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Fiorellini per... La prigione ideale


GioCo
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La faccio molto breve che per questo argomento ci vorrebbe la Treccani ma ultimamente è meglio evitarla. Non pare tanto in salute a causa di interventi Woke molto poco svegli e per l'infausta pressione di certi ministeri che hanno della cultura la stessa idea che aveva Attila della terra ("terra" è affine all'etimo "cultura"): dove passa non rimane niente. 🙄 

Cos'è la libertà? Tema-one bomone sparone! Ecco per me la libertà è quella che sai di non avere. Perché puoi stare in un prato libero ma se pensi che il tuo spazio è di 2 metri quadrati, te lì stai e brucherai entro quello spazio. Fisicamente nulla ti limita, a parte l'idea che il tuo spazio sia quello ed è "meglio" se ci rimani. Quindi il limite è autoimposto.

Ora, c'è da distinguere bene bene una proprietà della Mente dalla menzogna che la mente ci fa subire. La menzogna non sta nel limite autoimposto in sé, che fa parte di un processo inscindibile, un meccanismo proprio della struttura del pensiero di cui non si può fare a meno, ma nell'altro termine: "meglio".

Quando sgrido il bambino che scappa e corre senza "pensare" alle conseguenze e in ambito urbano rischia di finire sotto una macchina, sto effettivamente limitando la sua libertà, sto cercando di impiantare nella sua Mente delle istruzioni (norme sociali) che servono alla sua incolumità. La mia rabbia serve a indicare al bambino l'importanza vitale e l'amore che ho per lui, cioé il bene che voglio a lui (il suo, esclusiviamente il suo, non il mio) e ciò mi spinge ad arrabbiarmi. Il bambino lo avverte distintamente. Avverte (ad esempio) che non mi arrabbio per la figura di m...a che mi fa fare o perché è un discolo. Perché altrimenti non faccio bene il mio mestiere di genitore e non trasmetto al bambino l'importanza del codice comportamentale e del mio velergli bene ma "l'efficacia" relativa del mio egocentrismo, che "tradòtt" si può intendere come "io so io e tu -bimbominchia- non sei un ca%%o". Se funziona e le botte (più o meno fisiche) hanno efficacia sulla Mente del bambino è molto probabile che quel "bimbominchia" (costretto a seguire le volontà adulte senza un preciso perché) intenda poi la forza bruta da adulto come metro "corretto" per imporsi sugli altri a prescindere dalla bontà della sua imposizione.

La dinamica al solito è tipicamente emotiva, riguarda la "fisica" emotiva che da un senso alle cose e quindi plasma, modella comportamenti.

Bene, se però tu stai entro quei due metri nel prato libero questo non configura in sé un limite alla libertà, per ciò che abbiamo detto circa il limite auto-imposto. Può essere invece un atto coerente con la situazione, ad esempio quei due metri sono privi di pericolo e ci consentono di difencerci meglio dai pericoli che possono emergere dalla brughiera, ivi acquattati per ciò "invisibili" e pronti ad aggredirci in qualsiasi momento. Ovviamene avrebbero un vantaggio se ci trovassimo a correre tra le ignote e sterminate vastità dell'erba alta e dal momento che conosciamo bene e possiamo conoscere bene solo quei miseri due metri. Possiamo per ciò chiamare questi due metri "casa" e difenderli con le unghie e con i denti. Per una proprietà transitiva, diciamo, la "casa" acquista così lo status di "habitus", cioè luogo dove tendiamo a rimanere. Questo però non codifica alcuna "obbligatorietà" in sé, non ci confina cioè in quel luogo sapere e pensare che quel luogo sia la nostra casa e sia bene difenderla.

Fuori di metafora: sapere che non posso correre dove voglio, non mi impedisce ne di correre ne di attraversare la strada anche correndo.

Per questo, esattamente per questo è così scivoloso parlare di libertà. Perché se pensi che quei due metri siano la tua casa quando invece sono una prigione... Ecco è bene approfondire se no è molto facile fare confusione.

Al solto e prima di proseguire, avviso il mio paziente lettore che non seguo un principio di verità, non mi interessa, non la tratto e non lo spaccio. Ciò che faccio è semplicemente proporre punti di vista altamente coerenti, cioé inscritti in un quadro più generale possibile (per lo scrivente) di relazioni tra loro coerenti. Tutto qui.

Il problema allora non sta fuori, nei due metri, ma dentro e per come intendi la libertà. Se indendi ad esempio i due metri come un limite invalicabile "perché di sì", allora "Houston abbiamo un problema". Cosa arroga a me il diritto di dire che la tua "non è libertà" ma una prigione?

