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L'ERA DEMONIACA


mystes
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Il daimon non è il demonio: il demonio è una invenzione cristiana

L’era demoniaca si riconosce nella sovversione dei segni. Le parole, improvvisamente, significano il contrario di ciò che sono, sono un abito rovesciato; se preferite, sembrano contenitori vuoti, rimodulano l’eco di chi le pronuncia; specchio contro specchio, infinita insignificanza. Non si tratta di interpretare – affannosa geologia del Novecento –, di smussare i sensi, di sgonfiarli e rigonfiarli a proprio tono, ma di un mutamento di verso: si dice il bene per operare il male, il male è scambiato per un atto di bene. Così, la sanità è presa per salvezza, la morte per vita, la fama, fatua, per genio, il meretricio (la prostituzione) per merito – si va alla guerra, d’altronde, per fare la pace. In questo modo, ogni opinione contraria al dominante è sbeffeggiata, ogni pensiero è iniquo, residuale, grottesco, il non rettilineo è pappa rettiliana, pastura per cretini; l’incomprensione infiamma il pollaio, la mandria, il cui olio, dopo il macello, è necessario a lubrificare i meccanismi di ogni potere. Il dominio passa sempre per il controllo del linguaggio, nella dinamica tra legge ed esaltazione, spot e verità.

Allievo di Giorgio Colli, tra i più importanti studiosi, non solo italiani, della sapienza greca – ha tradotto Eraclito, Empedocle, Zosimo di Panopoli e tutti i tragici; Eleusis e Orfismo, Feltrinelli, 2019 e Negli abissi luminosi. Sciamanesimo, trance ed estasi nella Grecia antica, Feltrinelli, 2021, sono straordinari repertori – Angelo Tonelli, nel suo nuovo lavoro, I Greci in noi (Meltemi, 2023), scava nelle origini di parole cardinali, sacre, che hanno dato la norma al nostro vivere – tecnica, paura, logos, morte, conoscenza – e che ai tempi d’oggi sono dissacrate. I sapienti – da Parmenide a Platone, da Empedocle all’Euripide delle Baccanti – vengono risvegliati da Tonelli per ribellarsi al mondo “in cui l’economia e il calcolo economico sono diventati il non più velato motore e movente della vita consociata: il trionfo del dio-denaro”. Al tempo mediatico, Tonelli sostituisce l’estro contemplativo; all’ottundimento generale, la ricerca personale; alla frustrazione, la quiete, il silenzio e l’isolamento; all’illusione, l’illuminazione. È un libro, questo, fortemente ‘politico’: scritto contro il transumanesimo, “un’involuzione antropologica”, in virtù di una creativa transumanza tra i saperi. Soprattutto, Tonelli richiama alla pratica politica come sapienza, nei solchi delle origini:

“Eraclito come anche Parmenide, Zenone, Melisso, Empedocle, Pitagora, che furono Sapienti impegnati direttamente e ufficialmente nella politica, associarono al massimo il distacco dal mondo sensibile all’unione mistica con ciò che è al di là degli opposti un agire deciso tra gli uomini per modificare la realtà della politica e della storia, sollecitando un rinnovamento interiore, e dunque anche sociale”.

Tenui intenti in un mondo brutale, dominato dagli scaltri, in cui tutti credono di avere ragione?

Di per sé, la parola ragione scardina i consuntivi consueti… L’uomo non è fatto per essere brutalizzato in gregge, non è fatto per il servaggio e una codarda complicità: “uscite dal manicomio reale”, scrive Tonelli, “l’atteggiamento di continua interrogazione e reverente ascolto da parte dell’uomo nei confronti dell’abisso cosmico che lo abita, è il luogo della distanza dall’adesione cieca alle pulsioni di vita e morte… soltanto la speranza dell’insperabile… può guarire la civitas contemporanea dalla sua follia”.

Tra catastrofe e catarsi, abbiamo invitato Tonelli al dialogo.

Estraggo dal saggio uno dei temi ricorrenti: legare, come fu, la prassi politica alla sapienza, onde evitare l’odierno disastro. Cosa intendi però per “sapienza e politica”?

