sono gli stessi che hanno voluto la libera circolazione dei capitali e ora ne stanno godendo i frutti.
Per quel che riguarda a sinistra, non è da oggi che essa si abbandona all'estatica ammirazione dell'intelligenza e della potenza "rivoluzionaria" del Capitale...


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