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I nuovi nomadi


MatteoV
Reputable Member
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Post: 251
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Nel 2014 per la prima volta il numero di emigrati italiani ha superato quello di immigrati stranieri nel nostro paese. Il fenomeno dell'emigrazione di massa non è certo una novità assoluta per l'Italia; essa ha segnato l'industrializzazione della Penisola fino agli anni '50. Con lo sviluppo economico degli anni '60 e '70, la crescita del reddito nazionale, l'affermazione come potenza industriale mondiale e l'acquisizione di tutele giuridiche e sindacali per il lavoro, sembrava essere un fenomeno definitivamente tramontato. Gli anni '90 invece vedevano l'inizio di un altro fenomeno, pressoché inedito per il nostro paese, che diventava terra di destinazione di immigrati stranieri, i quali cominciavano ad approdare sulle nostre coste.
Il nuovo secolo ha visto invece l'emigrazione ricomparire e il “saldo” (differenza tra “entranti” della popolazione attiva, autoctoni o stranieri e “uscenti”), alla metà di questo decennio, è ormai negativo. Certo, l'emigrazione oggi assume forme diverse. Non si tratta più di fuga di contadini che le industrie del Settentrione non erano in grado di assorbire del tutto, e che per questo diventavano manovalanza delle fabbriche oltreconfine, ma molto spesso si tratta di impiegati in settori tecnici e dirigenziali, quadri e manager, oltre che lavoratori saltuari delle classi sociali più basse.
Se le prime emigrazioni si devono all'industrializzazione, all'abbandono delle terre e alla disgregazione del mondo contadino, la nuova emigrazione è invece il risultato del processo di de-industrializzazione, internazionalizzazione, finanziarizzazione, privatizzazione e deregolamentazione dei mercati. Questa nuova emigrazione va ricercata in tre ordini di ragioni, uno ideologico-culturale, uno politico e un altro “strutturale”. Partiamo da quest'ultimo.
L'emigrazione della prima fase è l'effetto dell'irrompere del capitalismo industriale e si attenua e poi “normalizza” (senza scomparire del tutto) con l'affermarsi dell'industria fordista e la strutturazione di un apparato produttivo nazionale. L'emigrazione del primo tipo è legata allo stadio “solido” del capitalismo, ovvero quello fordista fondata sulla concentrazione della manodopera. Le istituzioni delle società agricole vengono “fuse” per forgiare una nuova fase solida. L'emigrazione segna il passaggio a questa nuova fase del capitalismo, in cui il lavoro perde il rapporto con la terra e vengono eliminati tutti i residui pre-capitalistici. Per creare una società industriale è necessario produrre un enorme spostamento della manodopera, che dovrà abbandonare le campagne per concentrarsi nei centri industriali. Soltanto quando la manodopera sradicata dalla campagna e dalla vita rurale si legherà all'industria, sarà concluso il processo di “fusione”. L'emigrazione, tuttavia, prosegue anche nella fase solida, ma riguarda i lavoratori dei paesi industrialmente più arretrati e delle colonie che si spostano verso le nazioni industrializzate.
Naturalmente all'origine dell'emigrazione c'è uno squilibrio tra diverse aree. Questo squilibrio deve essere talmente grande da giustificare agli occhi degli individui l'abbandono delle sicurezze rurali e lo sradicamento. Uno squilibrio quale si è prodotto nella storia solo nell'epoca capitalistica che è quella che ha visto i più imponenti spostamenti di massa. Quando una società da arretrata diventa sviluppata, smette di essere fonte di manodopera per paesi più avanzati e comincia invece ad attrarne dall'esterno. Ciò è, in estrema sintesi, il mutamento che ha interessato l'Italia tra gli anni '60 e '70. Lo sviluppo del nostro paese però non è stato armonico. Il divario tra nord e sud non ha mai permesso di superare del tutto processi di emigrazione, ma è stato comunque possibile renderli “endogeni”, spostarli dall'esterno all'interno, grazie allo sviluppo dell'economia del Settentrione e ai sussidi statali per le imprese (sia nella forma di parziali nazionalizzazioni, come le cosiddette “partecipate”, sia come vere e proprie sovvenzioni) oltre alle tutele giuridiche per il lavoro.... [CONTINUA]


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lanzo
Honorable Member
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Le migrazioni "storiche" italiane erano costituite da poveracci, contadini - in pratica schiavi dei vari baroni latifondisti, a quel punto, me ne vado.
Oggi e' la stessa cosa, ricercatori schiavi dei baroni universitari o giovani che pur essendo qualificati, sanno che se non sei figlio di, nipote di - farai la fame per tutta la vita, a prescindere da quanto vali.


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lanzo
Honorable Member
Registrato: 3 anni fa
Post: 744
 

Come diceva Gualtiero Marchesi (anni 50 ?) "Impara l'arte, mettila da parte e fatti raccomandare" - Oggi e' ancora peggio.


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