Quando in uno studio sull’Ellenismo si voglia parlare di politica bisogna anzitutto mettere in chiaro cosa si vuol dire con questa espressione. Attività politica per il Greco non è semplicemente l’occuparsi direttamente degli affari dello Stato, ma significa in senso amplissimo ogni forma di espressione, ogni estrinsecazione nella polis della propria personalità. Politico non è solo chi partecipa all’amministrazione pubblica, ma ogni cittadino libero che in un modo o nell’altro ha una sua funzione nella vita della polis, e sopra ogni altro lo è colui che agisce come educatore dei giovani nella città, come il poeta o il filosofo, i quali più di tutti influiscono profondamente sulla formazione della spiritualità della polis. Politiche divengono quindi tutte le attività spirituali dell’uomo, arte religione e filosofia: non è concepibile nel mondo greco un religioso che dalla sua vita interiore sia condotto all’ascetismo, in modo da abbandonare completamente ogni convivenza con altri, come pure non esistono poeti che scrivano i loro versi per la posterità, senza curarsi di influire sulla polis o tutt’al più sui contemporanei”. (G. Colli, Filosofi sovrumani, Milano 2009)

Con queste parole si apre una delle opere giovanili più importanti di Giorgio Colli, che sancisce una volta per tutte come “politica” per i Greci sia riversamento nella vita consociata di una interiorità il più possibile affinata dall’arte, dalla Sapienza, dalla filosofia, dalla spiritualità.

Io penso di esercitare, insieme con pochi altri Ateniesi, per non dire da solo, la vera arte politica, e di agire politicamente solo tra i viventi” (Platone, Gorgia 521d)

Così Socrate nel Gorgia di Platone testimonia che la vera arte politica non consiste nel mestiere del politico, ma nella capacità di incidere sulle interiorità dei concittadini e dei governanti attraverso la pratica della dialettica, ovvero un rimodellamento degli schemi di pensiero e comportamento a partire dalla messa in crisi delle consuetudini mentali e la rigenerazione delle medesime.

E Giorgio Colli così commenta:

Questo pensiero era forse già prima balenato alla mente di Platone, ma che egli non vi avesse insistito si può arguire dal fatto che da un lato non aveva mai veduto in Socrate il vero politico e dall’altro non aveva pensato sé stesso seriamente come un filosofo, appunto perché voleva essere un politico. Ora questo pensiero gli si impone come una luce improvvisa, come la verità che colma l’abisso tra reale e ideale, che placa i suoi dubbi e gli ridà la fiducia; egli aveva fino ad allora aspirato ad essere anzitutto un politico, ma ogni volta che si era accostato agli uomini di stato ateniesi e ne aveva osservato il modo di comportarsi era stato costretto ad allontanarsi da loro ed a ritornare alla filosofia – scegliere l’una o l’altra strada sarebbe stato sacrificare una parte vitale di se stesso – e ora finalmente veniva la soluzione che sintetizzava le due attività, o per meglio dire innalzava la politica alla filosofia. Una chiara conferma di questo stato d’animo di Platone dopo la composizione del Gorgia l’abbiamo dalla Lettera VII, di cui riportiamo questo brano descrivente le sue convinzioni prima di partire per l’Italia: ‘infine venni a riconoscere che tutti gli Stati attualmente esistenti sono mal governati, giacché senza un prodigioso sforzo cui dovrebbe venire in aiuto un caso fortunato, le loro leggi sono quasi insuscettibili di miglioramento. E così non vidi altra possibilità fuorché ascrivere a lode della filosofia che solo partendo da essa la vita dello stato e del singolo potesse essere continuamente posta sotto il punto di vista della giustizia. Il genere umano dunque non sarebbe mai stato liberato dal male se prima non fossero giunti al potere i legittimi e veri filosofi, o i reggitori di Stato non fossero, per divina sorte, divenuti veramente filosofi’ (Lettera VII 326 a-b)”. (G. Colli, Platone politico, Milano 2007, pp. 47-49)

È sufficiente sostituire il termine filosofia con Sapienza, e filosofo con Sapiente per cogliere la profondissima portata rivoluzionaria del gesto di Platone, che trovò nella Scuola Pitagorica e nell’educazione pitagorica il metodo perfetto per la formazione dei politici-filosofi. Mentre a partire da Machiavelli, ma anche molto prima che egli ne delineasse i contenuti e i contorni, la politica è una scienza amorale della dominazione, e tale resta al giorno d’oggi. Per i Greci, o meglio, per i più eccellenti tra i Greci, essa era strettamente congiunta con la coltivazione dell’interiorità, e per poter essere buoni cittadini, e buoni governanti, occorreva essere individui progrediti sulla via della conoscenza, attraverso un’esercitazione metodica, in primis la Sapienza, la filosofia e i percorsi iniziatici.