Ecco questo è il grosso problema che ci fa discutere da millantamila anni. Perché se ci si limita al verbo, alla parola, concerne il parere, l'opinione e quindi diventa una questione di opinionismi. Da qui tutto il casino a partire dalla fonte e dalla fiducia: devo avere una fonte di fiducia. Può essere la chiesa o uno perfetto sconosciuto che parla in TV poco importa, tanto non dominano le regole del calcolo ma quelle del pathos. Devo avere qualcuno di esterno e quindi devo avere un chiaro segno, tangibile, materiale che mi dica dov'è il limite, perché diventa in sé e per sé tutto ciò che ha importanza e nel prato libero appare così un recinto spinato che ha una funzione precisa: non serve a impedire a ciò che sta fuori di entrare ma a me di uscire con la postilla che ce lo metto apposta e per questo motivo.

Serve a ricordarmi che non posso uscire. Come un appunto sul diario insomma.

Noterete che tutto questo non ha niente a che vedere con ciò che può essere detto o scritto da qualcun altro. Ognuno è "obbligato" a diventare giudice di se stesso e solo il grado di sincerità che ha per se stesso diventa il limite. Sincerità che lo porta a vedere ciò che ha fatto: non ha prodotto recinti per difendersi da minacce esterne, ma per impedire a se stesso di essere una minaccia per gli altri.

Per fare questo passo, emotivamente parlando, ce ne vuole per ciò per forza un altro prima. Bisogna essere martellati di continuo dall'idea che "le persone siano delle merde". In altre parole è fondamentale la svalutazione dell'Uomo in quanto Uomo. Ciò che è umano, cioè il fare dell'Uomo, è per ciò intrisecamente malvagio e produce comunque schifo. Si spinge cioé sulla componente della paura per tralasciare quella del "bene per il prossimo" intesa come amore e in antitesi alla paura. Si traduce "bene per il prossimo" una trasmissione di paura. Per il tuo bene ti picchio selvaggiamente (o comunque ti minaccio creativamente) al fine di importi un limite (del tutto arbitrario) che ritengo necessario per la sopravvivenza di tutti.

Questo è esattamente "mettere i fiorellini nel davanzale della prigione". Una prigione per la Mente che mente, cioé per idee che servono a creare recinti di contenzione e non di protezione. Chiamano i recinti di contenzione protettivi, perché rovesciano i termini: non servono a proteggere noi dall'ignoto che sta fuori ma a proteggere l'ignoto che sta fuori da noi.

Ovviamente le leggi che sottostanno ai processi emotivi hanno bisogno di una pezza d'appoggio che sta sempre nella sovralimentazione dell'ego. Un ego tronfio, che si concentra sulla magnificenza si può fare con la svalutazione altrui: guarda come sono meglio di te. La nostra è una società tutta costruita attorno alla competizione svalutativa: guarda come sono meglio di te.

La natura non ha esempi simili se non nel gestire la gerarchia entro le organizzazioni sociali. Quindi la competizione svalutativa è una dinamica sociale che crea verticalità, produce individui più importanti selettivamente rispetto a una pletora di individui che sono meno importanti per confronto.

Va bene se non fosse che il suo facile abuso porta a situazioni drasticamente assurde, paradossali, cretine di base. Come invitare il lupo cattivo a prendere il té del pomeriggio e pretendere che stia composto a tavola e si comporti come una vecchia signora dell'800. Fuori di metafora, invitare un investitore compulsivo che trae beneficio dalla speculazione a servirsi delle ricchezze globali e "sperare" che ciò basti (in quanto per noi ovvio e logico, dato che mai pensermo altrimenti) perché faccia il "bene" collettivo di un mercato che "si autoregola" e quando ciò non accade, scusarlo in ogni modo e permettergli di proseguire perché "un errore non è un dramma".

Si sposta il problema dal generale al particolare. Non è questione sistemica, ma è colpa di una singola mela marcia. Peccato che nessuno ci spieghi che a trasformare il cesto in mele marce basta un po' di tempo e non c'è neppure bisogno di lasciarne qualcuna dentro marcia a infettare le altre. Ci pensa "la natura". Nel nostro caso quella emotiva.

Allora, se tu pensi che vivi in libertà, significa solo che vivi in prigione ma siccome l'idea di essere schiavo ti infastidice troppo, allora ti racconti, mentendo a te stesso, che così non é e che tu sei in realtà libero, hai un libero arbitrio e che tutto ciò dipenda unicamente dalla tua forza, da quanto riesci a importi sugli altri. No, non ce l'hai sta libertà e men che meno la forza ma anche se lo dico e lo scrivo poco importa, se il significato è inscritto entro codici emotivi. Tenderai a credere comunque diversamente a prescindere dalle parole che sono qui scritte e dal loro peso.

Se tu invece sai di essere schiavo, solo il grado di consapevolezza di questa schiavitù, quanto riesci a sopportare di vedere in sistesi o se preferisci quanto riesci ad essere sincero con te stesso, ti permette di chiarire di quali gradi di libertà disponi.

Perché in fondo, niente ci impedisce di essere liberi. Niente potrà mai impedirci di essere liberi. Ma le illusioni circa i nostri limiti sono infinite e sempre più radicate in noi, quindi sempre più difficili da affrontare. Quindi tenderemo sempre ad accampare scuse pur di non affrontare l'idea che siamo nati in catene. Non fisiche, ma ideali.

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