Aristotele si accosta alla questione della politica da un’angolatura diversa, ma comunque convergente sulla politica come arte della buona consociazione dei viventi attraverso la conoscenza dell’interiorità:

La virtù su cui si deve indagare, è chiaro, è la virtù umana, giacché è il bene umano e la felicità umana che stiamo cercando. Intendiamo poi per virtù umana non quella del corpo, bensì quella dell’anima: anche la felicità la definiamo attività dell’anima. Se le cose stanno così, è chiaro che l’uomo politico deve conoscere in qualche modo ciò che riguarda l’anima, come anche chi deve curare gli occhi deve conoscere anche tutto il corpo, e tanto più, in quanto la politica è più degna di onore e più nobile della medicina: i più valenti dei medici si danno molto da fare per conoscere il corpo. Anche l’uomo politico deve cercare di conoscerla per le ragioni dette, e nella misura sufficiente per quello che stiamo cercando…” (Aristotele, Etica Nicomachea I 13 1102a 26 ss., trad. C. Mazzarelli)

La Sapienza, che è radicamento nel nous o Sé superiore è coltivazione dell’interiorità attraverso pratiche spirituali – di cui i Pitagorici in particolare erano maestri (si pensi alle tecniche di respirazione col diaframma, alla disciplina del silenzio, all’anamnesi, all’incubazione nelle grotte) –, è ipso facto politica. Basti pensare a Parmenide, insieme mistico, iatromante apollineo e legislatore di Elea; a Zenone, che congiurò contro il tiranno; a Melisso, Sapiente eleatico e comandante di flotte da battaglia; a Socrate che tentò di creare cittadini illuminati a costo della sua vita; e infine ai Pitagorici, che furono meditanti, studiosi della natura, musici e amministratori di numerose città in Magna Grecia, per non dire del tentativo di Platone di educare re-filosofi.

A questa visione dobbiamo tornare, per rigenerare cittadinanza e governance nel cuore della crisi della politica e della società in atto.

Altro tema su cui ti chiedo sommariamente di spiegarti. Il logos originario, greco, ha a che fare con la mania, con l’illogico, l’a-logico. Cosa significa?

Ci sono alcune parole chiave all’origine della nostra cultura: physis, nous, logos. La prima viene tradotta di solito con Natura, obliterandone la dimensione anche metafisica (“physis ama nascondersi”, folgorava Eraclito) e appiattendola insieme a degli enti visibili; ma physis è anche e soprattutto Natura Naturans, Origine, matrice invisibile perpetuamente generativa del visibile. Nous viene tradotto con intelletto, spirito, mente, occultandone la connessione etimologica con vedere, che ha la traduzione in intuizione. Per logos le cose si mettono ancora peggio, perché viene tradotto con ragione, ragionamento, quando esso è il senso, ovvero, come il Tao degli Orientali, quel connettivo che contiene in sé gli opposti (così ancora in Eraclito), e dunque proprio ciò che non ha nulla a che vedere con la ragione, che si fonda sul principio di contraddizione e del terzo escluso. Esso è anche verbo e parola, dispiegamento espressivo del Principio. Non può essere ridotto alla funzione di pensiero raziocinante, e può essere attinto in stati di coscienza, come la sacra mania mistica, l’estasi filosofica. irriducibili, appunto, al pensiero raziocinante

La morte è il tabù del nostro tempo: la vecchiaia va osteggiata, levigata, sconfitta. Il naturale è reso artificiale. Perché non dovremmo avere paura della morte?

La paura della morte è un dato naturale, fa parte del corredo della nascita. È anche un potente stimolo a evitare pericoli inutili, e in questo modo si rivela complice dell’istinto di sopravvivenza. Ma del corredo che riceviamo con la nascita è bene non essere schiavi, perché bíos (vita)  non può essere subordinato a zoé, i contenuti e i valori pregnanti della vita piena non possono essere subordinati alla nuda vita, al mero sopravvivere dell’organismo biologico, come è successo nella recente e forse prossima psico-pandemia, che in nome della salvezza da una improbabile morte di tutti ha inchiodato, tramite il terrore alimentato ad arte, le moltitudini alla cieca obbedienza ai diktat di un potere non certo consapevole o benevolo, né tanto meno illuminato. La paura di morire ha indotto i più a rinunciare a vivere in bios, e a mortificarsi nella pura salvaguardia di zoé. Con somma gioia del potere globalista e trans-umanistico che ha tutta l’intenzione di imporsi seguendo questa pista, in direzione di una falsa sicurezza, e di una sanità falsa e mercificata.

La morte, con la sua ferocia, ci convoca ad attrezzarci di strumenti interiori, sapienziali, meditativi, concettuali, lungo la via tracciata dai vertici spirituali d’Oriente (i Veda, le Upanishad, il Taoismo, il Buddhismo) e d’Occidente (l’Orfismo, Eleusi, Pitagora, Parmenide, Eraclito, Socrate, Platone). Quando Eraclito scrive “una sola cosa dentro di noi vivente e morto” allude alla sussistenza in ognuno di un Sé profondo, che dimora al di là del nostro apparente, spaziotemporale, essere vivi o morti: c’è un mortale in noi in cui possiamo radicarci attraverso la Sophía “spartita nelle viscere”, per dirla con il Sapiente-sciamano Empedocle. Il delirio modernista, nella forma depravata dell’Immortalismo, affida il superamento della paura di morire alle magnifiche sorti e progressive della ibridazione uomo-macchina, spacciata per una, sorta di ambrosia. La paura della morte abita in tutti, ma non è inevitabile esserne schiavi a tal punto di subordinare a essa la nostra serenità e la nostra libertà. Questo però dipende da quanto vogliamo impegnarci sulla via della Sapienza a livello individuale e collettivo.

“Fare poesia e soprattutto vivere poesia”. Giorgio Colli, il pensatore “terribile”

Politica culturale

Che ruolo dovrebbero avere i poeti nel percorso sapienziale che proponi, che senso hanno?

La poesia è completamente svincolata dalle leggi del mercato, e dall’economia: non si vendono libri di poesia, o se ne vendono troppo pochi per poter pensare di vivere scrivendo poesia. Ergo i poeti sono gli artisti per definizione sottratti all’egida del dio denaro e ai compromessi che la vita economica implica: non devono compiacere moltitudini a fin di lucro. Se per di più si liberano dal desiderio narcisistico della gloria, che per altro oggidì viene loro ampiamente usurpata dai cugini ibridi i cosiddetti cantautori, ecco che possono tornare a essere quei non visibili legislatori del mondo, neo-platonicamente buoni, ovvero connessi con il Bene-Uno: veggenti, profeti e fustigatori della deriva spirituale, animica, emozionale che il Moloch transumanista vorrebbe imporre alla polis globalizzata. Siano dunque ribelli, i poeti, impugnino le armi della rivolta pacifica e irriducibile, a cavallo tra due mondi, siano martiri indomabili di Muse vertiginose e trasgressive.

Dove dovremmo porci, dunque: alla luce di Dioniso, nei solchi dei vagabondaggi di Lao-tse? Come fare di una ricerca personale – disordinata, forse, di troppi studi e poca pratica – una prassi comunitaria?

Domanda fatale. Non vedo risposta lineare, ma il senso di un fluido work in progress radicato in innumeri psychai in cammino verso illuminazioni e stabilizzazioni delle coscienze nel Sé profondo, qualunque sia la via percorsa dai singoli. L’antica umanità nuova cova nel profondo, e brilla soffusa anche nella deriva. Chissà che non ne sgorghi una fonte rigeneratrice, che diffonda i suoi rivoli in una meta-polis degli spiriti già vigente nell’etere, e pronta a catalizzarsi in una multi-versa comunità di intenti e azioni, nell’arco dello spazio tempo che ancora ci è concesso.

Mystes

Testo ridotto e adattato dall’originale a cura di Mystes:

https://www.pangea.news/angelo-tonelli-greci-transumanesimo-intervista/


BrunoWald hanno apprezzato
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